Un rinvio, ancora. Altri giorni di speculazioni, posizioni di parte, vesti strappate, sospetti, accuse, teorie del complotto, gente che si volta dall’altra parte, pressioni, depressioni (quelle di chi ama il basket). Ormai tra sussurri e grida il caso di Napoli e Capo d’Orlando si trascina da un mese abbondante, e lo striscione del traguardo si allontana come l’inizio di una stagione cui nessuno pensa più. Di basket giocato non se ne parla, e se la prossima settimana i siciliani adiranno il TAR potrebbe anche essere questione di un altro mese per vedere la prima giornata. E’ chiaro che si tratta di un caso-basket tout court, perché solo qualche allocco può pensare che la materia del contendere siano le eventuali irregolarità amministrative di una o due squadre. Si tratta del più classico e solare dei sistemi malati, non certo di singole parti di una macchina da riparare o sostituire. Non per questo debbono essere perdonati eventuali errori ed omissioni. Se accertati, i comportamenti contro le regole vanno puniti, ci mancherebbe. E il fatto di farlo, come sta avvenendo, con tempi e procedure francamente poco ammissibili nulla leva alle responsabilità individuali (che non dovrebbero riflettersi sul futuro delle società).
Rimango forzatamente sulle generali perché nel merito non sono in grado di entrare per mancanza di documentazione. In un lunghissimo mese non abbiamo infatti ancora visto o sentito un singolo riferimento a circostanze e fattispecie ma solo fumose esposizioni “ufficiali” (vedi sotto) e ricostruzioni delle parti, rispettabili ma non suffragate da elementi oggettivi. La verità ? Il sistema non sa darsi un controllo vero perché non lo vuole. E il grilletto non lo vuole tirare nessuno, meglio fare melina. Che poi quello del controllo in sé stesso è un falso problema, o meglio una parte di un problema più grande.
Il basket di vertice si è infilato nel vicolo cieco della legge ’91 subendone i micidiali carichi fiscali senza diventare neppure parzialmente “professionista” per davvero. Ha perso competitività in Europa anche, non solo !, per via di questi fardelli. Vive di un economia chiaramente borderline. Ha un rapporto schizofrenico con una Federazione incapace di guidarlo in quanto organo meramente politico. Politico quanto la Lega peraltro, che va avanti a colpi di raduni e assemblee che non decidono, di palle avvelenate rimandate nel campo del “nemico” senza capire che così a perdere è solo lo sport (nettamente) più bello del mondo. Qui mancano progetti veri, business plan, marketing plan, investimenti ed idee per far affluire le risorse necessarie a sostenerli. Professionalità per capirci, quelle che non crescono sugli alberi e non si generano per decreto.
Chi ragiona sa benissimo che l’unica soluzione sarebbe di staccare il cordone ombelicale con mamma-FIP in maniera dolce e condivisa, altro che ridare alla Federazione la centralità del movimento. Per cosa poi, per la nazionale ? Quella deve rimanere, e ci mancherebbe altro. Gestita a sua volta però da professionisti alla ricerca del massimo risultato, con patti chiari e conseguente lunghissima amicizia. E comunque le due cose NON sono legate intimamente, posto che se una funziona bene l’altra se ne avvantaggia naturalmente. Ma i problemi del campionato non li risolve un risultato sportivo. Forse che negli anni delle medaglie europee ed olimpiche questi “piccoli” problemi gestionali non c’erano ? E quando le Final 4 di Eurolega erano sempre italiane per metà andava tutto bene ?
Ma i “proprietari” hanno paura delle responsabilità che deriverebbero da una scelta impopolare e impolitica. E allora giù con le parole di facciata, con i bizantinismi, con la finta sacralità del “processo sportivo” (quante virgolette …). Solo che finchè si fa politica non si produce del basket di alto livello. Stanno per tornare gli avvocati, state pronti. Quelli che a intervalli regolari studiano nell’ombra statuti di NBA all’italiana salvo rimettere tutto precipitosamente in soffitta al momento delle decisioni vere. E’ già successo tre-quattro volte, è una favola cui in questo contesto non crederebbe il più ingenuo dei poppanti. Sono già scomparse la Virtus, Pesaro, Roseto, salvo tornare e vedere che nel frattempo nulla era cambiato.
No allo sfascismo. Ci sono tantissime cose ed uomini di salvare. Tanti bambini che possono crescere bene a patto di non gettarli via con l’acqua sporchissima. Purtroppo intanto passerà anche questa tempesta lasciando sul terreno vittime poco illustri. Tifosi disillusi, dipendenti disoccupati, appassionati traditi. Tutta roba che il sistema macina in silenzio tra un’udienza ed un rinvio, tra una polemica speciosa ed una sentenza contorta. Da 18 e 16, se così sarà, non cambierà assolutamente nulla. Altre Napoli e Capo d’Orlando sono dietro l’angolo, lo sappiamo tutti. E sappiamo anche cosa si potrebbe fare per evitarle. Se qualcuno vuole evitare di sventolare domenica sul ponte della nave a Venezia la bandiera bianca, sarebbe ora che si facesse vivo per davvero.
Le meno fredde opinioni
Un rinvio, ancora. Altri giorni di speculazioni, posizioni di parte, vesti strappate, sospetti, accuse, teorie del complotto, gente che si volta dall’altra parte, pressioni, depressioni (quelle di chi ama il basket). Ormai tra sussurri e grida il caso di Napoli e Capo d’Orlando si trascina da un mese abbondante, e lo striscione del traguardo si allontana come l’inizio di una stagione cui nessuno pensa più. Di basket giocato non se ne parla, e se la prossima settimana i siciliani adiranno il TAR potrebbe anche essere questione di un altro mese per vedere la prima giornata. E’ chiaro che si tratta di un caso-basket tout court, perché solo qualche allocco può pensare che la materia del contendere siano le eventuali irregolarità amministrative di una o due squadre. Si tratta del più classico e solare dei sistemi malati, non certo di singole parti di una macchina da riparare o sostituire. Non per questo debbono essere perdonati eventuali errori ed omissioni. Se accertati, i comportamenti contro le regole vanno puniti, ci mancherebbe. E il fatto di farlo, come sta avvenendo, con tempi e procedure francamente poco ammissibili nulla leva alle responsabilità individuali (che non dovrebbero riflettersi sul futuro delle società).
Rimango forzatamente sulle generali perché nel merito non sono in grado di entrare per mancanza di documentazione. In un lunghissimo mese non abbiamo infatti ancora visto o sentito un singolo riferimento a circostanze e fattispecie ma solo fumose esposizioni “ufficiali” (vedi sotto) e ricostruzioni delle parti, rispettabili ma non suffragate da elementi oggettivi. La verità ? Il sistema non sa darsi un controllo vero perché non lo vuole. E il grilletto non lo vuole tirare nessuno, meglio fare melina. Che poi quello del controllo in sé stesso è un falso problema, o meglio una parte di un problema più grande.
Il basket di vertice si è infilato nel vicolo cieco della legge ’91 subendone i micidiali carichi fiscali senza diventare neppure parzialmente “professionista” per davvero. Ha perso competitività in Europa anche, non solo !, per via di questi fardelli. Vive di un economia chiaramente borderline. Ha un rapporto schizofrenico con una Federazione incapace di guidarlo in quanto organo meramente politico. Politico quanto la Lega peraltro, che va avanti a colpi di raduni e assemblee che non decidono, di palle avvelenate rimandate nel campo del “nemico” senza capire che così a perdere è solo lo sport (nettamente) più bello del mondo. Qui mancano progetti veri, business plan, marketing plan, investimenti ed idee per far affluire le risorse necessarie a sostenerli. Professionalità per capirci, quelle che non crescono sugli alberi e non si generano per decreto.
Chi ragiona sa benissimo che l’unica soluzione sarebbe di staccare il cordone ombelicale con mamma-FIP in maniera dolce e condivisa, altro che ridare alla Federazione la centralità del movimento. Per cosa poi, per la nazionale ? Quella deve rimanere, e ci mancherebbe altro. Gestita a sua volta però da professionisti alla ricerca del massimo risultato, con patti chiari e conseguente lunghissima amicizia. E comunque le due cose NON sono legate intimamente, posto che se una funziona bene l’altra se ne avvantaggia naturalmente. Ma i problemi del campionato non li risolve un risultato sportivo. Forse che negli anni delle medaglie europee ed olimpiche questi “piccoli” problemi gestionali non c’erano ? E quando le Final 4 di Eurolega erano sempre italiane per metà andava tutto bene ?
Ma i “proprietari” hanno paura delle responsabilità che deriverebbero da una scelta impopolare e impolitica. E allora giù con le parole di facciata, con i bizantinismi, con la finta sacralità del “processo sportivo” (quante virgolette …). Solo che finchè si fa politica non si produce del basket di alto livello. Stanno per tornare gli avvocati, state pronti. Quelli che a intervalli regolari studiano nell’ombra statuti di NBA all’italiana salvo rimettere tutto precipitosamente in soffitta al momento delle decisioni vere. E’ già successo tre-quattro volte, è una favola cui in questo contesto non crederebbe il più ingenuo dei poppanti. Sono già scomparse la Virtus, Pesaro, Roseto, salvo tornare e vedere che nel frattempo nulla era cambiato.
No allo sfascismo. Ci sono tantissime cose ed uomini di salvare. Tanti bambini che possono crescere bene a patto di non gettarli via con l’acqua sporchissima. Purtroppo intanto passerà anche questa tempesta lasciando sul terreno vittime poco illustri. Tifosi disillusi, dipendenti disoccupati, appassionati traditi. Tutta roba che il sistema macina in silenzio tra un’udienza ed un rinvio, tra una polemica speciosa ed una sentenza contorta. Da 18 e 16, se così sarà, non cambierà assolutamente nulla. Altre Napoli e Capo d’Orlando sono dietro l’angolo, lo sappiamo tutti. E sappiamo anche cosa si potrebbe fare per evitarle. Se qualcuno vuole evitare di sventolare domenica sul ponte della nave a Venezia la bandiera bianca, sarebbe ora che si facesse vivo per davvero.
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