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Laicamente

Nella ridda di dichiarazioni e di “colpi di scena” che si susseguono in merito alla vicenda della Superlega, c’è un aspetto che mi preme sottolineare, perchè rappresenta il cuore del mio ultimo libro, “Lo sport di domani”. In un recente convegno Evelina Christillin, membro del Consiglio della FIFA, ha sostenuto che
queste 12 squadre l’anno scorso hanno accumulato debiti per 730 milioni di euro e nove di queste sono tuttora in un passivo acclarato. Io mi astengo da qualunque tipo di valutazioni sulla bontà o meno della Superlega, non spettano a me, ma è evidente che sono le singole federazioni a far sopravvivere il mondo dello sport a tutti i livelli (femminile, giovanili, infrastrutture), mentre questi club concentrano sempre più le loro spese su calciomercato e commissioni ai procuratori.
 
Anche sorvolando su come i dati di bilancio vengano citati a destra e a manca in maniera apodittica e strumentale, il ragionamento della signora Christillin poggia su basi davvero fragili e su “dati” che non possiamo affatto aggettivare con “evidente”. La frase “sono le singole federazioni a far sopravvivere il mondo dello sport a tutti i livelli” non è infatti ricevibile senza esercitare il minimo sindacale di senso critico.
Ne “Lo sport di domani” mi permetto di ricostruire puntualmente come detta sopravvivenza sia invero demandata alle tasche dei cittadini, siano essi genitori o tesserati. I fondi con cui le federazioni concorrono (in parte) alla sopravvivenza in questione (che non è crescita/sviluppo) provengono da due fonti: 1) governi (e quindi fiscalità generale e quindi ancora cittadini) e 2) diritti media e sponsorizzazioni delle squadre nazionali, formate dai dipendenti delle squadre di club che prestano a titolo pressoché gratuito la propria opera a datori di lavoro che incamerano ingenti ricavi senza sostenere i costi e i rischi che qualsiasi altro imprenditore dell’economia legale deve invece affrontare nella sua attività. Le federazioni, per loro natura, non generano direttamente alcun tipo di risorsa, perchè non investono capitali propri o di rischio. Possono essere più o meno capaci di negoziare buone condizioni con governi, TV e sponsor, e possono organizzare più o meno bene competizioni ed attività connesse, il che è importante, certo. Se però non ci fossero le tasche dei cittadini, non sarebbero in grado di garantire neppure questa versione imperfetta (e inaccettabile) di “diritto allo sport”, virgolette d’obbligo.
Fossi in UEFA, inoltre, non sbandiererei con tale forza la posizione debitoria dei maggiori club, come se fosse una mia vittoria (???). Fino a ieri, infatti, chi osava porre la questione (e so di cosa parlo) veniva messo a tacere dalla stessa UEFA, la quale sosteneva che l’adozione del FFP aveva risolto tutti i problemi, mettendo in bonis la grande maggioranza dei club (assunto che veniva “dimostrato” usando in maniera parziale e strumentale i “dati” di bilancio). Se UEFA si intesta la responsabilità di tutto quello che succede nel sistema (e mi par di capire che sia così) dovrà farlo anche rispetto a quei 730 milioni, che non sono nati sotto i cavoli. Sempre che quella posizione debitoria sia, di per sé, il problema (e non lo è, il discorso è molto più ampio, complesso e profondo). 
Non è un caso che la trattazione della vicenda abbia preso una piega ben precisa: ci sono i buoni ed i cattivi, e tu non devi nemmeno scegliere: mica sarai per i cattivi, no? Alla fine saranno tutti buoni, padri misericordiosi e peccatori pentiti. Io, che tra perdoni e abiure sento una voglia di laicità fortissima, aspettando il pentimento e l’espiazione delle residue pecorelle smarrite esprimo un umile auspicio: che il sistema del calcio professionistico (governing body inclusi) smetta di nascondersi dietro l’ipocrita (e inesistente) sostegno che offrirebbe al mondo dilettantistico. Senza fare di tutta l’erba in fascio, gli attori di questa commedia sono:
  • le 12 della Superlega e un’altra dozzina di top club;
  • le squadre che “competono” con le due dozzine (senza alcuna possibilità di batterle salvo eccezioni transeunti che confermano infallibilmente la regola) e che dalle 24 ricavano sopravvivenza (non crescita/sviluppo) con operazioni puramente finanziarie che creano tensioni patrimoniali insostenibili per i top club e “attivi” apparenti per chi valorizza i giocatori destinati alle 24;
  • i vari poteri, dentro e fuori il mondo sportivo, più o meno forti e più o meno coscienti di quel che fanno, che puntellano questo sistema malfermo  per interessi più o meno generali proteggendolo da qualsiasi riforma;
  • gli altri soggetti strumentali a questo insostenibile sistema e che, dalle contraddizioni di quest’ultimo, conseguono cospicue rendite di posizione.

Tutti, e intendo tutti, farebbero bene a resistere alla tentazione di mettere in scena questo feuilleton (peraltro di non eccelso rigore narrativo)  per assumersi invece le responsabilità derivanti da una situazione che hanno, a vario e diverso titolo, contribuito a determinare. E che, a naso, non verrà risolta alla solita maniera, perchè le diseconomie sono diventate troppo rilevanti per continuare a ignorarle senza che il sistema finanziario presenti un conto puntuale e imponga un new deal, probabilmente usando veicoli di nuova generazione (fondi e non solo).  

Gli assetti futuri delle competizioni, pur rispettando l’importanza che milioni di persone/tifosi vi annettono, dipendono da semplici scelte. Scelte che, una volta depositato il fitto polverone, faranno gli investitori, ovvero coloro che questi ultimi vorranno delegare alla bisogna ovvero gli enti che verranno riconosciuti dagli investitori (non certo dal diritto naturale) titolati ad agire. Che a fare quelle scelte sia la SuperLega, la SuperChampions, UEFA, FIFA, Pippo, Pluto o Paperino, non credo sia così importante e, personalmente, proprio non mi interessa. E comunque la designazione non scaturirà da un voto popolare o da un’enciclica. Ci saranno delle competizioni, e saranno i mercati a premiare o sanzionare l’assetto scelto, come è normale che sia. Se nel frattempo noi esterni stessimo maggiormente ai fatti, evitando di impancarci a improbabilissimi custodi di valori sacri come democrazia, solidarietà, egualitarismo che nulla hanno a che vedere con il formato di una competizione sportiva per professionisti, sarebbe meglio. Avete/abbiamo tutte queste energie da mettere sul tavolo? Facciamo qualcosa insieme per il diritto allo sport, calpestato e deriso come nemmeno chi non è popolo perchè diviso. Forse è meglio…
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5 Comments

  1. Giorgio Giorgio

    ‪Leggendo l’articolo mi viene il dubbio che ci siamo un po’ assuefatti a questa idea del calcio in crisi. Abbiamo capito che il sistema è alla deriva, ma ormai non vale la pena esprimere un giudizio in merito, quasi fosse una perdita di tempo, perché è più importante regolamentare questa deriva. Quando mi sono accorto che nel calcio italiano è più importante arrivare quarti per entrare in Champions piuttosto che vincere la coppa Italia mi sono detto che forse “zeru tituli” è una sentenza che non fa più tanto male…ma a chi? Ai tifosi o alle case della società? ‬non rischiamo forse un giorno di vedere una coppa del mondo di calcio senza stelle perché perderebbero tempo e soldi rispetto alle competizioni elitarie verso cui ci stiamo dirigendo? Con i giocatori NBA succede spesso che mondiali e Olimpiadi vengano snobbati. .Forse vedere il dream team che vince di 50 punti è ancora più spettacolare (per TV e tifosi) piuttosto che vedere i Thunders che fanno una stagione da 10 vittorie in NBA. Il circuito chiuso elitario non è detto che sia poi così spettacolare e che susciti questo interesse. Ma per carità è un ragionamento da tifoso disincantato

  2. Flavio, te lo chiedo da persona coinvolta nel mondo dello sport (lavoro per la Federazione Italiana di American Football) e quindi ragiono anch’io in termini di “accentramento” delle strategie di sopravvivenza a livello di FEDERAZIONE, quindi organizzazione sportiva (non società per azioni e/o compagnia bella…).

    Tralasciando ogni commento alle tue parole, che come sempre ci regalano un quadro della situazione chiarissimo, ti domando: Come facciamo a far capire agli europei che esistono scelte e, in generale, modus operandi di tutto il sistema-sport d’oltreoceano che sono UTILI per la collettività?

    Come facciamo ad importare un minimo di questa predisposizione degli americani alla “omni-valenza” dei vantaggi di un sistema organizzato come il loro?

    Non ti dico di mirare ad ottenere i loro risultati in termini di appeal, longevità, equilibrio competitivo, ma…anche soltanto i frutti positivi ai quali porta l’adozione del loro modello?

    E intendo sotto TUTTI gli aspetti…

    Economico (società in piena salute, che generano un indotto di posti di lavoro NON trascurabile)

    Mediatico (ritorni di immagine spaventosamente utili per qualunque parte in causa..livelli di engagement a livelli che forse solo Zuckerberg assocerebbe ai suoi..)

    Sportivo (lo sport vissuto come esperienza di crescita umana fondamentale, vissuto sin dalla giovanissima età nelle scuole, nelle università, etc…)

    Come si fa?

    Ciao Mestro e scusami se mi sono dilungato.

    Luca Correnti | Fidaf graphic designer

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