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La sudditanza

Oggi nel pre-partita di MPS-Lottomatica abbiamo provato a fare un discorso su arbitri e dintorni. Non so chi abbia visto, ma comunque quella che è andata in onda è una versione parziale del testo originale, visto che i tempi televisivi non fanno sconti. L’idea era riprendere, approfondire e sviscerare uno spunto dato da Gianmarco Pozzecco durante la Coppa Italia. Il dibattito deve e può proseguire, a patto che non diventi subito una sfida tra due partiti, almeno per quel che mi riguarda. A presto

Vogliamo parlarne ? Io dico di sì, siamo abbastanza maturi e intelligenti per farlo. Senza fare gli incendiari o i pompieri, senza gettare sassi o nascondere mani, senza complottismi e buonismi. E chiaramente senza limitarsi a Siena o escludere chicchessia dall’analisi. Che arriverà alla sudditanza, ma parte da lontano, o vicino che sia. In un mondo ideale la discussione sul rigore di Balotelli verterebbe sull’interpretazione tecnica del contatto, ben sapendo di quanta lana caprina si parlerebbe. Tutto l’ambiente invece, media inclusi ma non solitari, la fa immediatamente scivolare sui condizionamenti psicologici dell’arbitro, col detto ed il non detto.

Sotto canestro sono inferiori attenzione ed interessi. E’ diversa la mentalità ? Forse non abbastanza. Il sospetto sarà anche legittimo ma la mala fede non deve essere presunta, altrimenti nulla ha senso. In troppi credono che i risultati siano frutto anche (o soprattutto) di una oscura guerra di potere. Che Siena vinca anche (o soprattutto) in quanto dominante sul parquet ed in politica.

Crediamo fermamente che a basket vinca sempre chi merita, senza eccezioni. Chi la pensa diversamente per coerenza dovrebbe cambiare sport o canale, e chi pensa che il comportamento degli arbitri possa essere motivazione principale delle vittorie vaneggia, con rispetto parlando. Anche pensando a ieri e all’altro ieri

Ciò detto non si può ignorare che gli arbitri, un male necessario, siano parte integrante del gioco e sbaglino, chi più e chi meno. Perché non esiste l’arbitro in astratto, esistono diversi arbitri con diversi gradi di abilità. I loro errori sono legati alla natura dell’uomo e del basket, uno sport in cui atleti clamorosi si muovono in spazi esigui a velocità folle. I fischietti sono una componente importante, anche se non preponderante, del risultato. Nella teoria, l’obiettivo comune dovrebbe essere quello di costruire arbitri più credibili investendo tempo e denaro. Nella realtà, società e FIP si palleggiano le responsabilità di una gestione del settore prima politica e poi, ma molto poi, tecnica. E invece responsabili sono tutti, in solido, nessuno escluso. L’arbitro è somma di psicologia e tecnica, non un robot o un extraterrestre. E’ influenzabile per definizione, in senso tecnico. Per dargli impermeabilità alle forti pressioni esterne dovrebbe essere fatto un lavoro che come detto latita. Indagare furiosamente senza elementi e con dei pregiudizi su quali e quanti fattori impattino sulle sue decisioni significa rimanere arretrati, scaricare sull’anello debole del sistema le responsabilità del sistema stesso. Gli arbitri tendono ad essere obiettivi senza poter essere oggettivi. Andrebbero formati, aiutati, supportati, corretti, premiati e puniti, come tutti. Non chiusi in una turris poco eburnea e molto autoreferenziale, soli e reietti. Mettersi in discussione aiuterebbe, ammettere gli inevitabili errori e spiegarli darebbe loro grande lustro, ma vallo a capire. Evitare le trappole della politica e dedicarsi al campo sarebbe poi il massimo.

A livello di critica, la discussione sui singoli episodi va fatta, ma solo per trarne un principio interpretativo a futura memoria. Nessun episodio al 40° minuto ha più peso di uno che avviene dopo 2 secondi, anche se certe giocate hanno fatalmente maggiore impatto mediatico. Tra vedere 10 giocatori in campo da una certa angolazione e vederne uno evidenziato al rallentatore c’è enorme differenza. Non parlare di arbitraggio va contro gli interessi degli arbitri, che necessitano di maggiore trasparenza e non di oscurantismo. Ma parlarne in maniera superficiale, prevenuta od incompetente è pratica che cerchiamo di lasciare agli altri. Pur sottolineando che la categoria deve fare enormi passi prima di arrivare alla Terra Promessa.

Prima di arrivare alla sudditanza parliamo di fisicità e rispetto. Per la prima, date un’occhiata a queste immagini, tutte relative ad azioni di blocco non sanzionate come fallose. Il gioco lontano dalla palla è difficilissimo da giudicare, la linea tra gioco duro e sporco quasi impossibile da tracciare. Significa che le discussioni in punto di tecnica cestistica ed arbitrale sono difficili, soggettive, inadatte a chi vuole solo trovare un colpevole in tempi brevi. Il video è relativo a due partite di Eurolega e i contatti coinvolgono in parti eguali giocatori biancoverdi ed avversari. Se volessimo costruire un’ipotesi a tavolino potremmo facilmente manipolare il montaggio per attirare attenzioni e sospetti da una parte o dall’altra. Una logica che non ci appartiene, diversamente da quella di proporre immagini per stimolare la discussione. Che qui verte su un problema tecnico, sulla protezione del gioco pulito, non su ragioni e torti di una delle due squadre. Le parti devono poi essere abbastanza mature da capire che però non si può ogni volta ricomprendere tutto lo scibile, che queste esposizioni sono parziali per definizione. Strappiamoci tutti meno le vesti e mettiamo sul tavolo le verità, anche quelle meno comode. Ci sono giocatori che si adattano ad un metro meglio di altri ? Sì, eccome. Ci sono anche giocatori di maggior carisma di altri, che per questo vengono maggiormente tutelati

Il rispetto a chi ha dimostrato qualcosa è dovuto, ma non deve tradursi in privilegio, mai e poi mai. Chiaro, questo famoso fallo su Wade nelle finali 2006 non verrà mai digerito da Mark Cuban. Ridurre il trionfo degli Heat ad un fischio però contraddirebbe il principio di sport. Il che non vieta di discutere sulle componenti di una decisione borderline. Guardate questa azione di Bryant: forse a parti invertite sarebbe sfondamento, ed invece Jason Richardson si tiene la botta e la beffa. Il nome davanti e quello dietro la maglia conta, non prendiamoci in giro. Ma bisogna far sì che conti sempre di meno, pur sapendo che a zero non si arriverà mai. Non per attaccare la squadra X od il giocatore Y, ma per tendere alla perfezione pur sapendo di non poterla raggiungere.

Se siete ancora con noi, meritate il promesso discorso sulla sudditanza. Il significato di questa parola è SOGGEZIONE. In questo caso sarebbe quella degli arbitri nei confronti della squadra più forte in campo e fuori. Si parla di uno stato psicologico, non dimostrabile e non escludibile da nessuno, ivi incluse Siena e le sue avversarie. I fatti non ci sono, le opinioni possono differire e vanno tutte ascoltate in pace ed armonia. Pozzecco ha dato la sua dall’alto di un magistero credibile, ex giocatore di lungo corso ad alto ed altissimo livello.

Concludendo: non dobbiamo e non possiamo avere paura di parlare di arbitri ed arbitraggio, e se serve anche di sudditanza. Basta non fare guerre sante, da sconfiggere ci sono solo i pregiudizi. Non c’è niente da nascondere, men che mai fatti od opinioni. Nella seconda categoria va la convinzione che alla fine vince sempre e comunque il migliore. Usiamo tempo, risorse ed energie per migliorare il Gioco, con la G maiuscola. Sfibrarsi in processi alle intenzioni è un non-sport da lasciare agli altri, senza rimpianti

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