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Il dramma di Kenosha

Prima del 23 agosto di quest’anno, personalmente, non sapevo che esistesse una città del Wisconsin chiamata Kenosha. E naturalmente ignoravo  l’esistenza di Jacob Blake. Da quel giorno, purtroppo, le cose sono cambiate. Questo video ha generato milioni di visualizzazioni (oltre 1.5 solo per questo link). Anche, meglio ricordarselo per quel che mi riguarda, per l’opera dei giocatori NBA, in particolare con lo stop per 48 ore nel mezzo dei playoff.

Ieri Michael D. Graveley, District Attorney della County of Kenosha, ha reso nota la sua decisione di non perseguire per il ferimento di Blake i tre agenti di polizia intervenuti. Il fatto ha avuto, anche a causa delle elezioni in Georgia, eco assai minore rispetto a quello riscosso da quel video e dalle proteste (nelle strade e nello sport) che ne conseguirono. Il verdetto è stato comunque censurato da molti osservatori, inclusi ancora una volta LeBron James (“un colpo al cuore e alla pancia”) e, indirettamente, i Milwaukee Bucks.

Se qualcuno vuole farsi un’idea di come abbia ragionato Graveley, farebbe bene a leggere le motivazioni integrali della decisione, cliccando sul link e armandosi di santa pazienza. Avendolo fatto, rimango scosso e turbato, come prima. E rimango umanamente convinto che sette colpi a quell’altezza dovevano essere evitati a ogni costo, e che farlo avrebbe evitato a Jacob Blake di passare il resto della propria vita paralizzato. L’ evento, voglio dire, rimane drammatico anche dopo aver letto tutti i dettagli che l’hanno causato. Rivedendo il secondo video sull’accaduto, girato da un tredicenne (!), mi ha agghiacciato notare la presenza di quella che direi è una piccolina, in basso sulla sinistra della scena (lo screen shot precede di pochi secondi l’esplosione dei sette colpi di arma da fuoco).

Leggere le motivazioni, insomma, non esaurisce affatto la terribile complessità dell’accaduto. Questo non è un film o una dotta dissertazione giuridica, ma una tragedia con cause politiche, culturali e sociali ben precise. Leggere la motivazione, però, permette di capire meglio da quale peculiare prospettiva sia stata decisa l’archiviazione. Una prospettiva che, come lo stesso Graveley riconosce nel commento finale, è ben lungi dal farci dimenticare una long history, che non si deve per nessun motivo cut short.

 

Ora sta a noi. Possiamo leggere queste 41 pagine più appendici, anche se sono lunghe, anche se magari l’inglese legale è ostico e per qualcuno è (ci mancherebbe) una barriera insuperabile. Oppure possiamo non farlo, ci sta. La dimensione umana del dramma e quella socio-politico-economica in cui è maturato sono talmente importanti che ben capisco chi vuole sorvolare sui dettagli per vedere la big picture. E poi tra riassunti e interventi, c’è chi ha già fatto questo lavoro. Eppure, nel nostro piccolo, conoscere in prima persona rimane necessario, al di là dei pericoli degli altrui riassunti, soprattutto quelli fatti in ottima fede. Forse, documentarsi fa parte della stessa big picture molto più di quanto la nostra pigrizia e distrazione ci suggerisce. Buona (disturbante) lettura.

 

 

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