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Il lavoro sportivo femminile

 

Il Fatto Quotidiano pubblica nella sua versione online un intervento che richiama da vicino i temi sollevati ne “Lo sport di domani” (ADD Editore).

Per quanto riguarda il lavoro sportivo, ad esempio, l’elefante sembra poter partorire solo un topolino: se passerà la legge, a decidere se sei una atleta o un atleta professionista e quindi un lavoratore, sono e saranno ancora i datori di lavoro, ossia le Federazioni Sportive. In pratica, a differenza di quanto chiediamo con Assist da 20 anni e che nel “mondo normale” è addirittura ovvia banalità, non è la natura della prestazione (ossia ciò che fai) a definire la attività, identificandola come lavorativa o come amatoriale, bensì il volere di chi ti paga. Sostanzialmente è come se si affidasse a Confindustria il compito di decidere chi in una fabbrica è un lavoratore e chi invece no. Un’assurdità presente nella legge 91 del 1981 e che questa riforma avrebbe dovuto scardinare senza appello. Invece siamo ancora lì. Con un’aggravante: in un emendamento alla legge di bilancio è stato trovato qualche milione di euro per consentire a chi farà il “nobile gesto” di far passare un’atleta dallo status di lavoratrice sommersa a quello di professionista, di avere sgravi contributivi. Sembra un buon incentivo, in realtà finirà per agevolare solo grandissimi club, verosimilmente del calcio maschile. Per le tante atlete che dovessero avere la fortuna di appartenere a una Federazione che riconoscerà lo sport professionistico (che con la nuova legge riguarderebbe indistintamente, vivaddiio, entrambi i generi) sarà tuttavia difficile immaginare un futuro di tutele, visto che se resti dilettante costerai meno al datore di lavoro e sarai meno tutelata.

LUISA RIZZITELLI

Presidente Assist Ass. Naz. Atlete. Progetto Better Place Communis srl

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