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Il caso-Lugli

Non si può dire che non se ne sia parlato. Un post su Facebook ci ha messo tre giorni per varcare Manica e Atlantico, arrivando a Guardian e New York Times dopo essere transitato per tutti i grandi media italiani. Sì, del caso di Lara Lugli si è parlato, molto. E, con una singola eccezione, a prima vista siamo tutti dalla stessa parte. Tutti, sui media, in Senato, ovunque. E se limitandoci a questo plebiscito mancassimo il bersaglio?

Se tutti diciamo la stessa cosa, uno potrebbe chiedersi, dove sta il problema? Oddio, una voce dissonante c’è, quella dell’avvocatessa che ha redatto l’opposizione al decreto ingiuntivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quell’atto non è però un’opinione (men che mai di un’istituzione), bensì la mera elaborazione tecnico-giuridica prodotta da una delle due parti di una controversia. Parte che, peraltro, si rimette con esso alla decisione del Giudice di Pace (competente per la modesta entità della controversia, 2500 euro). Se il giudicante, che si pronuncerà il 18 maggio p.v, dovesse ritenere inesistente l’inadempimento contrattuale ivi evocato, la vicenda si chiuderebbe infatti con l’esecutività del decreto ingiuntivo.

Gli esempi di inadempimento, nel contratto che la Lega Volley femminile suggerisce a società e giocatrici di serie A, sono i seguenti:

 

Poiché mi pare perlomeno possibile che il Giudice di Pace possa rigettare l’opposizione del difensore della società pordenonese, lascerei in sospeso la questione perlomeno fino ad allora. Senza trattare le deduzioni giuridiche dell’avvocatessa come opinioni, perché tali non sono. Senza accanirsi, soprattutto, contro di lei. Detto da uno che, se me lo chiedete, non ritiene  fondate in fatto e in diritto quelle deduzioni, e che certo comprende come esse possano ferire la sensibilità dell’atleta (che è più che intitolata a manifestare questo sentimento).

E quindi? Tanto rumore per nulla? Non necessariamente, anzi. Basterebbe alzare lo sguardo dalla controversia civile e soffermarsi sugli aspetti strutturali che questo caso attraversa. Intanto qui parliamo, en passant, di donne e compensi, quindi (anche) di gender gap. Come siamo messi da questo punto di vista in Italia? Male, molto male. Possiamo risolvere la questione dichiarandoci tutti furiosamente d’accordo con tutti su piattaforme social e media tradizionali? No. Quando un problema è socio-economico, e questo lo è, va (andrebbe) affrontato da una politica responsabile, con metodo. Il nostro compito è quello di tenere vivo il tema ogni giorno, e di chiedere soluzioni praticabili, non semplici auspici.

Ancor più rilevante è la questione della protezione della donna in gravidanza. Nel servizio curato dalle Iene, la giocatrice si definisce “professionista”, e sono certo che si tratti di una qualificazione veritiera. Eppure, nel contratto-tipo che la Lega Volley femminile consiglia di adottare, si parla espressamente di dilettantismo.

 

In fondo, la discussione potrebbe finire qui. Atlete e atleti che si sentono e sono (oggettivamente) professionisti andrebbero  equiparati nei trattamenti e nelle tutele al pugno di colleghi che ricade nella Legge 91, per elementari motivi di equità. Questo non è avvenuto finora, ed i motivi sono chiarissimi a chi voglia vederli senza pregiudizi. E ciò non avverrà, neppure nella parte prevista dalle norme,  perlomeno fino al 1° luglio 2022, come da recente comunicato del Governo.

Il decreto relativo agli enti sportivi professionistici e dilettantistici e al lavoro sportivo dispone, in attuazione dell’articolo 5 della legge delega, una revisione organica della figura del “lavoratore sportivo”: per la prima volta, si introducono tutele lavoristiche e previdenziali sia nel settore dilettantistico sia nel settore professionistico. Inoltre, il testo prevede l’abolizione del vincolo sportivo, inteso come limitazione alla libertà contrattuale dell’atleta, anche nel settore dilettantistico. Il decreto stabilisce che le norme introdotte dalla disciplina in materia di lavoro sportivo si applicano a decorrere dal 1° luglio 2022.

Si noti anche che, ad oggi, il decreto non è ancora stato oggetto di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Eppure se ne parla da tempo, molto tempo. Già nel 2016, per esempio, un esperto come l’avvocato Martinelli fotografava la situazione con grande nitidezza. Poi ci fu il Decreto Dignità del 2018, che apriva questioni abbondantemente sollevate all’epoca e non risolveva quelle sottese al “dilettantismo”. Oggi siamo nel 2021, e sarebbe scorretto dire che non sono stati fatti dei passi avanti. Per esempio, al problema della gravidanza delle sportive hanno risposto nel 2018  CONI e Governo, istituendo un fondo che offre un sollievo tangibile alle atlete in maternità. Solo che non si è voluto risolvere la questione in maniera organica. Non si vogliono infatti far valere in questo settore  i meccanismi che governano fisiologicamente il rischio imprenditoriale e l’ attività lavorativa, come se si credesse che quando si parla di autonomia dello sport si ritenga di essere davvero diversi dagli altri. Così, qualche volta di mezzo ci vanno dei diritti, e anche belli importanti.

Basterebbero imprenditori che si assumono i rischi e operano per conseguire un profitto e lavoratori che ricercano le migliori condizioni contrattuali, sapendo che un soggetto collettivo (il sindacato) ha una forza  superiore a quella dei singoli e che gli emolumenti netti non sono l’unico metro di misura di quelle condizioni. Se si vuole inseguire la favola del mecenatismo, lato proprietari, va benissimo. Se si vuole agire individualmente per il vantaggio immediato, lato atleti, idem. Facciamo però a capirci: le due componenti di quel contratto preferiscono la modalità “dilettantistica” perché ritengono che gli convenga di più. Sono libere di farlo, come io sono libero di sostenere che peccano di lungimiranza e di chiedere che non ci diano una versione edulcorata della realtà, ma si assumano la responsabilità delle scelte. Tutti dovremmo essere sufficientemente adulti da riconoscere che è per questo che le spettanze sono spesso “ballerine” e che gli adempimenti contributivi e fiscali rimangono nebulosi, con le ovvie ricadute sulle tutele (gravidanza inclusa).

Lo sappiamo noi, la politica, le istituzioni sportive, i proprietari, gli atleti, i loro rappresentanti e procuratori. Lo sappiamo tutti, gli stessi “tutti” che a parole sono dalla stessa parte. Non sarà però una fantomatica e ipocrita “coesione”, “solidarietà” o “buona volontà” tra due parti in fisiologica contrapposizione come quella datoriale e quella sindacale a produrre il cambiamento, e neppure la pur ammirevole voglia di giustizia ed equità che anima i molti e genuini osservatori esterni.  L’unica possibilità è riscrivere tutto da zero, partendo da principi che non è difficile enumerare. Parlo di rispetto reciproco, di serietà professionale, di Costituzione, di protezione dei soggetti deboli, di investimenti in innovazione e sviluppo, di cultura della compliance. Parlo di uno e un solo contratto, frutto della trattativa tra i veri rappresentanti delle società e i veri rappresentanti degli atleti. Parlo, infine, di chiamare tutti coloro che lavorano con lo stesso nome e di legarli ad identici diritti e doveri, al pari dei loro datori di lavoro (che tali sono). Cose che, volendo, si potrebbero fare domattina.

Dobbiamo comunque ringraziare Lara Lugli per aver sollevato il “caso”.  Se qualcuno fosse interessato a una trattazione un po’ più ampia, propongo il mio ultimo lavoro editoriale. Viceversa, ci si può accontentare di una Commissione, un convegno, un’intervista, un balletto di responsabilità. Cose che durano lo spazio di un mattino, purtroppo, come il clamore mediatico. E che non diventano salari più sicuri e tutele, come spetterebbe a Lara Lugli (e colleghe/i) se l’inquadramento delle loro prestazioni professionali (che tali sono) fosse più trasparente e garantista.

 

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