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Politica I, parla Papalia

Da www.rietisport.it
Allora presidente, siamo davvero al tutti contro tutti?
«Si potrebbe dire che nella pallacanestro, come in quasi tutte le discipline sportive, la competenza ludico-formativa deve spettare alle associazioni ed alla Federazione, mentre la sfera professionistica deve competere agli imprenditori ed alle loro Leghe. Le ingerenze incrociate tra Federazione e Lega si sono dimostrate sempre dannose e le inefficienze dell’una hanno causato pari inefficienze nell’altra».
Insomma, un po’ come il cane che si morde la coda…
«Da un lato la Federazione non può continuare a scaricare le colpe dei propri insuccessi sulla Lega, considerati i tanti condizionamenti che impone alle società che ne fanno parte. Dall’altro lato i club di serie A devono prendere atto che il loro prestigio deriva dalla vastità del movimento nazionale al quale sovrintendono i Comitati Regionali. In sostanza, occorre il reciproco rispetto dei ruoli, uscendo dagli archetipi dei sistemi a veti incrociati ed assumendo, anzi, iniziative nuove e coraggiose».
Poi però dalle parole bisogna passare ai fatti. Qualche idea?
«Oggi la Lega deve sapersi assumere una pesante responsabilità: quella di restituire alla pallacanestro italiana un’immagine moderna e seria, mettendo in campo tutte le proprie risorse professionali, tutte le proprie capacità imprenditoriali ed un valore irrinunciabile che è l’unità di intenti. Messa da parte anche ogni pregiudiziale interna, la Lega oggi deve essere pronta a varare un progetto di rilancio del basket italiano. Non si può continuare ad assistere ad una gestione atomistica (frammentata, ndr) del settore da parte della Federazione, dove ogni singolo comparto gestisce la propria immediata sopravvivenza, senza una strategia di insieme ed un programma complessivo di graduale crescita e maturazione».
Una gestione che, se abbiamo capito bene il suo ragionamento, sarebbe la causa della situazione attuale?
«E’ evidente che, così facendo siamo finiti fuori dagli scenari internazionali e siamo sempre meno interessanti per tutti, considerata la progressiva riduzione degli spazi dedicati alla pallacanestro dai quotidiani e dai media in genere e considerata la risposta del pubblico anche sul piano delle scommesse raccolte dai betting points. Così facendo abbiamo dovuto registrare il fallimento del sistema dei controlli, costruito su una normativa confusa, contraddittoria e improduttivamente repressiva».
E così a meno di un mese dalla palla a due ci siamo ritrovati con un campionato a 16 squadre e 30 giornate. Ma non crede che, dopo due gradi di giustizia sportiva, evidentemente qualche colpa Napoli e Capo d’Orlando dovessero pure averla?
«Napoli e Capo d’Orlando sono le vittime di un sistema che non ha avuto la capacità di trasformare entusiasmo e generosità in un sistema che rendesse premianti i valori sportivi e sociali, lasciando che le parametri economici giugulatori ne sentenziassero la fine. La “cancellazione” di Napoli e Capo d’Orlando non è solo una grave perdita per le relative città e le loro straordinarie tifoserie, ma è una sconfitta pesantissima dell’intero nostro movimento cestistico nazionale. Il dramma del presidente Maione e del mio carissimo amico Enzo Sindoni lo ho vissuto dolorosamente ed il fanatismo giustizialista che ha accompagnato la loro vicenda rivela immaturità ed incapacità di comprendere che si è davanti al fallimento del sistema regolamentare vigente».
Sì, ma le regole sono regole e vanno comunque rispettate…
«Un complesso coordinato di regole e di controlli è una cosa, una intricata matassa di nodi scorsoi è completamente un’altra cosa. Il complesso di regole può essere rispettato da tutti, mentre gli attuali meccanismi vessatori possono essere fronteggiati solo da pochi club in condizioni di grande agiatezza. Credo invece che le leggi dello Stato siano sufficienti a garantire regolarità e parità di trattamento. Dalla tassa di accesso alla serie A alle ricapitalizzazioni forzate, dalla restrizione dei termini, rispetto a quelli delle leggi dell’ordinamento statuale, alla discrezionalità dell’indicazione della stagione agonistica nella quale far scontare le penalizzazioni, tutto ma proprio tutto nel vigente sistema appare preordinato ad una odiosa selezione sul piano puramente economico, in spregio alle capacità sportive ed ai risultati decretati dai campi di gara».
All’ultima Assemblea di Lega si è registrata una frattura tra i cosiddetti piccoli club (in totale 9, tra cui Rieti) e gli altri sulla proposta di bloccare le retrocessioni per un anno. Come definirebbe oggi i rapporti tra i club di Serie A alla luce di quanto emerso dalla riunione di venerdì?
«L’esclusione dei due club rende ora inevitabile un torneo di serie A a 16 squadre, ma è altrettanto evidente che un cambiamento in corsa di questa importanza finisce per creare un gravissimo disagio a quei Club che, per senso di sano realismo, sapevano, sin dalla loro iscrizione, di dover lottare per la permanenza nella massima divisione. A meno di una settimana dall’inizio del campionato è assolutamente impossibile migliorare il tasso tecnico e competitivo del proprio roster e quelle posizioni di classifica alle quali si era puntato agli inizi di luglio predefinendo il budget degli ingaggi, ora diventano posizioni di condanna alla retrocessione. Credo che su questa problematica, nell’ultima penosa assemblea di Lega si è potuto constatare che il grado di reciproca comprensione e rispetto tra tutti i Club è pari a zero, palesando un egoismo dettato dalla diversità degli obiettivi agonistici».
Ma il progetto di riduzione a 16 delle squadre di Serie A non era già nell’aria da tempo?
«Ritengo che il torneo a 16 squadre sia uno dei cambiamenti significativi. Dico solo che non può essere il risultato di una casuale ed oltretutto disgraziata circostanza, bensì uno degli obiettivi del programma che la Lega aveva oggi l’occasione di definire ed avviare. Credo che nessuno dei Club possa negare la validità di una riduzione delle squadre per una riqualificazione della nostra pallacanestro, ma il progetto deve essere accompagnato da una serie di bilanciamenti che attraverso l’introduzione del ranking e della wild-card, come di altri coerenti meccanismi innovativi in materia di canalizzazione di risorse sui giovani, conferiscano un rilievo nuovo e determinante ai valori meritocratici, in termini sportivi, etici e sociali».
Quindi nessuna preclusione neppure da parte di quei club che come la Sebastiani proponevano il blocco delle retrocessioni?
«Un percorso di tale genere è totalmente condiviso dai Club e da tempo auspicato dal Presidente del Coni dottor Gianni Petrucci che, per come lo conosciamo, si appassiona alla realizzazione di un progetto moderno più di quanto lo possa interessare un confronto sul numero dei visti dei giocatori extra-comunitari, dibattito figlio di una visione parziale e miope della complessa problematica della pallacanestro italiana. Purtroppo la scarsa lungimiranza di alcuni Club ha fatto naufragare sul nascere una navigazione unitaria, producendo una spaccatura che determinerà conseguenze pesanti sullo spirito associativo».
Ci sta dicendo che è il preludio di una guerra interna alla Lega tra fronti contrapposti?
«Sto solo dicendo che si è persa una preziosa occasione per una rifondazione del basket nazionale. Questo poteva essere l’anno zero, l’inizio di un percorso in cui oggi più che mai i club della Lega si sarebbero dovuti unire per impegnarsi insieme in un’azione riformatrice di comune convinzione, pre-conosciuta da tutti perché tutti potessero tempestivamente tararsi sul nuovo modello e portare il proprio contributo alla positiva riuscita del progetto. Arroganza ed egoismo hanno per ora negato un futuro serio alla nostra pallacanestro. Ora si aprirà la guerra dei numeri e la spocchiosità degli atteggiamenti di alcuni diventerà un boomerang, perché l’ottusità paga sempre un prezzo salato».

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