Petrucci: «Male le squadre? L’italiano vince da solo»
ROMA — La ribellione: «Gli insuccessi delle squadre azzurre non equivalgono alla crisi del nostro sport». Il k.o. estivo del basket e quello recentissimo del volley maschile sono stati presentati come la prova di una deriva epocale davanti alla quale Gianni Petrucci, presidente del Coni rieletto il 6 maggio, tira cannonate, facendo riferimento ai medaglieri: «Non è un momento felice per tante nazionali e il fatto colpisce l’opinione pubblica. Ma sostenere che nel passato si trionfava, è un falso storico: nel dopoguerra abbiamo vinto l’oro olimpico solo con la pallanuoto, signori». Il passato, ma in fondo anche il presente («l’eccezione alla regola sono stati i Giochi di Atene»), certificano un dato di fatto: siamo una nazione di grandi individua– lità, ma non di grandi squadre.
Possibile, Petrucci, che lei non sia preoccupato?
«No, lo sono. Però analizzo le situazioni. Togliamo il calcio: si sta qualificando al Mondiale e non fa testo. Sono il basket e il volley maschile ad aver vissuto le peggiori turbolenze. E ci sta mancando lo storico contributo della pallanuoto».
Obiezione: l’Italia del rugby ha tanti soldi, fa tendenza ma non ha ancora una dimensione vincente.
«Eppure ha fatto passi da gigante in un mondo nel quale nemmeno esistevamo. Inoltre ha un grande appeal sui giovani e crescono i tesserati».
Volley e basket, dicevamo…
«Non devono perdere fiducia. La pallavolo a Pechino ha conosciuto con le ragazze una delusione che ci può stare; i maschi, invece, sono arrivati in semifinale e scusate se è poco. Io punto su Andrea Anastasi e sulla sua svolta. Dal Mondiale 2010 torneremo dove eravamo abituati a stare».
Più duro pensarlo per la pallacanestro.
«Dino Meneghin non si scoraggi. Guida un grande sport che ha bisogno prima di ritrovare unità e poi di bilanciare il rapporto tra italiani e stranieri. Infine, vedo Dino negli stessi panni del Gianni Petrucci del 1993, neopresidente della Fip. Fui costretto a chiudere l’esperienza azzurra di Sandro Gamba e a ripartire da un giovane allenatore, Ettore Messina che vestiva giacca e cravatta come piace a me e che sapeva parlare non solo di basket. L’inizio fu terribile, però poi Messina vinse. E quando ci lasciammo, scelsi Tanjevic».
Lupus in fabula: dopo il Mondiale 2010, Tanjevic concluderà il contratto con la Turchia e si vocifera di un affascinante ritorno al timone azzurro. Benedice la soluzione?
«Boscia ce l’ho nel cuore. Ma spetta a Meneghin decidere».
Si invoca anche Simone Pianigiani, giovane, coach della Siena dominatrice. Pianigani ama pure le giacche…
«Non intervengo. Anzi, no, parlo: ho letto le dichiarazioni di un alto dirigente di Siena; non sono state di classe, non è mai bello porre condizioni per la scelta di un allenatore».
Il tasto dolente della pallanuoto: non vince più, ha squadre imbottite di naturalizzati, resta uno sport di nicchia.
«La sua tradizione ci manca tanto nel medagliere. E quando vedo che ci sono formazioni con 11 stranieri su 13, non capisco e non accetto. Perché la pallanuoto non sfonda? Perché non tocca i grandi centri, difetto comune al rugby e all’hockey ghiaccio. Certi presidenti federali hanno una missione: rendere più popolare il loro sport».
Ma la storia spiega che nel nostro sport sono le individualità ad eccellere.
«Una tendenza assodata non esclude le eccezioni. Sono contro i luoghi comuni: si diceva, ad esempio, che l’italiano non sa sacrificarsi; ecco invece il Mondiale di boxe a smentire».
Però abbiamo uno sport a macchia di leopardo: ad esempio l’atletica, a differenza del nuoto, ha fatto splash.
«L’atletica si riscatterà, ha giovani interessanti e un presidente, Franco Arese, che appoggio. Il discorso è generale. Abbiamo 45 federazioni, 26 delle quali competono per i Giochi estivi: siamo ai vertici, ma esiste pure una concorrenza spietata. Come si migliora? Voglio che i presidenti federali imitino i manager d’industria; o che diventino commissioner sul modello della Nba».
Ha attaccato tecnici del volley che allenano nazionali straniere. Sbaglia, secondo noi: sono professionisti…
«Nel volley non c’è il professionismo. Ma anche senza sottilizzare, si tratta di definire un’etica: se un nostro allenatore, che lavora in Italia, sa che poi andrà a guidare una selezione estera che affronterà gli azzurri, ecco mi pare che il conflitto sia evidente. Per non parlare di quelli che vincono una volta e poi danno lezioni: che tristezza…».
Forse è un problema di michetta…
«Mi sembra impossibile dividere la testa in due parti. Si offendano pure, i tecnici del volley: ma questa è la mia idea e me la porto fino alla tomba».
Basket e volley, per le donne, lanciano il College Italia.
«Una grande idea, che dovrebbe essere imitata».
Si migliorerà, anche a livello di squadre, se la scuola capirà la valenza dello sport?
«Il ministro Gelmini adesso deve badare alla partenza del nuovo anno scolastico. Ma confido che entro una quindicina di giorni si possa cominciare a lavorare sui buoni presupposti messi già a fuoco. Parafraso Obama: non sarò il primo presidente a parlare della necessità dello sport nella scuola, ma vorrei essere l’ultimo».
f. van.


Petrucci ha fatto chiaramente intendere che vorrebbe cambiare coach, via Recalcati.. ci vuole così tanto a capirlo, caro Meneghin?
ah, beh…
vedo che in tema di autocritica Petrucci va alla grande…
more solito…
Ricapitolando: Petrucci vorrebbe alla guida della nazionale di basket Tanjevic, che è sotto contratto con un club turco; e contemporaneamente se la prende con i coach italiani di volley che vanno ad allenare nazionale di altri Paesi. Complimenti per la coerenza……
Fra l’altro questa intervista ha generato anche una risposta piuttosto piccata da parte della dirigenza della Mens Sana Siena.