Il nuovo CDA di Pallacanestro Biella ha mandato segnali non nuovi e non inattesi a territorio ed opinione pubblica. Lungi da me un’analisi nel merito di quanto comunicato, non foss’altro che perché privo dei requisiti necessari. Mi interessa però ragionare un po’ (poco …) sul concetto di sostenibilità. Che dovrebbe prendere la pole position nei dibattiti futuri, e mica solo quelli biellesi, anzi. Gli Dei del basket solo sanno se non mi piacerebbe discettare da mane a sera di pick and roll e rotazioni difensive. Ma temo sia il momento di picchiarci in testa che senza aver risolto le questioni a monte, pensare a quei 28 metri diventa secondario.
Quando parlo di “sostenibilità” non la intendo nell’accezione economica (la capacità cioè di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione) ma in quella generale (quindi la possibilità di un processo di essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente). Ecco, senza essere un tecnico, non penso che il sistema professionistico del basket italiano possa essere mantenuto in queste condizioni sine die. Altrimenti Alberto Savio non direbbe che “se non arrivassero segnali positivi nel breve periodo, dovremmo prendere atto con grande amarezza ma altrettanto realismo che il nostro territorio non può (o non vuole) mantenere a Biella una squadra in serie A”.
Io mi sbaglierò e l’ottimo Alberto mi smentirà. Ma secondo me mentre dice questo sa che il territorio non può e/o non vuole rispondere, addì novembre 2011, al suo accorato appello. O perlomeno non nei termini sperati. E soprattutto non in maniera da garantire una autentica crescita a medio-lungo. Laddove “crescita” è diverso da “sopravvivenza”, per quanto iper-dignitosa e soddisfacente come in questo caso. E non si tratta di cattiva volontà, di carenze di Pall. Biella o di avidità del territorio. Bensì di un modello economico che ha terminato la sua efficacia. E modelli del genere, di solito, si rinnovano prima di assistere al loro definitivo declino. Cosa che il basket italiano, nel suo insieme, dovrebbe fare prima che sia troppo tardi.
Ho letto l’intervista che Dajuan Summers ha rilasciato a Yahoo.
Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare, ma quelle che eviterei sono proprio le prime che si affacciano alla mente. Accanirsi con l’ex-giocatore di Georgetown per le considerazioni su letti, aerei e trattamenti italiani sarebbe come pensare che “poverino, è abituato all’NBA” : superficiale.
Superficiale come ovviamente è il tono generale dell’intervista, che potete benissimo percepire senza ulteriori sottolineature. Va da sé che la possibilità di fare un’esperienza diversa, di gustare una Cultura nuova e di vivere da privilegiato in una delle città più belle del mondo meriterebbe ben diversa propensione. E va da sé che molti dei “giudizi” espressi sono in realtà pre-giudizi. Pieni di quell’immaturità che è quasi fatale avere a quell’età e con la formazione di chi sognato ed assaggiato l’NBA per poi venirne in buona sostanza respinto. Non che questo la renda ovviamente più giustificabile.
Se l’MPS, che ha costruito una Dinastia elevando ad arte pazienza e continuità, lo ha tagliato, significa che ha ritenuto non ci fossero i margini per far crescere il giocatore. Dicono anche che più o meno la diagnosi dei Pistons non fosse particolarmente diversa, ma come dice Querejeta per gli allenatori, i giocatori sono come le angurie, finchè non li apri non li conosci. E vuoi aprirli tu, non farli assaggiare agli altri.
Il che esaurisce forse il discorso su Summers ma non quello generale. Intanto a me viene da fare un piccolo esame di coscienza per cercare tutte le situazioni (molte, troppe) in cui mi comporto come lui, dando giudizi non soppesati e figli di piccoli o grandi prevenzioni, preconcetti o tabù.
Finita l’autocritica e accantonato Summers (che non fa stato), mi viene in mente che moltissimi addetti ai lavori durante l’estate hanno convenuto col sottoscritto nel considerare Jerel McNeal una gran presa della Fabi Shoes. Oggi però l’ex-Marquette è un giocatore che tira col 24 % scarso ed in piena crisi. Pur essendo arrivato in un sistema di gioco oliatissimo, David Lighty a Cantù non supera gli 11 minuti per gara. E di esempi del genere, da Dunigan a Moore passando per Benson, ne potremmo fare parecchi altri.
In astratto si tratta di giocatori certamente di sufficiente talento per far bene, soprattutto nel contesto di riferimento. Se così tanti e con così diversi background battono in testa, devono esserci dei minimi comun denominatori. Di sicuro parte delle difficoltà hanno a che fare con i pregiudizi di cui sopra. E, visto dalla parte dei club, con un paio di luoghi comuni che forse meriterebbero un’analisi più profonda.
2-3 decadi fa l’ americano doveva fare 25 punti a partita, altrimenti si perdeva. Gli scudetti vinti cambiando Stotts con Boswell, Aza Petrovic e Ballard con Cook e Daye o Wally Walker con JB Carroll appartengono però al passato quanto il Commodore 64 ed i 45 giri. In primis perché di Boswell, Daye e Carroll liberi non ce ne sono. Ed in secundis perché comunque non stiamo parlando di squadre fatte da 8 italiani, di quintetti-base che stanno in campo 35 minuti, di attacchi che per 30 secondi disegnano eleganti ghirigori sul campo e di partite preparate dando un’occhiata al VHS arrivato per posta. E’ tutto diverso, non tutto meglio e non tutto peggio ma di sicuro differente.
Aggiungeteci meno soldi, più concorrenza in Europa, più squadre NBA, ed avrete un quadro in cui comunque l’idea che si possa alterare drammaticamente il quadro facendo venire il fenomeno alla Paolo Villaggio di “Sistemo l’America e torno” è pura illusione. E’ invece vero che ci sono fior di Melvin Booker, Bootsy Thornton e Linton Johnson (per pescare solo tre esempi da un mazzo sconfinato) che non avremmo mai scoperto se, come era stato ormai deciso, fossero stati tagliati a furor di popolo e statistiche deludenti.
Questo non significa che aspettando tutti diventano dei Thornton, anzi. Anche se nel caso di specie sarei dispostissimo a scommettere che tra un paio d’anni per Lighty e McNeal si scateneranno aste milionarie nel Vecchio Continente. Il punto vero però è che se a questi giocatori viene chiesto di essere quello che non sono (McAdoo, Danilovic o Shackleford per intenderci), di sicuro non lo diventano. Piccolo addendo: le valutazioni di cui stiamo parlando attengono per il 95 % ai punti segnati e per il 5 % al lato comportamentale, fatte salve le meritorie eccezioni. Nel basket e nella vita però, per fortuna !, c’è anche dell’altro. Tipo difesa, intanglbles, upside ed altri termini, non tutti anglofoni, che dovrebbero concorrere alla valutazione in questione.
Non basta. Il mercato USA offre comunque una vasta rosa di nomi su base stagionale, a differenza di altri, segnatamente quello nostrano. Un’altra ragione per cui, nel momento in cui invale l’equazione “va male=devo cambiare” ci si rivolge di là, e le farneticanti regole sui passaporti inducono a cambiare un USA con un USA. Magari rivolgendosi a chi l’Europa la conosce già, così si riducono i tempi di adattamento (vero). Col risultato però di stra-valutare alla lunga l’esperienza rispetto al valore intrinseco del giocatore. Al netto di tutti i casi specifici e di tutte le carenze dei singoli, a macro-livello mi pare si possa avanzare l’ipotesi che tutti questi fattori concorrano con le inadeguatezze tecniche e culturali dell’ USA di turno a creare una situazione non ottimale.
Sarebbe facile liquidare tutto quanto sopra come il solito Tranquillo americanofilo. Fate pure se vi fa piacere, ma l’idea era del tutto opposta. Postulate le clamorose carenze culturali e la conclamata difficoltà nel reperire sostituti superiori (specie in poco tempo sotto la pressione dei risultati negativi) forse varrebbe la pena di non dare a chi arriva l’impressione di essere qui a tempo. Ne guadagnerebbero tutti, compresa la qualità dello spettacolo. Che curiosamente non viene mai presa in esame quando si cercano i mali del prodotto-basket.
Ma se io so che oggi sarò una pedina di un “Horns up” in Italia in attesa della Germania tra due mesi e del Belgio tra 7 (o viceversa) non sarà poi il caso di lamentarsi se sembra che tutti giochino alla stessa maniera e se manca lo spirito. E fatemi aggiungere, se i ritardi nei pagamenti sono l’argomento del 90 % delle conversazioni tra addetti ai lavori, forse la possibilità di fare filosofia è ancora minore.
Insomma, certo la soluzione non l’ho. E certo se dovessi ragionare davanti allo spettro della retrocessione (vero e presunto che sia) anche io telefonerei in giro per sapere chi è libero e cambierei Smith con Williams (che certo non è quello che ha fatto Siena, sia ben chiaro). Ma il meccanismo visto nel suo insieme mi sembra vivere più di abitudini che di analisi. Interrogarsi su come fermarlo (levando le retrocessioni ?) potrebbe avere un bel po’ di senso.
Operazione Bryant, affare Kobe, progetto KB 24. Già le definizioni fanno capire che di tratta di roba grossa, epocale. E in attesa che venga varata una Commissione d’inchiesta sul fenomeno, mi piacerebbe dire alcune cose su una vicenda che immagino terrà banco ancora a lungo, comunque si concluda.
Dico subito che, a differenza di quando questa vicenda è iniziata, ritengo che ci siano chance concrete di vedere Bryant a Bologna nel prossimo week-end. Dovendomi basare per professione su quello che riesco a mettere insieme tra voci, conferme, smentite, deduzioni, conoscenza del background e collegamenti, era difficile ritenere probabile l’arrivo di un 33enne reduce da un’operazione al ginocchio in una squadra italiana che lo contatta su Facebook e pubblicizza i minimi dettagli dell’offerta senza che dalla controparte arrivi segnale alcuno.
Ora dall’altra parte i segnali sono arrivati, in abbondanza, anche se non manifesti. E da qui, dichiarando la mia genuina sorpresa, bisogna partire. Cercando di spiegarsi perché una cosa oggettivamente improbabile, almeno guardando il contesto, diventi probabile. E rimarcando che essere arrivati fin qui è un’impresa straordinaria da parte di chi ha trattato.
Una prima spiegazione potrebbe essere quella “sentimentale”. Kobe in Italia ha passato un periodo che segna, quello della pre-adolescenza. Da noi ha amici e conoscenti, gradisce cibo e costumi, paesaggi ed abitudini. Personalmente mi convince zero, ma non ho elementi per scartarla a priori e comunque potrebbe benissimo trattarsi di un movente “secondario”, come quello di ricevere comunque un congruo guiderdone.
Ma il nocciolo della questione non può che essere collegato alla serrata in corso negli USA. Vicenda sulla quale siamo davvero a secco di informazioni credibili perché trattasi di war-game di altissimo livello. Giocato su un tavolo per giocatori di professione cui siedono solo Stern ed i proprietari, i giocatori ed i loro agenti (convitati di pietra).
Noi siamo fuori, e riceviamo feed-back che sono interessati ed inaffidabili, oltreché contrastanti tra di loro. Ma per il solo fatto che quella è una partita da (almeno) 800 milioni di dollari e questa da 3, non c’è dubbio su quale sia quella che viene prima nell’orientare le scelte di agenti e giocatori (occhio ai primi, in subbuglio).
Mi sembra di sentire i pochissimi che sono arrivati fino a qui chiedersi “OK, bella filosofia. Ma tu sei a favore o contro?”.
Ecco, io ritengo che porre la questione in simili termini sia sprovvisto di senso alcuno, anzia sia un po’ da trinariciuti.
Personalmente ricordo con emozione quando Chicco Fischetto, compagno di Joe a Reggio Emilia, ci disse che il nostro aveva chance di NBA. O la gara delle schiacciate di Cleveland, l’All Star Game di New York, l’incredibile supplementare di Indianapolis, gli 81, i buzzer beater, la caduta e la risalita, la convivenza col dito rotto (che ritengo una delle prime 5 imprese sportive all-time).
Quindi, se chiedete a me quanto avrei piacere di vedere Kobe Bryant in un cinema vicino a casa la risposta è “muchissimo”. E, atteso che repetita iuvant, vi esimo dallo spiegarmi che le ricadute mediatico-pubblicitarie del suo arrivo sarebbero enormi, perché sono reduce da aver visto Via del Corso impazzire per lui. E quando dico “impazzire” vi prego di credermi.
Quindi sì, il giocatore, l’uomo, il brand ed il fenomeno pubblicitario sono fuori scala, di un altro pianeta, ci arrivo anche io.
Ma spero sia ugualmente possibile porsi davanti a questa prospettiva in maniera laica, e non para-religiosa. Non sono né a favore né contro, elementarmente. E neppure mi porrei il problema di etichettare il tutto come un bene o un male per il “movimento” (le virgolette sono molto maliziose). E’ un’operazione di mercato fatta tra liberi uomini in libero Stato, di cui noi possiamo (e vogliamo) investigare circostanze, ricadute e sviluppi.
A patto che farlo non comporti l’automatica iscrizione al partito dei cattivi, perché altrimenti come le formiche nel mio piccolo mi incazzo un po’.
Perché non è peccato farsi delle domande e provare ad analizzare degli scenari. Anzi, è un dovere per chi commenta. Soprattutto quando l’operazione, per la sua onerosità, prende una piega particolare. Pretendendo in sostanza che vengano piegate a sé le esigenze di molti altri componenti la “Lega” (le virgolette sono ultra-maliziose).
Potrebbe anche valerne la pena in linea teorica, ci mancherebbe. Ma non a priori, bensì solo dopo una solida analisi e per libero convincimento. Non cioè sotto il ricatto morale che bolla gli oppositori come traditori della patria senza riguardo per il marketing e la modernità. Questo si chiama provincialismo e manicheismo, come minimo, e non voglio tirare in mezzo altre categorie più serie che pure avrebbero diritto di cittadinanza.
Trovo del tutto normale, e gradevole, che una società punti a prendere Bryant.
Trovo straordinario che Sabatini sia ancora in gioco in questa partita che, come detto, mi pareva ingiocabile, chapeau. Sempre ricordandosi che per capire cosa stia succedendo dobbiamo soprattutto guardare al lock-out, e non nei termini del “si accordano-non si accordano”, ultra-riduttivi rispetto alle enormi complessità della vicenda.
Ma poi arriva anche il momento in cui dobbiamo guardare al nostro interno, e decidere se è lecito fare pressione sulle altre squadre della nostra “Lega” perché si rimettano alla volontà della Virtus e facilitino il lieto fine della vicenda. E no, credo non sia lecito farlo.
E’ giustissimo ricordare e ricordarci che quello è Kobe, con tutto quel che ne consegue. E’ ancor più giusto collaborare con la Virtus nei limiti del buon senso. Non lo è invece far diventare bersaglio delle ire dei tifosi assetati di Kobe chi non si assoggetta alle condizioni richieste dalla Virtus. A meno che l’operazione non sia gestita in toto (rischi e benefici) dalla comunità in quanto tale attraverso i suoi rappresentanti. Se invece a farlo è una squadra, penso lo faccia nel proprio (legittimo !!!) interesse e quindi debba confrontarsi col mercato ed accettarne gli insindacabili esiti.
Se insomma l’operazione la gestisse la Lega, mi aspetterei che organizzasse un Kobe-tour separato dal campionato, in cui l’aspetto agonistico è del tutto secondario. Non ci sarebbero vincoli di alcun tipo, né tecnici, né regolamentari né commerciali, con effetti benefici anche sulla massimizzazione dei profitti (niente posti già venduti in abbonamento, niente contratti con TV e sponsor già in essere). E prima di venirmi a dire che la cosa perderebbe di appeal, guardatevi le foto di Via del Corso, dove in migliaia lo hanno aspettato per ore solo per vederselo passare davanti. L’uomo cui affiderei questo progetto ? Solo e soltanto Claudio Sabatini, ma col mandato espresso di tutti.
Se invece, come è il caso, la forza di perseguire un obiettivo del genere l’ha avuta un singolo, massimo merito a lui. Ma questo fattore e l’inserimento del Kobe-tour nel campionato italiano di serie A, presenta problemi e questioni. Tanti problemi e tante questioni, di natura variegata assai.
Prendiamo a simbolo quella del calendario, perché presenta aspetti di valenza generale.
Da che mondo è mondo, un criterio indiscutibile della compilazione del calendario è che le prime due e le ultime due giornate di un girone debbano presentare un’alternanza tra gare casalinghe ed esterne per tutte le partecipanti. A volerlo sono esigenze di carattere tecnico e sportivo incontrovertibili, che non ritengo siano sovvertibili per alcun motivo, salvo quello lapalissiano che TUTTE le altre squadre della “Lega” acconsentano o che lo si faccia per un interesse collettivo superiore.
Ora, mi pare di capire che la prima condizione non sia occorsa e che non venga ravvisato nella seconda l’interesse della Virtus a garantirsi due incassi immediati (il primo presumo extra-abbonamenti) per finanziare la complessa operazione con un cash-flow iniziale importante.
Se le due gare iniziali in casa sono il cosiddetto “deal-breaker”, cioè la condizione da cui dipende la chiusura del contratto, non bisogna vivere la faccenda come una guerra santa, con i buoni che vogliono regalarci l’occasione della vita ed i vecchi cattivi miopi che non capiscono la portata del regalo.
Cercate di sforzarvi, tenete lontano per un attimo i flash del Mamba che entra nel vostro palazzetto e vi delizia, anche se capisco quanto sia difficile. Rimanete laici e lucidi, e capirete che ci sono motivi seri per rispondere picche nell’esercizio della libertà di impresa (come ce ne sono ovviamente per dare il semaforo verde allo sconquasso del calendario).
Ma ridurre tutto solo a quei flash è assurdo e controproducente. E lo stesso vale per decidere a priori che le prime “X” avversarie della Virtus saranno squadre selezionate in base alla capienza del proprio impianto e non al meccanismo casuale generato dal computer.
Ve la metto in termini NBA: ha molto senso mettere Kobe contro Shaq o Kobe contro Lebron a Natale su ABC quando son tutti in casa, ma non ne avrebbe far giocare 8 gare in 8 notti ad una squadra (e non alle altre) per pur nobilissimi motivi commerciali.
Miope invece, e molto, è ragionare solo su un aspetto delle vicende e subordinare a questo tutto il resto. Metta Sabatini la sua straordinaria capacità di visionario al servizio dell’operazione Bryant, senza però esigere dagli altri la condivisione obbligata dei rischi e la rinuncia ad oggettivi criteri di regolarità del campionato. Ambedue le strade devono essere percorse per libera scelta, non sotto il giogo di una sommaria gogna mediatica.
E convinca magari tutti a fare più marketing strategico e meno marketing operativo, perché non c’è Kobe (che gli Dei del basket lo benedicano) in grado di riparare le paurose crepe strutturali della baracca, che si poggia su fondamenta debolissime.
Una baracca che, ironia della sorte, spessissimo deride l’NBA per la sua ricerca di show-business bollandola con l’appellativo ironico di “circo”. Salvo imitarne gli aspetti più superficiali e meno importanti alla prima occasione in cui un evento esogeno e limitato nel tempo, il lock-out, gliene porge la possibilità.
Aspettando con trepidazione l’esordio di Kobe, continuo a ritenere che ragionare sia un diritto/dovere, anche a costo di sbagliare.
Ciao a tutti, è un po’ che non ci sentiamo. Come si dice in questi casi, ho avuto da fare. Nel senso che ho dedicato parte del mio tempo a un’esperienza che volevo fare da tempo, cioè scrivere dei libri. Uno particolarmente, “I Dieci passi”, rappresenta per me qualcosa di importante. Il volume, che sarà in libreria dal 28 settembre, nasce dall’amicizia con Mario Conte, Giudice a Palermo, e tratta di argomenti che hanno a che fare con i nostri comuni interessi. Non è un libro politico, non è un libro (solo) sulla mafia e non è un libro di inchiesta. Rimane però qualcosa di importante per me, e spero tanto che in molti possiate almeno dargli un’occhiata, anche solo per dire che non vi piace. Come diceva Paolo Borsellino, “parlate della mafia, dove volete ma parlatene”. Gli amici di ADD Editore che lo hanno portato in libreria hanno già fin d’ora la mia eterna riconoscenza, il progetto mi ha coinvolto tantissimo ed ancora tanto mi coinvolgerà. Molti penseranno che sia fuori luogo per un non-specialista scrivere di questi dieci argomenti (diciamo nove, perchè uno è lo sport). Con il sacro rispetto di tutte le opinioni, mi permetto di ritenere che invece queste cose devono emergere, il dibattito deve salire di qualità e quantità e che tocca a tutti noi prendere in mano il pallino. E il basket, dirà qualcuno ? Il basket rimane lì, fermo e saldo. Sarà un’altra stagione interessante, che spero e credo seguiremo insieme. Quando la stagione stessa entrerà nel vivo tornerò a scrivere qualcosa qui, con molto piacere. A presto!
“A chi insiste nel chiedermi di tenere a Rieti la squadra di serie A, non posso che rispondere che é quello che ho tentato di fare fino a ieri. La squadra va nella città (Napoli) che consentirà alla Società Sebastiani economicamente, e in queste 48 ore finanziariamente, la oggettiva possibilità di regolarizzare l’iscrizione”
Gaetano Papalia
17 luglio 2009
Non voglio entrare in faccende che sono di competenza della federazione, ma certo che avere Napoli in serie A sarebbe un vantaggio per il basket italiano”. Cosi’ il presidente del Coni Gianni Petrucci in merito al trasferimento a Napoli della societa’ laziale di cui si parla con insistenza in queste ore. ”Da parte mia – ha precisato Petrucci parlando a Napoli all’inaugurazione del comitato regionale – non posso che esprimere un auspicio, naturalmente fatti salvi tutti i diritti di Rieti”. Sull’argomento si e’ espresso anche il governatore campano Antonio Bassolino che ha ricordato come proprio in queste ore si stia lavorando anche a livello istituzionale per una conclusione positiva della vicenda.
18 luglio 2009
Si è riunito a Roma il Consiglio federale della Federazione Italiana Pallacanestro presieduto da Dino Meneghin. Il Consiglio federale ha approvato la richiesta di trasferimento provvisorio di attività nella città di Napoli, per una sola stagione agonistica, della società Nuova Sebastiani Rieti.
5 agosto 2009
“Desidero fare chiarezza sulla ‘misteriosa’ operazione di trasferimento. Non vi è nulla di provvisorio nella nostra decisione. Abbiamo fornito fondate motivazioni per il trasferimento ed abbiamo avuto il consenso massimo dei consiglieri federali. La Lega ha introdotto, dal prossimo anno, questo sistema, come di corrente e ordinario utilizzo. Sarà quindi una regola di ordinaria applicazione. Una procedura per nulla forzosa o atipica perché diventerà tipica e ordinaria sul modello della NBA americana che favorisce i bacini di utenza che sono in grado di rappresentare istanze di maggiore consistenza numerica sia per fruizione del pubblico che per potenziale economico che può esprimere un’area come quella metropolitana di Napoli. Abbiamo proposto alla Regione Campania un progetto di baskettizzazione del territorio regionale. Intendiamo investire in questo progetto pluriennale realizzando 30 playground in tutta la regione inaugurandoli nel corso della prossima primavera e attraverso il comitato regionale della FIP Campania e, con il coordinamento degli assessorati allo sport di Comune e Regione, vogliamo definire aree dove realizzarli. La società li acquisterebbe e alla fine del progetto triennale, li donerebbe all’Amministrazione di competenza anche per arricchire il patrimonio dell’impiantistica sportiva locale
Gaetano Papalia
La soddisfazione che provo oggi l’ho provata pochissime volte negli ultimi anni. E’ grande l’emozione nel parlare di basket di serie A al PalaBarbuto. Il giorno dopo che il basket è scomparso a Napoli, dopo il fallimento di Maione che ha dato tanto a questa città facendoci vivere momenti magici, mi sono subito impegnato per tentare di riportare qui la pallacanestro. Ho avuto numerosi contatti per cercare di far tornare il basket di alto livello a Napoli. Alla fine è giunto il presidente Papalia. Un grande presidente che ha fatto tanti tentativi per restare a Rieti. Il suo progetto mi ha affascinato fin dal primo momento. Non è solo un progetto di sport, ma un progetto impegnato nel sociale, con il coinvolgimento dei giovani, dei disabili. Qui a Napoli abbiamo tante ottime realtà di basket, dal femminile, alle squadre militanti nei campionati minori. Napoli dovrà ora riavere il ‘Mario Argento’, un palasport di 10.000 posti. Napoli deve riavere il suo tempio del basket. Stiamo continuando a lavorare ed ho qualche elemento che mi fa ben sperare nella realizzazione in tempi brevi. Ringrazio Papalia di aver portato il basket a Napoli. Papalia deve essere aiutato dalle istituzioni, dagli sponsor. Ha bisogno anche dell’aiuto dei tifosi. Sogno di vedere il PalaBarbuto pieno di tifosi a sostenere la squadra
Alfredo Ponticelli (Assessore allo Sport)
A Napoli il cuore batte forte per il basket. La grande partecipazione all’incontro di oggi è la testimonianza di quanto la gente vuole la pallacanestro. All’indomani della scomparsa del Basket Napoli avevo fatto diversi sondaggi per riportare basket a Napoli: Scafati, Sant’Antimo, poi Rieti. Gaetano Papalia è un presidente diverso dal solito: razionale, ci pensa e ripensa e poi prende le decisioni. Ci ha pensato fino alla fine ma ora con lui possiamo rivivere la pallacanestro che conta
Il C.d.a. della NSB Napoli ha deliberato il cambiamento della denominazione del club: Nuova Basket Napoli s.r.l. non appena sarà consentito dalle norme federali. E’ stato inviata alla Comtec la documentazione che attesta il rispetto del parametro Patrimonio/Indebitamento.
2 febbraio 2010
“La situazione del basket Napoli ha dell’assurdo: noi siamo al fianco della federazione per fermare questo scempio”. Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, interviene così nella vicenda della società partenopea che milita nel massimo campionato di basket schierando una squadra baby che perde sistematicamente con scarti enormi. “Bisogna tutelare il secondo sport professionistico nazionale – ha aggiunto Petrucci – stiamo assistendo a uno scempio vero e proprio. Faccio appello al presidente del club Papalia che ha messo a soqquadro l’immagine del basket che così non è regolare, oltre che non positiva. Si perdono le partite con uno scarto di 100 punti, è ovvio che non è regolare sul piano dell’immagine. E’ assurdo procedere su questa linea”.
15 aprile 2010
Il Settore Agonistico della Federazione Italiana Pallacanestro ha disposto l’annullamento di tutte le gare disputate nel campionato di serie A 2009/2010 dalla Nuova AMG Sebastiani BK srl in base all’articolo 121 del Regolamento Esecutivo.
Il Settore Agonistico ha stabilito inoltre che retrocederà al campionato di Legadue (dell’anno sportivo 2010/2011) esclusivamente la squadra classificata al 15° posto al termine della fase di qualificazione
Il Settore Agonistico ha infine provveduto ad aggiornare il calendario del campionato di serie A (stabilendo che Bancatercas Teramo, Angelico Biella, Lottomatica Roma, Scavolini Spar Pesaro e NGC Medical Cantù riposino nella giornata di campionato in cui avrebbero dovuto incontrare Nuova AMG Sebastiani BK) e ha aggiornato la classifica del campionato di Serie A come da allegato.
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E’ come se gli Dei del basket, che a questo punto immagino esistano veramente, avessero deciso di divertirsi. Un divertimento macabro, esercitato sulla pelle e sulla buona fede della Napoli cestistica e di tutti quelli (tantissimi) che in questo paese amano il basket. La stagione cestistica della squadra che doveva dare dei vantaggi al basket italiano si è chiusa anzitempo, ponendo fine con 5 giornate di anticipo a quella che in senso tecnico era una farsa. Peccato che farsa lo fosse come minimo dal 20 dicembre, da quando cioè per l’ultima volta Napoli, ex-Rieti, si era presentata in campo con un roster di giocatori professionisti (sia pure sui generis). Una cascata che avrebbe dovuto fra traboccare un vaso già ben oltre i limiti della capienza da almeno un mese.
Una misura, quella dell’esclusione, che non può essere commentata con sollievo. Deve esserci invece rammarico per l’incredibile ritardo con cui è stata presa. Prima di addentrarci negli aspetti procedurali della vicenda, che sono a dir poco spinosi, sarà il caso di fare una premessa di carattere generale. Andare a fare le pulci a questo caso, per come lo intendo io, non significa fare i rompiscatole, cercare il pelo nell’uovo o fare dello sfascismo. Significa cercare di mettere in fila i fatti per dare loro un senso e soprattutto porsi il problema di come evitare la prossima Rieti o Napoli che sia.
Già, perché l’inizio della vicenda va fatto risalire non ad una ma a due estati fa. Quando da Rieti rimbalzavano frequenti e accreditate le voci di una situazione economicamente instabile. Tanto instabile da essere stata denunciata pubblicamente dallo stesso Papalia. Tanto instabile da produrre una stagione a dir poco rocambolesca, anche se coronata sportivamente dalla salvezza. Tanto instabile da produrre una penalizzazione, la prima di una lunga e tragicomica serie, di 4 punti, poi diventati 2.
Tanto, se è permesso dirlo, da consigliare come minimo un bel po’ di prudenza nel permettere allo stesso proprietario di proseguire la sua attività. Chiaro, siamo tutti profeti del dopo. Ma in questo caso materiale per azzardare un’ipotesi prima ce n’era. Sia ben chiaro, tutti facciamo degli errori, e qui CONI e FIP ne hanno commesso uno marchiano. Il che potrebbe anche non rappresentare un problema. Un problema, e grosso, lo diventa nel momento in cui per sottolineare che il re ha le nudità esposte al pubblico ludibrio non ci vuole un bambino ma ci vogliono mesi e mesi.
Ma la prudenza non è stata esercitata. L’avventura è iniziata, tra squilli di tromba e giustificato entusiasmo del pubblico. Entusiasmo subito sopito dai primi risultati, dai primi casi (Allred) e dai primi inequivocabili messaggi che la situazione non era dissimile da quella della Rieti della stagione precedente.
A questo punto siamo ad un crocevia importante. Perché le famose (o famigerate) istituzioni cestistiche ci direbbero: “ma non esiste una regola con cui avremmo potuto fermarli”. Il che è verissimo. Solo che fermarsi qui significa negare l’essenza del problema, indipendentemente dal grado di buona fede con cui lo si fa. Molto semplicemente: nelle regole scritte per le società di Prima Divisione e Promozione, sarà difficile trovare materiale utile a gestire il dissesto economico di un’azienda che avrebbe dovuto pagare stipendi e salari per qualche milione di euro. Ed i controlli ex-post esercitati, possono al massimo denunciare un problema, mai evitarne il sorgere.
Dico questo perché i regolamenti non possono essere solo ostacolo a prendere delle decisioni logiche. Se è così, ed in questo caso è stato così, forse bisogna rivedere le modalità con cui quei regolamenti vengono scritti. Magari permettendo a persone dotate delle giuste competenze di governare un fenomeno così complesso e peculiare come lo sport professionistico non già coi regolamenti buoni per i dilettanti ma con strumenti più moderni. Il manuale operativo delle squadre NBA consta di 515 pagine, che regolamentano tutto, dal numero di maglia alle ottiche delle telecamere da usare. Quando però la realtà supera il manuale, e succede, il signor Commissioner prende in mano la situazione. E come minimo si scrive un appunto in modo che il manuale della stagione successiva sia diverso e ricomprenda quella fattispecie.
La valenza principale di questa vicenda dovrebbe essere questa: liberare il basket di serie A da lacci e laccioli, da procedure vecchie ed inadeguate per efficacia e tempistica. Un esempio ? Se provate a cercare le norme che regolano il trasferimento di sede, troverete questo nelle carte federali
Art.136 – Trasferimento di sede o di attività
• TRASFERIMENTO DI SEDE
[1] Le Società partecipanti ai campionati federali possono presentare istanza al Consiglio Federale per ottenere il trasferimento di sede nei seguenti casi:
• mancanza di un adeguato impianto di gioco;
• per poter svolgere idonea azione promozionale.
[2] La Società interessata dovrà presentare la seguente documentazione:
• motivata istanza al Consiglio Federale presentata entro il termine annualmente stabilito nelle Disposizioni Organizzative Annuali;
• verbale di Assemblea dei soci;
• parere del Comitato Regionale interessato;
• certificazione di disponibilità dell’impianto, presso la nuova sede, rilasciata dall’ente proprietario o dall’ente gestore;
[4] Non è possibile richiedere il trasferimento di sede presso un Comune in cui vi sia una Società partecipante allo stesso campionato.
[5] E’ facoltà del Consiglio Federale fornire o meno l’autorizzazione specificando le motivazioni in caso di rifiuto.
[6] Nel caso in cui una Società abbia ottenuto il trasferimento di sede, potrà richiedere l’autorizzazione ad un successivo trasferimento trascorse cinque stagioni sportive, fatta eccezione per le Società che chiedano di ritornare nella sede originaria.
[7] La Società che usufruisce del trasferimento di sede può richiedere anche il cambio di denominazione sociale, presentando l’istanza integrata con quanto disposto dall’art.141 R.O.
B) TRASFERIMENTO PROVVISORIO DI ATTIVITÀ
[1] È consentito il trasferimento di attività unicamente in caso di dimostrata indisponibilità di poter usufruire di un adeguato impianto sportivo nel Comune in cui ha sede la Società.
È consentito trasferire l’attività nell’ambito della stessa Provincia.
[2] La Società interessata dovrà presentare domanda al S.A. allegando la seguente documentazione:
• motivata istanza;
• parere favorevole del Comitato Regionale competente;
• attestato di disponibilità dell’impianto, in cui si intende svolgere l’attività, rilasciato dall’Ente proprietario.
[3] Il S.A., verificata la documentazione prodotta, ed accertata la regolarità, autorizza il trasferimento provvisorio di attività riguardante le Società partecipanti ai campionati nazionali.
Le Società partecipanti ai campionati regionali e provinciali dovranno rivolgere la domanda al Comitato Regionale competente che delibererà in merito dandone comunicazione al S.A.
[5] Le Società partecipanti ai campionati giovanili possono trasferire l’attività dandone tempestiva comunicazione all’organo federale competente.
Io ho paura che non sia questo il tipo di norma che permette di governare questo tipo di situazione. Anzi ne sono sicuro. Quella che segue, ad esempio, è una notizia circolata in queste ore
L’esclusione apre soprattutto nuovi scenari in Legadue: con la retrocessione certa già dall’inizio del campionato, Napoli contava infatti di ripartire dalla seconda serie anche con una pesante penalizzazione, ma adesso si libera di fatto un posto, in virtù della delibera dell’Assemblea di Lega Due dove si chiede alla Fip di non iscrivere al campionato società che abbiano 10 o più punti di penalizzazione. Tra le varie ipotesi, la più accreditata è quella di un blocco della seconda retrocessione che consentirebbe a Pavia di salvare il titolo sportivo e di poterlo cedere, purché nei tempi consentiti. La candidata numero uno ad acquisire il diritto di Pavia sarebbe la rinata Capo d’Orlando che tornerebbe in un campionato professionistico.
E allora ? E allora sarebbe il caso di trattare queste cose per quello che sono, cioè situazioni aziendali, imprenditoriali, economiche. In cui dalla solidità di chi entra dipende la sorte di tante persone e del movimento in senso lato. Le verifiche vanno fatte prima, ed i versamenti pure. Altra via non c’è. Si incarichino persone preparate di fare uno screening, si dia a chi dimostra coi fatti (e non le chiacciere) di essere solido e solvente molto più spazio di manovra. E allo stesso tempo si levi qualsiasi spazio a chi invece non lo è o non lo è più in corsa.
Certo, il diritto sportivo, il cuore, le leggi statali, bla bla bla. OK, allora andiamo a vedere la decisione di oggi quanto è rispondente al dettato di quelle regole che dovrebbero tutto garantire e tutto normare. Tutto comincia martedì con questo comunicato della FIP
Il Giudice Sportivo Nazionale della Federazione Italiana Pallacanestro, in base all’articolo 89 del Regolamento Esecutivo (Ingiunzione di pagamento) ha escluso la Società Nuova AMG Sebastiani Rieti dal Campionato di Serie A maschile.
La società in base agli atti dell’Ufficio Contabilità Affiliati e Tesserati inviati, nonostante una preventiva ingiunzione, non ha adempiuto nei termini previsti al pagamento della seconda rata professionistica per la stagione sportiva in corso.
OK, articolo 89 regolamento esecutivo. Copiamolo
[4] Qualora una società, nonostante la preventiva ingiunzione di pagamento, non si attenga a quanto sopra, verrà considerata a tutti gli effetti esclusa dal campionato, secondo quanto previsto dall’art. 121 R.E., comma 2.
Andiamo dunque fiduciosi a questo articolo 121
Art. 121 – Ritiro dal campionato conseguente a rinuncia a gare – ex art. 120 – (del. n.401 C.F. 27/11/1999 – del. n.573
C.F. 28-29/04/2001 – del. n.11 C.F. 28/09/2002)
[1] Una società nel corso di un campionato non può avvalersi di più di una rinuncia. Alla seconda rinuncia, considerata in base a quanto previsto dagli artt. 115 – 116 – 118, viene esclusa dal campionato, è considerata ritirata dal campionato (art. 120 R.E.) ed è tenuta al pagamento di una ammenda pari a otto volte quella stabilita per la prima rinuncia oltre all’assunzione di provvedimenti disciplinari (art. 39 R.G.) nei confronti dei dirigenti responsabili.
[2] La rinuncia anche ad una sola gara nelle fasi di campionato a concentramento, negli incontri e nei concentramenti di qualificazione, è considerata ritiro definitivo dal campionato, con l’annullamento di tutte le gare precedentemente disputate in quella fase e l’applicazione delle relative sanzioni.
[3] Nelle fasi di campionato disputate ad eliminazione (Coppa Italia – Play-off, ecc.), nei casi di mancata presentazione in campo, rinuncia a disputare una gara, ritiro in gara da parte di una squadra, la squadra avversaria passa automaticamente al turno successivo, se previsto, o viene dichiarata vincitrice della fase, se si tratta di turno finale.
A tutti i fini regolamentari e disciplinari la rinuncia costituisce, anche in questo caso, ritiro dal campionato.
Non si capisce proprio benissimo cosa c’entrino i concentramenti e le qualificazioni con un campionato professionistico di serie A, ma abbiamo appena cominciato. Questo articolo 121 parla di rinuncia, non di esclusione. Anche se in realtà l’esclusione è normata dallo stesso regolamento esecutivo, all’articolo 129 che così recita.
Art. 129 Esclusione dalla partecipazione a gare – ex art. 118 – (del. n. 401 C.F. 27/11/1999)
[1] Le società sono tenute a liquidare le ammende e gli indennizzi previsti dai precedenti artt. 115-116-120-121-122-126-127-128 entro quindici giorni dalla decisione del competente Organo federale.
[2] In caso di mancata ottemperanza a tale tassativa prescrizione le società inadempienti verranno sanzionate dal competente Organo federale con l’immediato divieto di partecipazione a gare ufficiali e, se vi prendono parte, la gara verrà omologata con il risultato di 0-20 in suo sfavore o con l’eventuale migliore risultato conseguito sul campo dalla squadra avversaria. Tale divieto avrà efficacia fino alla data del versamento delle somme dovute sia alla F.I.P. sia alla società creditrice. Quest’ultime dovranno dare tempestiva comunicazione dell’avvenuta liquidazione di quanto loro dovuto all’Organo federale competente.
Immagino che vi siate già persi, ed io con voi. Ma riepilogando: Napoli è stata esclusa per non liquidazione delle tasse gara. Il 129 dice che chi fa così non può giocare, ma non fa un singolo riferimento alle partite già disputate prima della messa in mora. Ma l’89, quello dell’ingiunzione, non rimanda al 129 (come sembrerebbe naturale) bensì al 121, quello del ritiro conseguente a rinuncia. E c’è di più. Esiste un regolamento di Giustizia che all’articolo 17 dispone così
Art. 17 Esclusione dal campionato
[1] L’esclusione dal campionato consiste nel divieto di prendere parte al campionato od al torneo cui la squadra di una società si sia iscritta, stia
partecipando od abbia diritto a partecipare.
[2] L’esclusione è parificata, ad ogni effetto, al ritiro ed alla rinuncia e rientra nelle prescrizioni ed ipotesi di cui agli artt.108, 115, 116, 118, 120, 121, 122,
127, 128 e 142 R.E., applicabili per quanto di ragione, con l’esclusione di quanto disposto all’art.41 comma 2.
Quindi esclusione=ritiro e rinuncia ? Mah … Forse ritiro o rinuncia. Perchè il ritiro definitivo, anche se non ci credereste, è normato da un altro articolo ancora !!!!
[1] In caso di ritiro definitivo di una società, determinato da quanto previsto dagli artt. 120 e 121, l’Organo federale competente all’omologazione si atterrà alle seguenti norme:
a) se questo avviene prima che sia iniziato il girone di ritorno tutte le partite disputate vengono annullate;
b) se questo avviene dalla prima giornata del girone di ritorno in poi, i risultati acquisiti fino al momento del ritiro hanno valore agli effetti della classifica e le rimanenti gare verranno omologate con il risultato di 0-20;
c) Nel caso in cui il campionato preveda una seconda fase in cui vengano riportati i punti degli scontri diretti o totali della prima fase, si procederà come segue:
- se la rinuncia avviene prima che sia iniziata la seconda fase tutte le partite disputate vengono annullate;
- se la rinuncia avviene dalla prima giornata della seconda fase in poi, i risultati acquisiti fino al momento del ritiro hanno valore agli effetti della classifica e le rimanenti gare verranno omologate con il risultato di 0-20.
Adesso, io non sono magistrato od avvocato, ma la sensazione che ci sia un leggero conflitto normativo la avverto. E che in questo guazzabuglio ci sarebbe materia per un ricorso, idem. Ma il problema non è il ricorso. Il problema è che il sistema si insegue. Ed il motivo principale per cui è stata presa questa decisione, opinione personale, è che sarebbe stato imbarazzante tirarsi dietro differenze canestri disomogenee e statistiche farlocche.
Ed eccoci alla fine. Sento già che qualcuno dice: ma come, proprio tu che invochi la via americana ti opponi ad una soluzione che guarda alla sostanza e non alla forma ? Eh no cari ragazzi, non provateci nemmeno. In primis perché non si può fare i sacerdoti delle regole quando conviene e poi piegarle ad esigenze, anche magari legittime e condivisibili, quando conviene di più. Questo è un male dell’intero paese, che ha un’idea della legalità del tutto stravagante ed ondivaga, cui non aderirò né ora né mai. In secundis perché se c’era tutta questa elasticità doveva essere esercitata quando si sono giocate partite con stelle NBA in vacanza, con giocatori motivati, con scioperanti, con ragazzini, senza medico, senza fischi e senza dignità. Quindi, resto in (poco) fiduciosa attesa di risposte sul curioso merito giuridico. Ma la realtà riguarda il metodo. E per giudicare quello secondo me non c’è bisogno di Camera di Consiglio.
Ho visto MPS-Fenerbahce. Credo, con rispetto, che si tratti di due estremi, la squadra che fa di più rispetto al valore teorico dei singoli e quella che viceversa raggiunge il minimo nel rapporto teoria-pratica. Sarebbe facile discendere alla conclusione che da una parte è merito e dall’altra colpa dell’allenatore. Io invece, che certo condivido molte più idee con Pianigiani che con Tanjevic, ritengo che sia solo apparentemente logico questo modo di procedere. Che una squadra non diventa grande senza un grande allenatore, ma non tutti i grandi allenatori sono sufficienti per creare una grande squadra. Il che non toglie che il Fenerbahce giochi in maniera veramente impresentabile per atteggiamento e sviluppo, e che siano bastati due raddoppi e due canestri di Lavrinovic per affondare una banda di giocatori dal livello teorico e lo stipendio decupli rispetto alla voglia di giocare insieme. Cosa di cui l’allenatore deve essere responsabile of course, ma solo nella sua quota-parte
Analogamente mi pare poco corretto a livello di metodo pensare a Boniciolli come ad un pranoterapeuta del canestro che impone le mani ai discepoli smarriti e li guarisce dal mal sottile. Matteo, che certo condivide molte più idee di Tanjevic rispetto a me, ha portato il suo robusto mattoncino. E sfruttato la famosa “scossa”. E la profondità del roster. Nonché gli oggettivi demeriti dei suoi avversari lombardi. Non può essere tutto merito suo (e per converso un disastro di quel Gentile che esordì nella stagione precedente con 9 vittorie di fila). E ancora meno può essere solo un caso. Le proporzioni in cui tutti questi ingredienti pesano nella mini-striscia capitolina potremo definirle solo col tempo. Posto che se l’obiettivo è quello di non finire sotto l’ottavo posto per non perdere la licenza di Eurolega (che non è più triennale ma indefinita nel tempo) a me pare che la Lottomatica sia la più attrezzata a sfidare in finale Siena (tabellone permettendo). E non solo perché ha battuto un’AJ così piatta che più piatta non si può
Tornare sul caso-Napoli non è facile. Ma non è facile neppure nasconderlo. Ripeto rapidamente i concetti: indipendentemente da quanto prevedibile fosse il finale della vicenda, a questo siamo, ad un finale. I titoli di coda sono già scorsi per intero, la luce è stata riaccesa e la gente ha lasciato il cinema. Ora si tratta di trovare chi lo dice a voce alta e lo sancisce. Detto con profondo rispetto, non me ne frega alcunché delle regole e di quello di dicono rispetto al permettere che questo scempio prosegua. A meno 8, senza risorse, con una vicenda di falsi da chiarire e giocatori che l’ ormai ex-allenatore, vittima incolpevole, deve elogiare per numero di maglia in conferenza stampa, la scritta “game over” la verga il buon senso, altro che regole. Mi verrebbe facile scagliarmi contro alcune delle cose dette da Papalia nell’intervista a Stefano Valenti. Se vi incuriosisce leggetela qui . Mi interessa invece sapere altro, tipo cosa si pensa di fare per evitare in futuro cose del genere. Come riscrivere non le regole ma la cultura di questo giochino, così dilettantesco e caciarone da non ricordarsi che la sua salute dipende da concetti noiosi ma ineludibili come investimenti, economicità, rispetto delle scadenze, risorse, ecc. E dalla serietà delle persone, che si misura nell’affrontare con onestà intellettuale gli errori, e non nell’evitare di commetterli
Durante le feste abbiamo anche versato lacrime di coccodrillo per non aver benedetto le feste con abbondanti dosi di basket in campo e sui media. Il pianto del giorno dopo d’altronde è da sempre una specialità nazionale. E poi, chi dovrebbe prendere in mano le redini della cosa e dire adesso si fa così” ? Chi, la Federazione, la Lega, il CONI, i dirigenti di società ? Chi ?????? Quelli che stiamo aspettando sul caso-Napoli ? Quelli che hanno reso possibile il non-tesseramento di un giocatore (nell’epoca del Wi-Fi) per la chiusura di un ufficio ? Quelli che stanno gestendo Baskettopoli in questa maniera ?
Prima di chiudere con la già citata Baskettopoli, è meglio ricordare a tutti noi che stiamo aspettando Godot. Beckett sarebbe orgoglioso di un mondo in cui tutti si accusano a vicenda di azioni ed omissioni con toni grandguignoleschi senza mai prendersi una singola responsabilità. Neppure quando succedono cose di enorme gravità (pur nella loro non-serietà).
Come appunto Baskettopoli, che documenti di varie istituzioni statali fotografano così:
Un’indagine della Polizia postale e della comunicazioni durata circa 2 anni, coordinata dalla Procura di Reggio, che ha portato alla contestazione di gravi responsabilità penali nei confronti dei vertici pro-tempore del Comitato Italiano Arbitri, organo tecnico della Federazione Italiana pallacanestro e di circa 80 tra arbitri e designatori arbitrali.
Ai vertici, pro tempore, del Comitato Italiano Arbitri GARIBOTTI GIOVANNI, Presidente, GIOVANNI BATTISTA MONTELLA, responsabile del Settore Commissari Speciali, ALESSANDRO CAMPERA, designatore dei Commissari Speciali e MASSIMO CUOMO, Designatore degli arbitri di serie C maschile, vengono contestati i reati previsti e puniti dagli artt. 416-323 c.p. ed art. 1 co.1, L. 401/89 (associazione per delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio ed alla frode in competizioni sportive); ai restanti indagati, a vario titolo, i reati di abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive, in concorso. Già il 28/04/09 a Garibotti, Montella e Campera era stata notificata, la misura cautelare interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio, emessa dal G.I.P. di Reggio Calabria dott.ssa Kate Tassone.
L’attenzione dapprima si era incentrata sulla modalità e la tempistica nelle decisioni sui voti da attribuire agli arbitri da parte dei vertici del Comitato Italiano Arbitri. Va evidenziato che tali decisioni erano determinanti per l’avanzamento in carriera di alcuni e per la penalizzazione e retrocessione di altri. Dallo sviluppo delle indagini è emerso in modo chiaro che il sistema era fortemente influenzato dai predetti, i quali penalizzavano gli arbitri non consenzienti alle loro indicazioni, facendoli retrocedere ed invece favorendo quegli arbitri che si attenevano alle disposizioni ricevute. Detto sistema ha peraltro consentito ai quattro responsabili, attraverso arbitri consenzienti, di favorire alcune squadre a danno di altre, determinando promozioni e retrocessioni di compagini sportive. Gli incontri oggetto d’indagine, allo stato, riguardano alcune squadre delle regioni Toscana, Umbria e Sicilia, militanti nei campionati nazionali di serie B e C.
L’attività illecita ha lo scopo di creare una categoria di arbiri compiacenti e ragionevolmente più disponibili verso eventuali richieste dirette a pilotare gli incontri”.
Gli indagati consegnano al giudice e alla collettività uno spaccato desolante del malaffare che sembra avvelenare. in base all’evidenza disponibile, anche quello che piacerebbe pensare come il tempio della meritocrazia pura, dell’agonismo di olimpica memoria, il luogo del “vince il migliore”. E ancora: “L’illecito è stato ed è posto in essere dai tutori delle regole, dai controllori e via via sempre più su in una girandola di cinismo e spregiudicatezza che, oltre al rispetto delle regole, sembra aver travolto anche il senso del pudore”.
Toti: “So per certo che sono sotto osservazione anche partite di serie più importanti. Spero che la verità venga a galla”
Parole, precise e pesanti, evidentemente legate in gran parte a dei fatti (alcuni già accertati). Tutti da circoscrivere e definire nelle sedi designate. Per l’ennesima volta, SOPRATTUTTO per confermare che la stragrande maggioranza della categoria è da sostenere con convinzione, a tutti i livelli. Ma non è che per questo, o per quieto vivere o per altri motivi si possa far finta che sia una barzelletta. Sì, quasi tutti abbiamo reagito in ritardo, lo scrivente per primo. Sì, prima che la Gazzetta ci facesse due pagine non abbiamo colto la portata del disastro, mea maxima culpa. Ciò detto, il problema non è il ritardo nel registrarlo ma il disastro in questione. Di giochetti col dito e la luna ci intendiamo abbastanza per non farci irretire. E che tra le righe ci tocchi sentire che “non c’è rilevanza penale”, che comunque “le cose faranno il proprio corso”, che “sono esagerazioni mediatiche”, che “è roba solo delle minors”, beh, è davvero un po’ troppo.
E’ anche troppo creare un partito trasversale per togliere i riflettori dalle cose importanti ed illuminarne altre, per illuminare qualche possibile colpevole più di altri o comunque per far perdere di vista la valenza generale della vicenda cercando uno o più capri espiatori che a propria volta hanno sempre la chance di mega-chiamate in correità, magari pubbliche ed indistinte (altra grande specialità tricolore).
Invece, il Godot di cui sopra dovrebbe arrivare, farci un compendio completo di tutto quello che è stato rilevato dalla Procura tramite le intercettazioni, dirci chi è già stato dichiarato colpevole e, ahimè, escluderlo per sempre (mica a tempo !) da un ambito così delicato. Non per giustizialismo, ma perché quelle carte trasudano di violazioni dell’etica sportiva che non possono essere addebitate ad uno sbandamento momentaneo.
Ma questa (molto ipotetica) azione, sarebbe solo un misero atto dovuto. Una parte infinitesimale della rivoluzione valoriale che dovrebbe avviarsi per lo shock di leggere quelle cose. Così come i legittimi interessi dei danneggiati (arbitri retrocessi o non promossi, squadre dove accertato) vanno tenuti nel massimo conto. Ma idealmente nei vari procedimenti la costituzione di parte civile più importante è quella di tutti gli appassionati, non di un singolo o della FIP (bizzarra posizione tra l’altro …). Chi è stato danneggiato va risarcito presto e bene, come giusta deve essere la misura delle pene. Ma l’interesse comune è più importante di quelli singoli, pur meritevoli della massima tutela. Punire chi ha sbagliato e risarcire chi ne ha diritto, senza caccia alle streghe ed esagerati sensi di colpa. E poi ?
E poi cambiare. In meglio. Uscire dalle tenebre, dalla politica, dal carrierismo, dalle rendite di posizione che infestano un’attività così nobilmente declinata da tanti sportivi veri che sacrificano tempo e affetti per permettere al basket di esistere. Dare risposte franche ed oneste, dirette ed esaustive. E darle nei tempi e modi giusti, in maniera completa, almeno quando si decide di farlo. Prendo due esempi di cui ci si è occupati recentemente.
Il primo è relativo alla vicenda Cicoria-Siena, di cui trovate ampio resoconto in post precedenti. Ampio non per fare del sensazionalismo o sussurrare chissà che. Solo perché le intercettazioni attraversano il territorio delle designazioni ed è nostro dovere chiedere delucidazioni, un’interpretazione autentica che tenga appunto lontane quelle interessate e capziose, da qualsiasi parte provengano. La risposta arriva dopo qualche giorno tramite l’intervista alla Gazzetta dello Sport di uno dei due designatori, Colucci, che si allinea alla spiegazione data dall’abbonato senese (http://www.menssanabasket.it/site/detailNews.aspx?K=2522). Ma Colucci e in generale la FIP (o il CIA) ci devono perdonare se ci permettiamo di fare delle considerazioni, senza avere alcun motivo per dubitare della versione sua e del signor Vettori.
Se le cose stanno esattamente così (nel senso che non c’è qualcos’altro da sapere), quale punizione è stata comminata all’autore di un gesto così grave ? Un arbitro che fa una cosa del genere deve star fermo a lungo secondo me, non essere semplicemente tenuto lontano dal campo in cui è avvenuta. Almeno, io la vedo così e mi piacerebbe conoscere l’opinione dei suoi responsabili (che so essere diversi dai designatori).
Quattro anni di assenza da un campo non sono un’anomalia per un arbitro che era stato ritenuto in grado di dirigere la gara 4 di una serie la cui gara 1 (stando a Vettori e Colucci) si sarebbe conclusa in quella maniera ? Si badi bene, a scanso di agitatori di dita in agguato, quando parlo di anomalia non mi riferisco a qualcosa di losco o torbido, men che mai volto ad alterare l’esito di gare. Mi riferisco al criterio di designazione e soprattutto al fatto che tutto sia stato tenuto sottotraccia per quattro lunghi anni senza che mai l’argomento venisse affrontato. Laddove una rapida e chiara pubblicità avrebbe disinnescato sul nascere qualsiasi dubbio
La seconda vicenda ha avuto il suo corso nel weekend. Sabato il collega Enrico Campana pubblicava su “Il Cittadino” uno circostanziato articolo in cui tra le altre cose si affermava che
E purtroppo si torna a giocare con una coda di inchiesta che tocca livelli alti, con possibili filoni e ramificazioni, ma non riguardante i club. Si tratta di un “malaffare”, come lo si descrive, del sistema arbitrale che sembra un castello di carte. La lettura natalizia approfondita degli atti della procura di Reggio Calabria “sdoganati” dall’ufficio legale della Federbasket ha riservato amare sorprese e l’immediato intervento del presidente del Comitato Italiano Arbitro. Sarebbero coinvolti 3 arbitri di A, 2 di Lega Due, un commissario di A, un commissario di Lega Due ed altri arbitri e commissari delle serie minori fra i quali addirittura un dipendente della federazione che opera nella A dilettanti. E inoltre due presidenti di Comitati regionali, uno dei nord e uno del sud, quindi anche la stessa struttura federale periferica negli ultimi tempi oggetto di ipotesi di riforma. Lo scenario dei tre casi principali sarebbe quello di raccomandazioni, un malvezzo però un po’ spinto. Un arbitro avrebbe raccomandato un proprio collega di A1 del quale è molto amico per dirigere gare più importanti. Un altro voleva aiutare un famigliare a far carriera nei campionati minori. Il caso più grave che configura una possibile forma di tentativo di illecito, è il colloquio in cui si perora la causa per salvare una squadra ligure in una partita delicata del campionato dilettanti. Squadra che sulla carta partiva battuta, come si ascolterebbe nelle intercettazioni, e invece sorprendentemente risultò vincitrice. Luciano Tola si sarebbe mosso tempestivamente,e il 31 dicembre avrebbe informato chi di dovere. Il quale sembra non fosse a conoscenza di questo “livello maggiore”!. Il Procuratore Federale disporrà per lunedì i provvedimenti del caso per riaprire il fascicolo che riguarda già 41 indagati per “abuso di ufficio e frode sportiva nei campionati di B e C per favorire alcuni arbitri”.
Da parte sua il presidente dell’Aiap (Enrico Sabetta, succeduto a Luciano Tola) ha indetto una riunione straordinaria per sabato 2 gennaio al PalaBarbuto di Napoli, come si legge sul sito dove l’ordine del giorno era “Inchiesta di Reggio Calabria, Comunicazioni del presidente, Varie ed eventuali). Due dei tre fischietti “pizzicati” nell’indagine della procura reggina per il filone delle carriere arbitrali taroccate – per ora tutti fatti senza rilevanza penale, ma gravi per la Magna Charta sportiva che sancisce l’obbligo della correttezza e lealtà sportiva – scenderebbero addirittura in campo questa domenica in una partita molto delicata. Lunedì la Procura federale annuncerà l’apertura dell’inchiesta-bis, e dovrebbe scattare una sospensione cautelativa di un mese per procedere agli interrogatori. La cosa fa rumore, ma era nell’aria da tempo. Troppe polemiche aspre sugli arbitraggi si sono lette ed ascoltate, soprattutto da parte di alcuni presidenti. Si vociferava di veti, anche di arbitri aventiniani (l’enigmatico semiritiro di Reatto, ufficialmente per stare vicino alla moglie). E Roma ritenendosi colpita avrebbe da parte sua presentato addirittura un esposto alla Procura di Reggio Calabria. Se il Procuratore Alabiso risconterà fatti o comportamentali lesivi sull’operato dei tre arbitri in termini di condotta antisportiva, si prospetta una punizione esemplare .
Permettetemi di ritenere che un collega di questa esperienza non sia in grado di partorire un pezzo con riferimenti così precisi se non ha avuto notizie ritenute affidabili da fonti confidenziali. Lette queste parole, come altri, mi sono messo alla ricerca di conferme o smentite, ed ho trovato soprattutto le prime. Anche perché inserendo in un motore di ricerca i nomi degli arbitri di serie A che sarebbero stati sospesi (giravano vorticosamente nell’ambiente) si ottengono questi risultati:
Carmelo Paternicò è stato sentito in relazione ad una telefonata tra lui e Garibotti nella quale Paternicò avrebbe sollecitato la designazione di un commissario “benevolo” nella valutazione del fratello di un altro arbitro di serie A, Renato Capurro, arbitro della A dilettanti.
Esempio dagli atti del Gip: “L’arbitro Enrico Sabetta chiama Montella per raccomandare Laura (Russo)”.
Anche qui, colpa mia e di altri aver “scoperto” la vicenda tardi. La questione relativa a Paternicò viaggiava in rete a inizio maggio, e riesce naturale pensare che se avesse avuto una qualsiasi rilevanza provvedimenti sarebbero stati presi ben prima del gennaio 2010. Voglio dire, qualcuno lo avrà pur sentito nel merito (come gli altri). Probabilmente per giungere alla conclusione che si trattava di una sollecitazione priva di risvolti irregolari, perché se io chiamo il mio direttore e gli dico che forse Mamoli o De Rosa meritano più attenzione spero di non fare alcunché di disdicevole e che il direttore decida per i fatti suoi. Ma indipendentemente dal merito, qui rileva sapere come mai queste faccende vengano fuori così tardi ed in maniera così abborracciata. E soprattutto come mai vengano fuori con questa indiscutibile evidenza e poi vengano “smentite” (????) così dalla FIP dopo che il presidente del CIA aveva parlato di “esagerazioni mediatiche” nell’intervallo di Lottomatica-AJ (dove in campo c’erano Paternicò e Capurro)
“Allo stato attuale non c’e’ nessuna iniziativa di sospensioni per questi arbitri”. Lo afferma la Federazione Italiana Pallacanestro. La Fip smentisce cosi’ quanto pubblicato dalla Gazzetta dello Sport sulla sospensione di tre arbitri di Serie A (Paternico’, Sabetta e Capurro) e due di Lega2 (Beneduce e Perretti) perche’ citati nelle intercettazioni della Procura di Reggio Calabria relative all’inchiesta su alcune partite minori, dalla A dilettanti in giu’, di alcuni campionati italiani.La Fip ha avviato un accertamento interno per capire come sono venuti fuori i nomi di questi arbitri per i quali – precisa la federazione che domani pubblicherà un comunicato ufficiale sulla vicenda – “non c’è nessun coinvolgimento di responsabilità per quanto concerne la giustizia sportiva”
La fuga di notizie no, dai. Non fateci un comunicato sulla fuga di notizie, come se al Cittadino o alla Gazzetta ci fosse gente che pedina, intercetta o spia. O come se a professionisti di quel livello potesse venire in mente di precostituire dal nulla un falso su una cosa così specifica. Dai ragazzi, siamo seri. Chi domenica non ha sentito questa storia da varie fonti (tutte rigorosamente provenienti di prima mano dall’interno della categoria arbitrale) vive in un altro ambiente o su diverso pianeta.
E poi, se neghi una cosa che chiaramente ha un fondamento, annunci comunicati per giovedì (ovverosia 5 giorni il Cittadino, 3 dopo la Gazzetta) e parli di complotti mediatici ottieni un solo risultato. Che è quello di far pensare che c’è qualcosa di grosso da coprire. E che questo obiettivo venga raggiunto scientemente o meno è irrilevante. Io processi alle intenzioni non ne faccio, ed anche se mi appassiona molto la ricerca di Verità e Giustizia in altri e più importanti ambiti, rifuggo dalla voglia di giocare all’agente segreto. Per cui, ad esempio, non annetto significato alcuno all’assenza di quei nomi dalle designazioni per il prossimo turno. Potrebbero essere infortunati o non designati per scelta tecnica, non mi interessa. Ma chiedere chiarezza e fatti invece di suggerimenti interessati e depistaggi mi pare il minimo, specialmente perché, lo ripeto, è roba vecchia ed al 999 per mille irrilevante !
Uno degli aspetti terribili della vicenda è indurre a credere (per millantare credito da parte di qualcuno, per deviazione culturale, per “colpa” di Calciopoli o altro ancora) che dalle designazioni dipendano i risultati. Il mio maestro Aldo Giordani, requiescat in pace, ne era convinto. A costo di svegliarmi tra poco nel Paese delle Meraviglie io respingo in toto questo modo di procedere in assenza di fatti in senso contrario. Ma questa è proprio la scellerata impostazione che si respira nelle pagine non già dei meravigliosi Superbasket d’epoca dove il magico Jordan firmava le lettere con pseudonimi degni di D’Annunzio (Melo Sgrulli, Baia Domizia, ecc. ). No, sono le pagine riempite dalla polizia postale di Reggio Calabria che trasudano di questo modo deteriore di intendere l’arbitraggio, di queste dietrologie, di queste povertà morali ed etiche. Ed è un modo di ragionare che fa troppi proseliti tra addetti e non ai lavori.
E allora voglio chiudere con un sogno. Che domani si smetta coi sussurri e le grida, coi dossier sbandierati (senza mai produrli), le chiamate in correità, le vesti strappate coi buoi già a chilometri dalla stalla, il vittimismo, il minimalismo, il sensazionalismo e le invidie di piccolo cabotaggio. Che si presentino davanti all’opinione pubblica tutti assieme, Petrucci, Meneghin, Tola, Alabiso, Colucci, Paronelli, Renzi, Paternicò, Sabetta, Capurro, Cicoria ed altri 10. Per chiudere definitivamente i conti col passato, magari anche senza accordo tra di loro, un confronto civile ed onesto sarebbe un passo avanti, non uno scandalo. Per dire stop ai pagamenti rateali di questi debiti che tutti assieme abbiamo maturato nei confronti di chi ama la pallacanestro. E per spiegare come nel futuro si riparte eventualmente dagli stessi nomi ma NON dagli stessi presupposti. Che il problema si risolve facendo un salto di qualità culturale a tutto tondo, che significa anche accettare i risultati e gli errori in quanto tali o astenersi dal fare sport. Già, un sogno ……
La cultura, vocabolario alla mano, può essere definita come quel patrimonio sociale di un gruppo umano, trasmesso di generazione in generazione, che comprende conoscenze, credenze, fantasie, ideologie, simboli, norme, valori, nonché le disposizioni all’azione che da tutti questi derivano e che si concretizzano in schemi e tecniche d’attività tipici di ogni società. E che c’azzecca col basket, avrà pensato più di qualcuno ? Io dico che ci azzecca, e non solo perché lo sport è chiaramente una fondamentale forma di cultura.
Una cultura formata dai comportamenti di chi in questo gruppo umano vive. Cito un grande giocatore e grande uomo, Steve Nash, che parla del suo vero Amore commentando l’episodio Henry
My point to people is they act as though he left his house that morning (planning) that he was going to handball and win the game. The ball came over 15 peoples’ heads, skipped on a wet grass and hit his arm. Whether he made a reaction to handball or not, we’re talking about a split second. I don’t think you can hang someone for murder when they just put their hand up. Manslaughter, maybe. It’s a reaction. and anyone in that situation would’ve done that. We could always say, ‘He celebrated after,’ and did all that. When there are 80,000 people in your country that are erupting as you made the World Cup, I’d like to see how many of us would tell everyone to sit down and actually hand him the ball. It’s the referee’s job.” “It’s hypocritical. It’s a shame that that’s what happened. My family’s English (his parents moved to South Africa two years before he was born). In England and Ireland, you’re taught from a young age not to cheat, not to dive, not to do anything that would gain an unfair advantage. The English, and I’ll say, ‘We English,’ expect everyone to be that way but the truth is the rest of the world is taught to do the opposite. Get any advantage you can. For the English and Irish to turn around and hold everyone up to their standards is unrealistic.
Una spiegazione interessantissima, anche dal punto di vista antropologico. Certo, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E il magico Steve ha ragione a dire che tutti quelli che si sono scagliati sul suo amico francese non avrebbero mai avuto il coraggio di dire “è vero, ho fatto fallo di mano apposta”. Ma ugualmente bisogna tendere all’utopia, sperare che tra 10 o 100 anni ammettere qualcosa contro i propri interessi sarà normale, virtuoso, accettato. Senza assediare magari per due ore chi fa uno sforzo di verità e giustizia ….
Ebbene, io dico che tutti noi della comunità dei canestri siamo responsabili in quota-parte di alcuni dis-valori che fanno parte della nostra cultura. Ed il fatto che siano meno rilevanti rispetto al calcio non può e non deve consolarci. Non sto puntando il dito contro una o più persone e mi faccio carico della mia rilevante quota-parte di responsabilità. Ma la cultura si può costruire o ri-costruire, e questo potrebbe essere il momento di farlo.
Mi rendo conto che il discorso potrebbe suonare reboante o velleitario, ma il dibattito culturale è una delle cose più stimolanti che ci possano essere, e non mi va di rinunciarci. Il principale disvalore che riscontro è credere che il risultato sia l’unico obiettivo cui tendere. “Il fine giustifica i mezzi” è una frase tremenda, orribile. L’elogio della furbizia è tutto tranne che condivisibile, e nessuna persona dotata di senso della Giustizia e della Democrazia vorrebbe mai vivere sotto il giogo di quel Principe. Esagerato, direte voi, ma cosa c’entra con quel meraviglioso balletto che si celebra nei 28 x 15 di parquet ? Un po’ c’entra, credetemi.
Non è nostalgia di De Coubertin e non è superficiale buonismo. Ma che tutto debba essere retto dal principio “chi vince ha sempre ragione” è francamente insopportabile, in più di un senso. Intanto, in linea di principio, competere in maniera equa è molto più importante che vincere. E per “equo” non mi riferisco ad una formale osservanza del dettato di regolamenti spesso vuoti ed anacronistici. Intendo semmai una autentica adesione al principio che è preferibile perdere comportandosi rettamente che vincere in maniera anti-etica.
Non risulta alcunché di simile nella nostra serie A ? Verissimo, ma non mi basta. Ho troppa paura di un ambiente (quello sportivo in generale) che mette in croce chi si fa fare un gol per riparare un torto subito, esalta la figura dei maneggioni e non riesce a sconfiggere (anzi ….) una piaga come quella del doping. Certo, al momento nel basket di vertice non c’è traccia di comportamenti simili e personalmente ho zero elementi per credere il contrario. Ma non possiamo far finta che quello che leggete sotto (dal sito di Gazzetta) sia accaduto in un altro paese ….
Intercettazioni squallide, per livello morale e “culturale”. Addirittura Garibotti utilizza il figlio Matteo per sistemare le partite. Dice all’arbitro Rosi che “Cecina deve vincere” ricordandogli che avrà il commissario (cioè voti alti) se la gara andrà come previsto. E quando ancora al Cecina capita un arbitro “vero”, e il loro dirigente si arrabbia, Garibotti dice al telefono: “Ha ragione quello del Cecina ad incazzarsi, gli diciamo cazzo che gli mandiamo gli arbitri a favore, e poi gli fanno così, ma vaffanculo dai…”. Così anche per la squadra di Porto Empedocle: favori in cambio di cosa, oltre che soggiorni e cene di pesce?
Sì, responsabilità individuali, chiaro. Ma sempre a livello culturale, ce ne siamo preoccupati a sufficienza ? Io personalmente no, lo dico con dispiacere. Nel basket italiano non esiste un Principe, ma non per questo è meno grave la generale tolleranza (invidia ?) per chi prova a vedere se le regole e prima ancora i princìpi che le informano sono flessibili. Se si piegano cioè a interpretazioni speciose ed aggiramenti. Siamo sicuri che tutti condanneremmo un eventuale Principe ? Non è che invece sotto sotto tutti pensiamo che se uno è in grado di “aiutare” la propria causa fa bene a farlo (salvo trasformarci in Savonarola nel momento della scoperta degli “aiuti”) ? E addirittura che i più bravi sono quelli che lo fanno meglio ?
Non sto denunciando qualcosa in maniera criptica, sia ben chiaro. Sto solo dicendo che prevenire è meglio che curare, e che migliorare gli anticorpi del sistema non sarebbe una cattiva idea (inchiesta di Reggio Calabria docet). E poi la non-cultura del risultato si estrinseca anche in cose meno gravi e più sfuggenti. Siamo in grado di parlare bene, per una volta, di un allenatore o un giocatore che han perso una partita od un campionato ? O di sottolineare gli errori o le mancanze di chi invece ha vinto ? Ancora, personalmente non abbastanza. Il basket è un gioco di squadra, in cui il risultato finale è solo la sintesi di tantissimi elementi. Partire dal risultato per poi cercare di trovare i motivi che lo hanno determinato è un’operazione scorretta in senso stretto. Ma è la tentazione cui tutti cediamo, perché …. così fan tutti.
Siamo capaci di andare oltre i dati, oltre le statistiche, oltre la logica comune ? Anche qui, non abbastanza. Pensiamo agli arbitri, al loro ruolo, così delicato e significativo. Quelli coinvolti nella vergogna su cui indagano a Reggio Calabria non vanno mischiati con la parte sana della categoria. Quella che andrebbe aiutata da tutti in quanto “male necessario”, già che tutti ne faremmo volentieri e meno ma senza non si può giocare. Li aiutiamo gli arbitri ? O gli chiediamo di cavarsela, di essere politicamente corretti prima che coraggiosi ? Io dico la seconda. Tecnicamente i nostri fischietti devono migliorare, questo è indubbio. Ma per farlo ci vogliono professionalità, cioè in ultima analisi soldi. Un paradigma importante, perché personalmente rifuggo da quelli che vogliono farci credere che sono proprio i soldi a portare la corruzione della morale. Troppo comodo, troppo banale. Semmai, provoco, è esattamente il contrario.
Chi non rispetta l’etica sportiva non può accusare i soldi o le tentazioni. Deve prendersela con sé stesso. E tenere gli arbitri in questo eterno limbo tra professionismo e dilettantismo, scaricare barili sulla e dalla Federazione significa solo non voler fare un passo avanti. Accettare il risultato si deve e si può. Ma per farlo davvero bisognerebbe anche prima aver fatto tutti gli sforzi possibili ed immaginabili per ridurre il margine di errore comunque insito nel gioco.
Vogliamo aiutare gli arbitri ? Cominciamo a valutare le loro decisioni solo con la tecnica e non con la dietrologia da spettatori o giornalisti. Proseguiamo con un comportamento da parte degli allenatori meno plateale e meno volto a trarre un vantaggio (sicuramente minimo) dal loro condizionamento. E finiamo trasmettendo ai giocatori la cultura che buttarsi per terra o usare dei trucchi per fare qualcosa di non legale e/o attriubuirlo all’avversario è un comportamento anti-etico, e non ne vale la pena neppure se aumenta le chance di vittoria. Naturale, chi arbitra deve intanto aiutarsi da solo, e non certo giustificare le proprie carenze tramite quelle degli altri.
Il risultato è importante, fondamentale. La stordente bellezza dello sport sta nello stimolare sacrifici incredibili in nome della Dea Nike, della Vittoria. Tutti noi amanti di questa gioia della vita ci immedesimiamo in chi vince e vuole farlo, Ma non a tutti i costi, e neppure a prezzo di realizzo. Altrimenti che gusto c’è ? Più princìpi e meno Principi, insomma. A volte è questione di accenti ….
• Le generalizzazioni sono sempre sbagliate e parziali. Ma non posso negare che finora in Italia ho visto partite accese ed equilibrate, giocatori solidi e intensi ed allenatori organizzati e rigorosi. Unico assente il bel basket. Inteso come basket vario, teso al progresso tramite una visione e giocato con autentica voglia. Insomma con quegli elementi che sono inversamente proporzionali alla fretta nel giudicare e giudicarsi che fa delle squadre quantità sempre più incerte ed instabili. Che non possono esprimere quel basket che vorrei vedere io. Peccato, perché non è questione di soldi ma di metodo ….
• A proposito di soldi: sappiamo bene che ci sono forti differenza di budget tra alcune formazioni e che questi “delta” finanziari sono alla radice di alcuni gap tecnici. Se volessimo discuterne seriamente potremmo (dovremmo) porci il problema di come riequilibrare il sistema. Siccome però questa volontà e questa capacità non c’è, agli attori della vicenda tocca prendere ogni partita per quello che è, senza tirare in ballo ogni volta valutazioni presuntive sulla spesa altrui. Sarebbe bello che parlando (ahimè ancora) per generalizzazioni ci si scordasse della relativa competitività economica del nostro sistema. O che perlomeno la si facesse diventare uno stimolo ad utilizzare in maniera sana e virtuosa l’italica arte di arrangiarsi.
• Anche perché se proprio dobbiamo parlare di soldi, potremmo applicarci con maggior costrutto a rinforzare le garanzie in termini di adempimenti verso i dipendenti (specie quelli in canotta e mutande). Materia nella quale le insufficienze sono trasversali e sistematiche.
• Due squadre biancoverdi in testa, ma una fa più notizia dell’altra. Avellino mi stupisce non certo rispetto al valore dei singoli, che ritenevo sulla griglia da seconda-terza fila, ma rispetto a come quei singoli riescono a giocare insieme fin dall’inizio. La prova è che la squadra riesce ad ammortizzare le stecche di qualche tenore grazie alla forza del coro. Merito ovviamente della disponibilità dei giocatori, del lavoro dello staff tecnico e della forza della società. Fossi negli avversari mi spaventerei un po’ perché il ritorno di Akyol potrebbe coincidere con il consolidamento dell’intesa Brown-Nelson, una coppia di esterni che quando riuscirà a lavorare con regolarità all’unisono marcherà una differenza seria con buona parte della concorrenza. Questo non significa che i lupi possano mettere la “perfect season” nel novero degli obiettivi raggiungibili. Ma che questo 6-0 non sia casuale è del tutto pacifico
• I 55 di Jennings contro Golden State (o quel che ne rimane) hanno colpito non poco l’opinione pubblica dei canestri. Le considerazioni al riguardo potrebbero essere migliaia, a partire dal relativo valore della difesa (o presunta tale) dei Warriors. In generale ribadisco che non mi baloccherei troppo con le (enormi) differenze tecniche, ambientali e culturali tra i due modelli di basket e società sportiva. E meno ancora sulla distanza siderale tra le statistiche del BJ romano e quelle del rookie wisconsiniano. Anche prima delle mirabolanti recenti prove non potevamo ignorare la velocità del ragazzo, il suo trattamento di palla e la forte personalità rispetto all’età. Poi è diverso partire da un contesto che ti chiede di adattarti ad una realtà lontana anni luce dal tuo background ed uno, molto più vicino alle tue corde, che ti impone addirittura di essere protagonista. Ci sarebbero altre mille cose da dire, ma da questo novero escluderei l’assunto che siccome nell’NBA finisce sempre 130-125 non difende nessuno. Certo, squadre come Golden State, Toronto, New York, la stessa Milwaukee, Phoenix, giocano in una certa maniera. Ma chi pensa che con le regole NBA il Prokom o l’Orleans le terrebbero a 75 ha bevuto roba di qualità infima.
• Ultima cosa: ho la sensazione che prima o poi ci capiterà di vedere una partita che si concluderà con un canestro, potenzialmente decisivo, sulla sirena. Magari mi sbaglierò e questa malaccorta previsione servirà ad esorcizzare il pericolo. Ma a livello di caso di scuola l’ipotesi rimane valida. Possibile che a nessuno venga in mente di mettere mano alla materia ? Abbiamo fatto un incredibile e provvidenziale salto in avanti nel 2004, e gli Dei del basket hanno scelto Ruben Douglas per farcelo capire. Possibile che a distanza di 5 anni a nessuno venga in mente di rimettere mano a quel sistema ? Di fare un vero e serio investimento per varare un instant replay per tutte le gare di campionato (almeno per il caso del canestro decisivo) ? Di dare un’occhiata alle circostanze in cui si può far ricorso allo strumento (tranne l’interferenza sono quelle frettolosamente disegnate nel settembre 2004 sull’onda del “facciamo l’eperimento”) ?
• A Biella partita non bellissima, pur nell’equilibrio. Difficile peraltro sperare in meglio con squadre che assomigliano a cantieri ed in cui bastano due infortuni per ritardare ulteriormente il processo di formazione di quel terreno comune che fa la differenza sempre e comunque (Siena docet)
• Un tema che ci si trova spesso ad affrontare è quello del conformismo tecnico, vedi fisionomie assai somiglianti tra le squadre. Il problema non si esaurisce in un ripetersi di giochi d’attacco (peraltro non necessariamente piacevole). Si tratta di una latitanza di concetti, di cambi di ritmo, di variazioni sul tema. Tutte quelle cose cioè che, guarda caso, si possono raggiungere solo con tempo, familiarità, lavoro, stabilità
• Il controsenso ed il paradosso della situazione è che parlando in generale questa generazione di allenatori dipenderebbe ancor più delle precedenti da questa stabilità. E invece deve fare i conti con poco tempo e poca pazienza, sempre parlando in generale. E con giudizi basati solo sul risultato dell’ultimo quarto, neppure dell’ultima partita
• Un altro tema classico è l’assenza del playmaker. Denunciata alle prime difficoltà da chi nel selezionare i giocatori chiede prima se attaccano sul pick and roll e poi la percentuale da 3. Ora, i giocatori che eccellono in queste due categorie difficilmente sono anche delle cime in termini di lettura della gara. Altrimenti i Knicks ed altre 20 squadre NBA (quelle senza Chris Paul, Tony Parker o similari) avrebbero già catturato il fenomeno in questione. Faccio un nome a titolo di esempio, quello di Joe Smith. Per avere uno che attacca e tira come il biellese di lungo corso bisogna sacrificare certe altre cose. Che magari, in linea teorica, possono essere surrogate da altri giocatori, in altri ruoli.
• Ieri al Palalido Milano ha offerto una prova non particolarmente più brillante di quella di Varese. La sostanza non sarebbe diversa anche se oggi il record fosse 2-0 o 0-2 (possibilissimi entrambi i casi). La sostanza è sempre quella, una squadra che soffre dei mali di cui sopra, come parecchie altre. Due playmaker che tali non sono se non nell’accezione “moderna”. Ma che risultano per ora poco efficaci soprattutto quando cerchi di combinarli con altri 8 che a loro volta sono più bravi a produrre per loro che ad elevare il livello dei compagni. Se date un’occhiata allo scout non vi sfuggiranno gli 8 assist di Finley, apparentemente in antitesi con questa teoria. Ma c’è assist ed assist, e quello che veramente permette di fare il salto di qualità è quello che non nasce da un’iniziativa individuale (peraltro sempre positiva di per sé stesso) ma da un sistema che coinvolga 5 giocatori, e non solo i 2 (forse 3 col primo aiuto) della classica situazione di pick and roll a gioco rotto
• Ciò detto, non invidio Piero Bucchi quando nel quarto periodo deve fare una scelta di personale a dir poco delicato. 5 giocano, gli altri stanno seduti. Lui deve sceglierli prima di vedere come giocano, a differenza di chi giudica ex post. Non è una difesa, solo una constatazione. Chi non gradisce le scelte può e deve manifestarlo, ma ho paura che il problema sia proprio trovarsi di fronte a quelle scelte. Ieri Rocca (-16 di plus/minus), Mordente (-14), Mancinelli (-9) hanno facilitato questo compito assieme all’infortunio di Viggiano. Ma l’impressione guardando la partita è che quei tre giocatori, quelli che hanno avuto cifre migliori e lo staff tecnico siano sulla stessa barca. Molto più di quanto le singole componenti di questa equazione riescano ad ammettere, perchè si percepisce quanto sia difficile trovare ritmo per i singoli ed in quintetti ma al tempo stesso è obbligatorio e logico dare una chance a tutti. Più avanti, dopo esperimenti ed analisi, qualcuno dovrà sacrificarsi, qualcuno dovrà essere sacrificato, ma comunque ci vuole del tempo per poter motivare le scelte. Bisognerà che tutti se ne diano un po’, magari pensando che anche nella passata stagione l’inizio non fu rose e fiori
Per ora tutte vittorie in casa: una rondine non fa primavera ma è una prima tendenza. E non è da escludere che possa essere abbastanza duratura.
Usando l’accetta, propongo una tripartizione del lotto delle contendenti. Una squadra più uguale delle altre, per ora assolutamente fuori dalla portata delle altre (ma lo scudetto di assegna con l’afa di giugno). Un numero di 3-4-5 squadre che si assesteranno alle sue spalle (Milano e Roma mi sembra possano finire qui assieme a qualcun altro). Un gruppone con tutte le altre, divise di pochissimo e pericolose per tutti (fatta sempre salva l’eccezione di cui sopra). Un paio di queste andranno ai playoff col vento in poppa, un paio retrocederanno.
AJ molto poco eccitante a Varese, ma dare giudizi oggi sarebbe davvero sciocco. Rimane il dubbio di una squadra con tre giocatori tra il 2 e l’1 (Finley-Bulleri-Mordente) e altri tre tra il 4 ed il 3 (Hall-Mancinelli-Maciulis). Con due centri che nascono e si sentono titolari e per caratteristiche hanno bisogno di minutaggi lunghi per dare il meglio. Con Acker che sembra piovuto da Plutone. Con delle gerarchie difficilissime da disegnare. Un esempio ? Viggiano è il decimo uomo più forte d’Europa, ma non è detto che quando la distanza tra il primo ed il decimo è così ridotta sia necessariamente un bene. Soprattutto quando stabilire chi sia il primo è così difficile.
Il che non significa che debbano suonare le campane a morto o che siano arrivate alla Cassazione delle sentenze definitive. Intanto a basket ci sono anche gli avversari (e tra poco ne parleremo). E poi solo il tempo fa le squadre. Ricordo che il primo scudetto dell’era Peterson arrivò nonostante un meno 15 casalingo all’esordio contro una Rieti maramalda ed ogni tipo di difficoltà nel girone di andata. E basta tornare all’inizio della passata stagione per capire come le prime proiezioni siano fin troppo instabili per essere prese a riferimento.
Già gli avversari. Come detto, le squadre del gruppone sono toste e decise a vendere cara la pelle con tutti. Se poi magari ne prendi una in casa, a inizio stagione, con due veterani come Childress e Slay freschi e motivati, beh, perdere è una reale possibilità. La Cimberio ha superato i falli di Galanda e il calo di zuccheri del terzo quarto, un segnale molto incoraggiante per un gruppo che invece non ha dubbi su chi siano i primi 5-6 e gli altri (meditate …).
Slay, con un’altra testa, oggi sarebbe a Barcellona, Mosca o Atene. A fine gara Pillastrini mi ha detto che quando c’è fisicamente e mentalmente vale uno Smodis, e non è un’esagerazione.
Ho visto poco di Ferrara-Teramo, ma a naso mi è parsa una bella partita. Apprezzo molto i due allenatori, di cui risentiremo parlare.
Ho visto Roma-Cremona, e onestamente metterei ambedue nella categoria “rivedibili”. Jaaber ha tutto per diventare quello che servirebbe a Milano, un trascinatore tecnico ed emotivo. Il che è da collegare soprattutto alla continuità nella sua militanza ed a quel discorso sulo tempo già fatto. Per il resto la Lottomatica è un cantiere aperto con buona disponibilità degli operai. La Vanoli ha qualità e talento ma se Rowland e Bell non riescono a giocare per sé e per gli altri è grigia (l’avete già sentita questa, vero ?).
Bene a fine serata Avellino, travolgente a tratti. L’Air ha giocatori di grandissima qualità, e se Szewczyk è questo (15 punti e 27 di valutazione) con Troutman la coppia di lunghi è di primissima. Akyol è onestamente un giocatore di classe superiore e la coppia Brown-Nelson di ordinario ha solo i cognomi.
Basket sostenibile
Il nuovo CDA di Pallacanestro Biella ha mandato segnali non nuovi e non inattesi a territorio ed opinione pubblica. Lungi da me un’analisi nel merito di quanto comunicato, non foss’altro che perché privo dei requisiti necessari. Mi interessa però ragionare un po’ (poco …) sul concetto di sostenibilità. Che dovrebbe prendere la pole position nei dibattiti futuri, e mica solo quelli biellesi, anzi. Gli Dei del basket solo sanno se non mi piacerebbe discettare da mane a sera di pick and roll e rotazioni difensive. Ma temo sia il momento di picchiarci in testa che senza aver risolto le questioni a monte, pensare a quei 28 metri diventa secondario.
Quando parlo di “sostenibilità” non la intendo nell’accezione economica (la capacità cioè di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione) ma in quella generale (quindi la possibilità di un processo di essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente). Ecco, senza essere un tecnico, non penso che il sistema professionistico del basket italiano possa essere mantenuto in queste condizioni sine die. Altrimenti Alberto Savio non direbbe che “se non arrivassero segnali positivi nel breve periodo, dovremmo prendere atto con grande amarezza ma altrettanto realismo che il nostro territorio non può (o non vuole) mantenere a Biella una squadra in serie A”.
Io mi sbaglierò e l’ottimo Alberto mi smentirà. Ma secondo me mentre dice questo sa che il territorio non può e/o non vuole rispondere, addì novembre 2011, al suo accorato appello. O perlomeno non nei termini sperati. E soprattutto non in maniera da garantire una autentica crescita a medio-lungo. Laddove “crescita” è diverso da “sopravvivenza”, per quanto iper-dignitosa e soddisfacente come in questo caso. E non si tratta di cattiva volontà, di carenze di Pall. Biella o di avidità del territorio. Bensì di un modello economico che ha terminato la sua efficacia. E modelli del genere, di solito, si rinnovano prima di assistere al loro definitivo declino. Cosa che il basket italiano, nel suo insieme, dovrebbe fare prima che sia troppo tardi.
Short Summers
Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare, ma quelle che eviterei sono proprio le prime che si affacciano alla mente. Accanirsi con l’ex-giocatore di Georgetown per le considerazioni su letti, aerei e trattamenti italiani sarebbe come pensare che “poverino, è abituato all’NBA” : superficiale.
Superficiale come ovviamente è il tono generale dell’intervista, che potete benissimo percepire senza ulteriori sottolineature. Va da sé che la possibilità di fare un’esperienza diversa, di gustare una Cultura nuova e di vivere da privilegiato in una delle città più belle del mondo meriterebbe ben diversa propensione. E va da sé che molti dei “giudizi” espressi sono in realtà pre-giudizi. Pieni di quell’immaturità che è quasi fatale avere a quell’età e con la formazione di chi sognato ed assaggiato l’NBA per poi venirne in buona sostanza respinto. Non che questo la renda ovviamente più giustificabile.
Se l’MPS, che ha costruito una Dinastia elevando ad arte pazienza e continuità, lo ha tagliato, significa che ha ritenuto non ci fossero i margini per far crescere il giocatore. Dicono anche che più o meno la diagnosi dei Pistons non fosse particolarmente diversa, ma come dice Querejeta per gli allenatori, i giocatori sono come le angurie, finchè non li apri non li conosci. E vuoi aprirli tu, non farli assaggiare agli altri.
Il che esaurisce forse il discorso su Summers ma non quello generale. Intanto a me viene da fare un piccolo esame di coscienza per cercare tutte le situazioni (molte, troppe) in cui mi comporto come lui, dando giudizi non soppesati e figli di piccoli o grandi prevenzioni, preconcetti o tabù.
Finita l’autocritica e accantonato Summers (che non fa stato), mi viene in mente che moltissimi addetti ai lavori durante l’estate hanno convenuto col sottoscritto nel considerare Jerel McNeal una gran presa della Fabi Shoes. Oggi però l’ex-Marquette è un giocatore che tira col 24 % scarso ed in piena crisi. Pur essendo arrivato in un sistema di gioco oliatissimo, David Lighty a Cantù non supera gli 11 minuti per gara. E di esempi del genere, da Dunigan a Moore passando per Benson, ne potremmo fare parecchi altri.
In astratto si tratta di giocatori certamente di sufficiente talento per far bene, soprattutto nel contesto di riferimento. Se così tanti e con così diversi background battono in testa, devono esserci dei minimi comun denominatori. Di sicuro parte delle difficoltà hanno a che fare con i pregiudizi di cui sopra. E, visto dalla parte dei club, con un paio di luoghi comuni che forse meriterebbero un’analisi più profonda.
2-3 decadi fa l’ americano doveva fare 25 punti a partita, altrimenti si perdeva. Gli scudetti vinti cambiando Stotts con Boswell, Aza Petrovic e Ballard con Cook e Daye o Wally Walker con JB Carroll appartengono però al passato quanto il Commodore 64 ed i 45 giri. In primis perché di Boswell, Daye e Carroll liberi non ce ne sono. Ed in secundis perché comunque non stiamo parlando di squadre fatte da 8 italiani, di quintetti-base che stanno in campo 35 minuti, di attacchi che per 30 secondi disegnano eleganti ghirigori sul campo e di partite preparate dando un’occhiata al VHS arrivato per posta. E’ tutto diverso, non tutto meglio e non tutto peggio ma di sicuro differente.
Aggiungeteci meno soldi, più concorrenza in Europa, più squadre NBA, ed avrete un quadro in cui comunque l’idea che si possa alterare drammaticamente il quadro facendo venire il fenomeno alla Paolo Villaggio di “Sistemo l’America e torno” è pura illusione. E’ invece vero che ci sono fior di Melvin Booker, Bootsy Thornton e Linton Johnson (per pescare solo tre esempi da un mazzo sconfinato) che non avremmo mai scoperto se, come era stato ormai deciso, fossero stati tagliati a furor di popolo e statistiche deludenti.
Questo non significa che aspettando tutti diventano dei Thornton, anzi. Anche se nel caso di specie sarei dispostissimo a scommettere che tra un paio d’anni per Lighty e McNeal si scateneranno aste milionarie nel Vecchio Continente. Il punto vero però è che se a questi giocatori viene chiesto di essere quello che non sono (McAdoo, Danilovic o Shackleford per intenderci), di sicuro non lo diventano. Piccolo addendo: le valutazioni di cui stiamo parlando attengono per il 95 % ai punti segnati e per il 5 % al lato comportamentale, fatte salve le meritorie eccezioni. Nel basket e nella vita però, per fortuna !, c’è anche dell’altro. Tipo difesa, intanglbles, upside ed altri termini, non tutti anglofoni, che dovrebbero concorrere alla valutazione in questione.
Non basta. Il mercato USA offre comunque una vasta rosa di nomi su base stagionale, a differenza di altri, segnatamente quello nostrano. Un’altra ragione per cui, nel momento in cui invale l’equazione “va male=devo cambiare” ci si rivolge di là, e le farneticanti regole sui passaporti inducono a cambiare un USA con un USA. Magari rivolgendosi a chi l’Europa la conosce già, così si riducono i tempi di adattamento (vero). Col risultato però di stra-valutare alla lunga l’esperienza rispetto al valore intrinseco del giocatore. Al netto di tutti i casi specifici e di tutte le carenze dei singoli, a macro-livello mi pare si possa avanzare l’ipotesi che tutti questi fattori concorrano con le inadeguatezze tecniche e culturali dell’ USA di turno a creare una situazione non ottimale.
Sarebbe facile liquidare tutto quanto sopra come il solito Tranquillo americanofilo. Fate pure se vi fa piacere, ma l’idea era del tutto opposta. Postulate le clamorose carenze culturali e la conclamata difficoltà nel reperire sostituti superiori (specie in poco tempo sotto la pressione dei risultati negativi) forse varrebbe la pena di non dare a chi arriva l’impressione di essere qui a tempo. Ne guadagnerebbero tutti, compresa la qualità dello spettacolo. Che curiosamente non viene mai presa in esame quando si cercano i mali del prodotto-basket.
Ma se io so che oggi sarò una pedina di un “Horns up” in Italia in attesa della Germania tra due mesi e del Belgio tra 7 (o viceversa) non sarà poi il caso di lamentarsi se sembra che tutti giochino alla stessa maniera e se manca lo spirito. E fatemi aggiungere, se i ritardi nei pagamenti sono l’argomento del 90 % delle conversazioni tra addetti ai lavori, forse la possibilità di fare filosofia è ancora minore.
Insomma, certo la soluzione non l’ho. E certo se dovessi ragionare davanti allo spettro della retrocessione (vero e presunto che sia) anche io telefonerei in giro per sapere chi è libero e cambierei Smith con Williams (che certo non è quello che ha fatto Siena, sia ben chiaro). Ma il meccanismo visto nel suo insieme mi sembra vivere più di abitudini che di analisi. Interrogarsi su come fermarlo (levando le retrocessioni ?) potrebbe avere un bel po’ di senso.
Aspettando Kobe
Dico subito che, a differenza di quando questa vicenda è iniziata, ritengo che ci siano chance concrete di vedere Bryant a Bologna nel prossimo week-end. Dovendomi basare per professione su quello che riesco a mettere insieme tra voci, conferme, smentite, deduzioni, conoscenza del background e collegamenti, era difficile ritenere probabile l’arrivo di un 33enne reduce da un’operazione al ginocchio in una squadra italiana che lo contatta su Facebook e pubblicizza i minimi dettagli dell’offerta senza che dalla controparte arrivi segnale alcuno.
Ora dall’altra parte i segnali sono arrivati, in abbondanza, anche se non manifesti. E da qui, dichiarando la mia genuina sorpresa, bisogna partire. Cercando di spiegarsi perché una cosa oggettivamente improbabile, almeno guardando il contesto, diventi probabile. E rimarcando che essere arrivati fin qui è un’impresa straordinaria da parte di chi ha trattato.
Una prima spiegazione potrebbe essere quella “sentimentale”. Kobe in Italia ha passato un periodo che segna, quello della pre-adolescenza. Da noi ha amici e conoscenti, gradisce cibo e costumi, paesaggi ed abitudini. Personalmente mi convince zero, ma non ho elementi per scartarla a priori e comunque potrebbe benissimo trattarsi di un movente “secondario”, come quello di ricevere comunque un congruo guiderdone.
Ma il nocciolo della questione non può che essere collegato alla serrata in corso negli USA. Vicenda sulla quale siamo davvero a secco di informazioni credibili perché trattasi di war-game di altissimo livello. Giocato su un tavolo per giocatori di professione cui siedono solo Stern ed i proprietari, i giocatori ed i loro agenti (convitati di pietra).
Noi siamo fuori, e riceviamo feed-back che sono interessati ed inaffidabili, oltreché contrastanti tra di loro. Ma per il solo fatto che quella è una partita da (almeno) 800 milioni di dollari e questa da 3, non c’è dubbio su quale sia quella che viene prima nell’orientare le scelte di agenti e giocatori (occhio ai primi, in subbuglio).
Mi sembra di sentire i pochissimi che sono arrivati fino a qui chiedersi “OK, bella filosofia. Ma tu sei a favore o contro?”.
Ecco, io ritengo che porre la questione in simili termini sia sprovvisto di senso alcuno, anzia sia un po’ da trinariciuti.
Personalmente ricordo con emozione quando Chicco Fischetto, compagno di Joe a Reggio Emilia, ci disse che il nostro aveva chance di NBA. O la gara delle schiacciate di Cleveland, l’All Star Game di New York, l’incredibile supplementare di Indianapolis, gli 81, i buzzer beater, la caduta e la risalita, la convivenza col dito rotto (che ritengo una delle prime 5 imprese sportive all-time).
Quindi, se chiedete a me quanto avrei piacere di vedere Kobe Bryant in un cinema vicino a casa la risposta è “muchissimo”. E, atteso che repetita iuvant, vi esimo dallo spiegarmi che le ricadute mediatico-pubblicitarie del suo arrivo sarebbero enormi, perché sono reduce da aver visto Via del Corso impazzire per lui. E quando dico “impazzire” vi prego di credermi.
Quindi sì, il giocatore, l’uomo, il brand ed il fenomeno pubblicitario sono fuori scala, di un altro pianeta, ci arrivo anche io.
Ma spero sia ugualmente possibile porsi davanti a questa prospettiva in maniera laica, e non para-religiosa. Non sono né a favore né contro, elementarmente. E neppure mi porrei il problema di etichettare il tutto come un bene o un male per il “movimento” (le virgolette sono molto maliziose). E’ un’operazione di mercato fatta tra liberi uomini in libero Stato, di cui noi possiamo (e vogliamo) investigare circostanze, ricadute e sviluppi.
A patto che farlo non comporti l’automatica iscrizione al partito dei cattivi, perché altrimenti come le formiche nel mio piccolo mi incazzo un po’.
Perché non è peccato farsi delle domande e provare ad analizzare degli scenari. Anzi, è un dovere per chi commenta. Soprattutto quando l’operazione, per la sua onerosità, prende una piega particolare. Pretendendo in sostanza che vengano piegate a sé le esigenze di molti altri componenti la “Lega” (le virgolette sono ultra-maliziose).
Potrebbe anche valerne la pena in linea teorica, ci mancherebbe. Ma non a priori, bensì solo dopo una solida analisi e per libero convincimento. Non cioè sotto il ricatto morale che bolla gli oppositori come traditori della patria senza riguardo per il marketing e la modernità. Questo si chiama provincialismo e manicheismo, come minimo, e non voglio tirare in mezzo altre categorie più serie che pure avrebbero diritto di cittadinanza.
Trovo del tutto normale, e gradevole, che una società punti a prendere Bryant.
Trovo straordinario che Sabatini sia ancora in gioco in questa partita che, come detto, mi pareva ingiocabile, chapeau. Sempre ricordandosi che per capire cosa stia succedendo dobbiamo soprattutto guardare al lock-out, e non nei termini del “si accordano-non si accordano”, ultra-riduttivi rispetto alle enormi complessità della vicenda.
Ma poi arriva anche il momento in cui dobbiamo guardare al nostro interno, e decidere se è lecito fare pressione sulle altre squadre della nostra “Lega” perché si rimettano alla volontà della Virtus e facilitino il lieto fine della vicenda. E no, credo non sia lecito farlo.
E’ giustissimo ricordare e ricordarci che quello è Kobe, con tutto quel che ne consegue. E’ ancor più giusto collaborare con la Virtus nei limiti del buon senso. Non lo è invece far diventare bersaglio delle ire dei tifosi assetati di Kobe chi non si assoggetta alle condizioni richieste dalla Virtus. A meno che l’operazione non sia gestita in toto (rischi e benefici) dalla comunità in quanto tale attraverso i suoi rappresentanti. Se invece a farlo è una squadra, penso lo faccia nel proprio (legittimo !!!) interesse e quindi debba confrontarsi col mercato ed accettarne gli insindacabili esiti.
Se insomma l’operazione la gestisse la Lega, mi aspetterei che organizzasse un Kobe-tour separato dal campionato, in cui l’aspetto agonistico è del tutto secondario. Non ci sarebbero vincoli di alcun tipo, né tecnici, né regolamentari né commerciali, con effetti benefici anche sulla massimizzazione dei profitti (niente posti già venduti in abbonamento, niente contratti con TV e sponsor già in essere). E prima di venirmi a dire che la cosa perderebbe di appeal, guardatevi le foto di Via del Corso, dove in migliaia lo hanno aspettato per ore solo per vederselo passare davanti. L’uomo cui affiderei questo progetto ? Solo e soltanto Claudio Sabatini, ma col mandato espresso di tutti.
Se invece, come è il caso, la forza di perseguire un obiettivo del genere l’ha avuta un singolo, massimo merito a lui. Ma questo fattore e l’inserimento del Kobe-tour nel campionato italiano di serie A, presenta problemi e questioni. Tanti problemi e tante questioni, di natura variegata assai.
Prendiamo a simbolo quella del calendario, perché presenta aspetti di valenza generale.
Da che mondo è mondo, un criterio indiscutibile della compilazione del calendario è che le prime due e le ultime due giornate di un girone debbano presentare un’alternanza tra gare casalinghe ed esterne per tutte le partecipanti. A volerlo sono esigenze di carattere tecnico e sportivo incontrovertibili, che non ritengo siano sovvertibili per alcun motivo, salvo quello lapalissiano che TUTTE le altre squadre della “Lega” acconsentano o che lo si faccia per un interesse collettivo superiore.
Ora, mi pare di capire che la prima condizione non sia occorsa e che non venga ravvisato nella seconda l’interesse della Virtus a garantirsi due incassi immediati (il primo presumo extra-abbonamenti) per finanziare la complessa operazione con un cash-flow iniziale importante.
Se le due gare iniziali in casa sono il cosiddetto “deal-breaker”, cioè la condizione da cui dipende la chiusura del contratto, non bisogna vivere la faccenda come una guerra santa, con i buoni che vogliono regalarci l’occasione della vita ed i vecchi cattivi miopi che non capiscono la portata del regalo.
Cercate di sforzarvi, tenete lontano per un attimo i flash del Mamba che entra nel vostro palazzetto e vi delizia, anche se capisco quanto sia difficile. Rimanete laici e lucidi, e capirete che ci sono motivi seri per rispondere picche nell’esercizio della libertà di impresa (come ce ne sono ovviamente per dare il semaforo verde allo sconquasso del calendario).
Ma ridurre tutto solo a quei flash è assurdo e controproducente. E lo stesso vale per decidere a priori che le prime “X” avversarie della Virtus saranno squadre selezionate in base alla capienza del proprio impianto e non al meccanismo casuale generato dal computer.
Ve la metto in termini NBA: ha molto senso mettere Kobe contro Shaq o Kobe contro Lebron a Natale su ABC quando son tutti in casa, ma non ne avrebbe far giocare 8 gare in 8 notti ad una squadra (e non alle altre) per pur nobilissimi motivi commerciali.
Miope invece, e molto, è ragionare solo su un aspetto delle vicende e subordinare a questo tutto il resto. Metta Sabatini la sua straordinaria capacità di visionario al servizio dell’operazione Bryant, senza però esigere dagli altri la condivisione obbligata dei rischi e la rinuncia ad oggettivi criteri di regolarità del campionato. Ambedue le strade devono essere percorse per libera scelta, non sotto il giogo di una sommaria gogna mediatica.
E convinca magari tutti a fare più marketing strategico e meno marketing operativo, perché non c’è Kobe (che gli Dei del basket lo benedicano) in grado di riparare le paurose crepe strutturali della baracca, che si poggia su fondamenta debolissime.
Una baracca che, ironia della sorte, spessissimo deride l’NBA per la sua ricerca di show-business bollandola con l’appellativo ironico di “circo”. Salvo imitarne gli aspetti più superficiali e meno importanti alla prima occasione in cui un evento esogeno e limitato nel tempo, il lock-out, gliene porge la possibilità.
Aspettando con trepidazione l’esordio di Kobe, continuo a ritenere che ragionare sia un diritto/dovere, anche a costo di sbagliare.
Flavio Tranquillo
Una nuova stagione
Ciao a tutti, è un po’ che non ci sentiamo. Come si dice in questi casi, ho avuto da fare. Nel senso che ho dedicato parte del mio tempo a un’esperienza che volevo fare da tempo, cioè scrivere dei libri. Uno particolarmente, “I Dieci passi”, rappresenta per me qualcosa di importante. Il volume, che sarà in libreria dal 28 settembre, nasce dall’amicizia con Mario Conte, Giudice a Palermo, e tratta di argomenti che hanno a che fare con i nostri comuni interessi. Non è un libro politico, non è un libro (solo) sulla mafia e non è un libro di inchiesta. Rimane però qualcosa di importante per me, e spero tanto che in molti possiate almeno dargli un’occhiata, anche solo per dire che non vi piace. Come diceva Paolo Borsellino, “parlate della mafia, dove volete ma parlatene”. Gli amici di ADD Editore che lo hanno portato in libreria hanno già fin d’ora la mia eterna riconoscenza, il progetto mi ha coinvolto tantissimo ed ancora tanto mi coinvolgerà. Molti penseranno che sia fuori luogo per un non-specialista scrivere di questi dieci argomenti (diciamo nove, perchè uno è lo sport). Con il sacro rispetto di tutte le opinioni, mi permetto di ritenere che invece queste cose devono emergere, il dibattito deve salire di qualità e quantità e che tocca a tutti noi prendere in mano il pallino. E il basket, dirà qualcuno ? Il basket rimane lì, fermo e saldo. Sarà un’altra stagione interessante, che spero e credo seguiremo insieme. Quando la stagione stessa entrerà nel vivo tornerò a scrivere qualcosa qui, con molto piacere. A presto!
Napoli, pasticcio infinito
12 luglio 2009
“A chi insiste nel chiedermi di tenere a Rieti la squadra di serie A, non posso che rispondere che é quello che ho tentato di fare fino a ieri. La squadra va nella città (Napoli) che consentirà alla Società Sebastiani economicamente, e in queste 48 ore finanziariamente, la oggettiva possibilità di regolarizzare l’iscrizione”
Gaetano Papalia
17 luglio 2009
Non voglio entrare in faccende che sono di competenza della federazione, ma certo che avere Napoli in serie A sarebbe un vantaggio per il basket italiano”. Cosi’ il presidente del Coni Gianni Petrucci in merito al trasferimento a Napoli della societa’ laziale di cui si parla con insistenza in queste ore. ”Da parte mia – ha precisato Petrucci parlando a Napoli all’inaugurazione del comitato regionale – non posso che esprimere un auspicio, naturalmente fatti salvi tutti i diritti di Rieti”. Sull’argomento si e’ espresso anche il governatore campano Antonio Bassolino che ha ricordato come proprio in queste ore si stia lavorando anche a livello istituzionale per una conclusione positiva della vicenda.
18 luglio 2009
Si è riunito a Roma il Consiglio federale della Federazione Italiana Pallacanestro presieduto da Dino Meneghin. Il Consiglio federale ha approvato la richiesta di trasferimento provvisorio di attività nella città di Napoli, per una sola stagione agonistica, della società Nuova Sebastiani Rieti.
5 agosto 2009
“Desidero fare chiarezza sulla ‘misteriosa’ operazione di trasferimento. Non vi è nulla di provvisorio nella nostra decisione. Abbiamo fornito fondate motivazioni per il trasferimento ed abbiamo avuto il consenso massimo dei consiglieri federali. La Lega ha introdotto, dal prossimo anno, questo sistema, come di corrente e ordinario utilizzo. Sarà quindi una regola di ordinaria applicazione. Una procedura per nulla forzosa o atipica perché diventerà tipica e ordinaria sul modello della NBA americana che favorisce i bacini di utenza che sono in grado di rappresentare istanze di maggiore consistenza numerica sia per fruizione del pubblico che per potenziale economico che può esprimere un’area come quella metropolitana di Napoli. Abbiamo proposto alla Regione Campania un progetto di baskettizzazione del territorio regionale. Intendiamo investire in questo progetto pluriennale realizzando 30 playground in tutta la regione inaugurandoli nel corso della prossima primavera e attraverso il comitato regionale della FIP Campania e, con il coordinamento degli assessorati allo sport di Comune e Regione, vogliamo definire aree dove realizzarli. La società li acquisterebbe e alla fine del progetto triennale, li donerebbe all’Amministrazione di competenza anche per arricchire il patrimonio dell’impiantistica sportiva locale
Gaetano Papalia
La soddisfazione che provo oggi l’ho provata pochissime volte negli ultimi anni. E’ grande l’emozione nel parlare di basket di serie A al PalaBarbuto. Il giorno dopo che il basket è scomparso a Napoli, dopo il fallimento di Maione che ha dato tanto a questa città facendoci vivere momenti magici, mi sono subito impegnato per tentare di riportare qui la pallacanestro. Ho avuto numerosi contatti per cercare di far tornare il basket di alto livello a Napoli. Alla fine è giunto il presidente Papalia. Un grande presidente che ha fatto tanti tentativi per restare a Rieti. Il suo progetto mi ha affascinato fin dal primo momento. Non è solo un progetto di sport, ma un progetto impegnato nel sociale, con il coinvolgimento dei giovani, dei disabili. Qui a Napoli abbiamo tante ottime realtà di basket, dal femminile, alle squadre militanti nei campionati minori. Napoli dovrà ora riavere il ‘Mario Argento’, un palasport di 10.000 posti. Napoli deve riavere il suo tempio del basket. Stiamo continuando a lavorare ed ho qualche elemento che mi fa ben sperare nella realizzazione in tempi brevi. Ringrazio Papalia di aver portato il basket a Napoli. Papalia deve essere aiutato dalle istituzioni, dagli sponsor. Ha bisogno anche dell’aiuto dei tifosi. Sogno di vedere il PalaBarbuto pieno di tifosi a sostenere la squadra
Alfredo Ponticelli (Assessore allo Sport)
A Napoli il cuore batte forte per il basket. La grande partecipazione all’incontro di oggi è la testimonianza di quanto la gente vuole la pallacanestro. All’indomani della scomparsa del Basket Napoli avevo fatto diversi sondaggi per riportare basket a Napoli: Scafati, Sant’Antimo, poi Rieti. Gaetano Papalia è un presidente diverso dal solito: razionale, ci pensa e ripensa e poi prende le decisioni. Ci ha pensato fino alla fine ma ora con lui possiamo rivivere la pallacanestro che conta
Manfredo Fucile (Presidente Comitato Regionale FIP Campania)
18 novembre 2009
Il C.d.a. della NSB Napoli ha deliberato il cambiamento della denominazione del club: Nuova Basket Napoli s.r.l. non appena sarà consentito dalle norme federali. E’ stato inviata alla Comtec la documentazione che attesta il rispetto del parametro Patrimonio/Indebitamento.
2 febbraio 2010
“La situazione del basket Napoli ha dell’assurdo: noi siamo al fianco della federazione per fermare questo scempio”. Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, interviene così nella vicenda della società partenopea che milita nel massimo campionato di basket schierando una squadra baby che perde sistematicamente con scarti enormi. “Bisogna tutelare il secondo sport professionistico nazionale – ha aggiunto Petrucci – stiamo assistendo a uno scempio vero e proprio. Faccio appello al presidente del club Papalia che ha messo a soqquadro l’immagine del basket che così non è regolare, oltre che non positiva. Si perdono le partite con uno scarto di 100 punti, è ovvio che non è regolare sul piano dell’immagine. E’ assurdo procedere su questa linea”.
15 aprile 2010
Il Settore Agonistico della Federazione Italiana Pallacanestro ha disposto l’annullamento di tutte le gare disputate nel campionato di serie A 2009/2010 dalla Nuova AMG Sebastiani BK srl in base all’articolo 121 del Regolamento Esecutivo.
Il Settore Agonistico ha stabilito inoltre che retrocederà al campionato di Legadue (dell’anno sportivo 2010/2011) esclusivamente la squadra classificata al 15° posto al termine della fase di qualificazione
Il Settore Agonistico ha infine provveduto ad aggiornare il calendario del campionato di serie A (stabilendo che Bancatercas Teramo, Angelico Biella, Lottomatica Roma, Scavolini Spar Pesaro e NGC Medical Cantù riposino nella giornata di campionato in cui avrebbero dovuto incontrare Nuova AMG Sebastiani BK) e ha aggiornato la classifica del campionato di Serie A come da allegato.
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E’ come se gli Dei del basket, che a questo punto immagino esistano veramente, avessero deciso di divertirsi. Un divertimento macabro, esercitato sulla pelle e sulla buona fede della Napoli cestistica e di tutti quelli (tantissimi) che in questo paese amano il basket. La stagione cestistica della squadra che doveva dare dei vantaggi al basket italiano si è chiusa anzitempo, ponendo fine con 5 giornate di anticipo a quella che in senso tecnico era una farsa. Peccato che farsa lo fosse come minimo dal 20 dicembre, da quando cioè per l’ultima volta Napoli, ex-Rieti, si era presentata in campo con un roster di giocatori professionisti (sia pure sui generis). Una cascata che avrebbe dovuto fra traboccare un vaso già ben oltre i limiti della capienza da almeno un mese.
Una misura, quella dell’esclusione, che non può essere commentata con sollievo. Deve esserci invece rammarico per l’incredibile ritardo con cui è stata presa. Prima di addentrarci negli aspetti procedurali della vicenda, che sono a dir poco spinosi, sarà il caso di fare una premessa di carattere generale. Andare a fare le pulci a questo caso, per come lo intendo io, non significa fare i rompiscatole, cercare il pelo nell’uovo o fare dello sfascismo. Significa cercare di mettere in fila i fatti per dare loro un senso e soprattutto porsi il problema di come evitare la prossima Rieti o Napoli che sia.
Già, perché l’inizio della vicenda va fatto risalire non ad una ma a due estati fa. Quando da Rieti rimbalzavano frequenti e accreditate le voci di una situazione economicamente instabile. Tanto instabile da essere stata denunciata pubblicamente dallo stesso Papalia. Tanto instabile da produrre una stagione a dir poco rocambolesca, anche se coronata sportivamente dalla salvezza. Tanto instabile da produrre una penalizzazione, la prima di una lunga e tragicomica serie, di 4 punti, poi diventati 2.
Tanto, se è permesso dirlo, da consigliare come minimo un bel po’ di prudenza nel permettere allo stesso proprietario di proseguire la sua attività. Chiaro, siamo tutti profeti del dopo. Ma in questo caso materiale per azzardare un’ipotesi prima ce n’era. Sia ben chiaro, tutti facciamo degli errori, e qui CONI e FIP ne hanno commesso uno marchiano. Il che potrebbe anche non rappresentare un problema. Un problema, e grosso, lo diventa nel momento in cui per sottolineare che il re ha le nudità esposte al pubblico ludibrio non ci vuole un bambino ma ci vogliono mesi e mesi.
Ma la prudenza non è stata esercitata. L’avventura è iniziata, tra squilli di tromba e giustificato entusiasmo del pubblico. Entusiasmo subito sopito dai primi risultati, dai primi casi (Allred) e dai primi inequivocabili messaggi che la situazione non era dissimile da quella della Rieti della stagione precedente.
A questo punto siamo ad un crocevia importante. Perché le famose (o famigerate) istituzioni cestistiche ci direbbero: “ma non esiste una regola con cui avremmo potuto fermarli”. Il che è verissimo. Solo che fermarsi qui significa negare l’essenza del problema, indipendentemente dal grado di buona fede con cui lo si fa. Molto semplicemente: nelle regole scritte per le società di Prima Divisione e Promozione, sarà difficile trovare materiale utile a gestire il dissesto economico di un’azienda che avrebbe dovuto pagare stipendi e salari per qualche milione di euro. Ed i controlli ex-post esercitati, possono al massimo denunciare un problema, mai evitarne il sorgere.
Dico questo perché i regolamenti non possono essere solo ostacolo a prendere delle decisioni logiche. Se è così, ed in questo caso è stato così, forse bisogna rivedere le modalità con cui quei regolamenti vengono scritti. Magari permettendo a persone dotate delle giuste competenze di governare un fenomeno così complesso e peculiare come lo sport professionistico non già coi regolamenti buoni per i dilettanti ma con strumenti più moderni. Il manuale operativo delle squadre NBA consta di 515 pagine, che regolamentano tutto, dal numero di maglia alle ottiche delle telecamere da usare. Quando però la realtà supera il manuale, e succede, il signor Commissioner prende in mano la situazione. E come minimo si scrive un appunto in modo che il manuale della stagione successiva sia diverso e ricomprenda quella fattispecie.
La valenza principale di questa vicenda dovrebbe essere questa: liberare il basket di serie A da lacci e laccioli, da procedure vecchie ed inadeguate per efficacia e tempistica. Un esempio ? Se provate a cercare le norme che regolano il trasferimento di sede, troverete questo nelle carte federali
Art.136 – Trasferimento di sede o di attività
• TRASFERIMENTO DI SEDE
[1] Le Società partecipanti ai campionati federali possono presentare istanza al Consiglio Federale per ottenere il trasferimento di sede nei seguenti casi:
• mancanza di un adeguato impianto di gioco;
• per poter svolgere idonea azione promozionale.
[2] La Società interessata dovrà presentare la seguente documentazione:
• motivata istanza al Consiglio Federale presentata entro il termine annualmente stabilito nelle Disposizioni Organizzative Annuali;
• verbale di Assemblea dei soci;
• parere del Comitato Regionale interessato;
• certificazione di disponibilità dell’impianto, presso la nuova sede, rilasciata dall’ente proprietario o dall’ente gestore;
[4] Non è possibile richiedere il trasferimento di sede presso un Comune in cui vi sia una Società partecipante allo stesso campionato.
[5] E’ facoltà del Consiglio Federale fornire o meno l’autorizzazione specificando le motivazioni in caso di rifiuto.
[6] Nel caso in cui una Società abbia ottenuto il trasferimento di sede, potrà richiedere l’autorizzazione ad un successivo trasferimento trascorse cinque stagioni sportive, fatta eccezione per le Società che chiedano di ritornare nella sede originaria.
[7] La Società che usufruisce del trasferimento di sede può richiedere anche il cambio di denominazione sociale, presentando l’istanza integrata con quanto disposto dall’art.141 R.O.
B) TRASFERIMENTO PROVVISORIO DI ATTIVITÀ
[1] È consentito il trasferimento di attività unicamente in caso di dimostrata indisponibilità di poter usufruire di un adeguato impianto sportivo nel Comune in cui ha sede la Società.
È consentito trasferire l’attività nell’ambito della stessa Provincia.
[2] La Società interessata dovrà presentare domanda al S.A. allegando la seguente documentazione:
• motivata istanza;
• parere favorevole del Comitato Regionale competente;
• attestato di disponibilità dell’impianto, in cui si intende svolgere l’attività, rilasciato dall’Ente proprietario.
[3] Il S.A., verificata la documentazione prodotta, ed accertata la regolarità, autorizza il trasferimento provvisorio di attività riguardante le Società partecipanti ai campionati nazionali.
Le Società partecipanti ai campionati regionali e provinciali dovranno rivolgere la domanda al Comitato Regionale competente che delibererà in merito dandone comunicazione al S.A.
[5] Le Società partecipanti ai campionati giovanili possono trasferire l’attività dandone tempestiva comunicazione all’organo federale competente.
Io ho paura che non sia questo il tipo di norma che permette di governare questo tipo di situazione. Anzi ne sono sicuro. Quella che segue, ad esempio, è una notizia circolata in queste ore
L’esclusione apre soprattutto nuovi scenari in Legadue: con la retrocessione certa già dall’inizio del campionato, Napoli contava infatti di ripartire dalla seconda serie anche con una pesante penalizzazione, ma adesso si libera di fatto un posto, in virtù della delibera dell’Assemblea di Lega Due dove si chiede alla Fip di non iscrivere al campionato società che abbiano 10 o più punti di penalizzazione. Tra le varie ipotesi, la più accreditata è quella di un blocco della seconda retrocessione che consentirebbe a Pavia di salvare il titolo sportivo e di poterlo cedere, purché nei tempi consentiti. La candidata numero uno ad acquisire il diritto di Pavia sarebbe la rinata Capo d’Orlando che tornerebbe in un campionato professionistico.
E allora ? E allora sarebbe il caso di trattare queste cose per quello che sono, cioè situazioni aziendali, imprenditoriali, economiche. In cui dalla solidità di chi entra dipende la sorte di tante persone e del movimento in senso lato. Le verifiche vanno fatte prima, ed i versamenti pure. Altra via non c’è. Si incarichino persone preparate di fare uno screening, si dia a chi dimostra coi fatti (e non le chiacciere) di essere solido e solvente molto più spazio di manovra. E allo stesso tempo si levi qualsiasi spazio a chi invece non lo è o non lo è più in corsa.
Certo, il diritto sportivo, il cuore, le leggi statali, bla bla bla. OK, allora andiamo a vedere la decisione di oggi quanto è rispondente al dettato di quelle regole che dovrebbero tutto garantire e tutto normare. Tutto comincia martedì con questo comunicato della FIP
Il Giudice Sportivo Nazionale della Federazione Italiana Pallacanestro, in base all’articolo 89 del Regolamento Esecutivo (Ingiunzione di pagamento) ha escluso la Società Nuova AMG Sebastiani Rieti dal Campionato di Serie A maschile.
La società in base agli atti dell’Ufficio Contabilità Affiliati e Tesserati inviati, nonostante una preventiva ingiunzione, non ha adempiuto nei termini previsti al pagamento della seconda rata professionistica per la stagione sportiva in corso.
OK, articolo 89 regolamento esecutivo. Copiamolo
[4] Qualora una società, nonostante la preventiva ingiunzione di pagamento, non si attenga a quanto sopra, verrà considerata a tutti gli effetti esclusa dal campionato, secondo quanto previsto dall’art. 121 R.E., comma 2.
Andiamo dunque fiduciosi a questo articolo 121
Art. 121 – Ritiro dal campionato conseguente a rinuncia a gare – ex art. 120 – (del. n.401 C.F. 27/11/1999 – del. n.573
C.F. 28-29/04/2001 – del. n.11 C.F. 28/09/2002)
[1] Una società nel corso di un campionato non può avvalersi di più di una rinuncia. Alla seconda rinuncia, considerata in base a quanto previsto dagli artt. 115 – 116 – 118, viene esclusa dal campionato, è considerata ritirata dal campionato (art. 120 R.E.) ed è tenuta al pagamento di una ammenda pari a otto volte quella stabilita per la prima rinuncia oltre all’assunzione di provvedimenti disciplinari (art. 39 R.G.) nei confronti dei dirigenti responsabili.
[2] La rinuncia anche ad una sola gara nelle fasi di campionato a concentramento, negli incontri e nei concentramenti di qualificazione, è considerata ritiro definitivo dal campionato, con l’annullamento di tutte le gare precedentemente disputate in quella fase e l’applicazione delle relative sanzioni.
[3] Nelle fasi di campionato disputate ad eliminazione (Coppa Italia – Play-off, ecc.), nei casi di mancata presentazione in campo, rinuncia a disputare una gara, ritiro in gara da parte di una squadra, la squadra avversaria passa automaticamente al turno successivo, se previsto, o viene dichiarata vincitrice della fase, se si tratta di turno finale.
A tutti i fini regolamentari e disciplinari la rinuncia costituisce, anche in questo caso, ritiro dal campionato.
Non si capisce proprio benissimo cosa c’entrino i concentramenti e le qualificazioni con un campionato professionistico di serie A, ma abbiamo appena cominciato. Questo articolo 121 parla di rinuncia, non di esclusione. Anche se in realtà l’esclusione è normata dallo stesso regolamento esecutivo, all’articolo 129 che così recita.
Art. 129 Esclusione dalla partecipazione a gare – ex art. 118 – (del. n. 401 C.F. 27/11/1999)
[1] Le società sono tenute a liquidare le ammende e gli indennizzi previsti dai precedenti artt. 115-116-120-121-122-126-127-128 entro quindici giorni dalla decisione del competente Organo federale.
[2] In caso di mancata ottemperanza a tale tassativa prescrizione le società inadempienti verranno sanzionate dal competente Organo federale con l’immediato divieto di partecipazione a gare ufficiali e, se vi prendono parte, la gara verrà omologata con il risultato di 0-20 in suo sfavore o con l’eventuale migliore risultato conseguito sul campo dalla squadra avversaria. Tale divieto avrà efficacia fino alla data del versamento delle somme dovute sia alla F.I.P. sia alla società creditrice. Quest’ultime dovranno dare tempestiva comunicazione dell’avvenuta liquidazione di quanto loro dovuto all’Organo federale competente.
Immagino che vi siate già persi, ed io con voi. Ma riepilogando: Napoli è stata esclusa per non liquidazione delle tasse gara. Il 129 dice che chi fa così non può giocare, ma non fa un singolo riferimento alle partite già disputate prima della messa in mora. Ma l’89, quello dell’ingiunzione, non rimanda al 129 (come sembrerebbe naturale) bensì al 121, quello del ritiro conseguente a rinuncia. E c’è di più. Esiste un regolamento di Giustizia che all’articolo 17 dispone così
Art. 17 Esclusione dal campionato
[1] L’esclusione dal campionato consiste nel divieto di prendere parte al campionato od al torneo cui la squadra di una società si sia iscritta, stia
partecipando od abbia diritto a partecipare.
[2] L’esclusione è parificata, ad ogni effetto, al ritiro ed alla rinuncia e rientra nelle prescrizioni ed ipotesi di cui agli artt.108, 115, 116, 118, 120, 121, 122,
127, 128 e 142 R.E., applicabili per quanto di ragione, con l’esclusione di quanto disposto all’art.41 comma 2.
Quindi esclusione=ritiro e rinuncia ? Mah … Forse ritiro o rinuncia. Perchè il ritiro definitivo, anche se non ci credereste, è normato da un altro articolo ancora !!!!
Art. 123 Ritiro definitivo – (del. n.401 C.F. 27/11/1999 – del. n.241 C.F. 04/04/2009)
[1] In caso di ritiro definitivo di una società, determinato da quanto previsto dagli artt. 120 e 121, l’Organo federale competente all’omologazione si atterrà alle seguenti norme:
a) se questo avviene prima che sia iniziato il girone di ritorno tutte le partite disputate vengono annullate;
b) se questo avviene dalla prima giornata del girone di ritorno in poi, i risultati acquisiti fino al momento del ritiro hanno valore agli effetti della classifica e le rimanenti gare verranno omologate con il risultato di 0-20;
c) Nel caso in cui il campionato preveda una seconda fase in cui vengano riportati i punti degli scontri diretti o totali della prima fase, si procederà come segue:
- se la rinuncia avviene prima che sia iniziata la seconda fase tutte le partite disputate vengono annullate;
- se la rinuncia avviene dalla prima giornata della seconda fase in poi, i risultati acquisiti fino al momento del ritiro hanno valore agli effetti della classifica e le rimanenti gare verranno omologate con il risultato di 0-20.
Adesso, io non sono magistrato od avvocato, ma la sensazione che ci sia un leggero conflitto normativo la avverto. E che in questo guazzabuglio ci sarebbe materia per un ricorso, idem. Ma il problema non è il ricorso. Il problema è che il sistema si insegue. Ed il motivo principale per cui è stata presa questa decisione, opinione personale, è che sarebbe stato imbarazzante tirarsi dietro differenze canestri disomogenee e statistiche farlocche.
Ed eccoci alla fine. Sento già che qualcuno dice: ma come, proprio tu che invochi la via americana ti opponi ad una soluzione che guarda alla sostanza e non alla forma ? Eh no cari ragazzi, non provateci nemmeno. In primis perché non si può fare i sacerdoti delle regole quando conviene e poi piegarle ad esigenze, anche magari legittime e condivisibili, quando conviene di più. Questo è un male dell’intero paese, che ha un’idea della legalità del tutto stravagante ed ondivaga, cui non aderirò né ora né mai. In secundis perché se c’era tutta questa elasticità doveva essere esercitata quando si sono giocate partite con stelle NBA in vacanza, con giocatori motivati, con scioperanti, con ragazzini, senza medico, senza fischi e senza dignità. Quindi, resto in (poco) fiduciosa attesa di risposte sul curioso merito giuridico. Ma la realtà riguarda il metodo. E per giudicare quello secondo me non c’è bisogno di Camera di Consiglio.
Pensieri a raffica
Come appunto Baskettopoli, che documenti di varie istituzioni statali fotografano così:
Un’indagine della Polizia postale e della comunicazioni durata circa 2 anni, coordinata dalla Procura di Reggio, che ha portato alla contestazione di gravi responsabilità penali nei confronti dei vertici pro-tempore del Comitato Italiano Arbitri, organo tecnico della Federazione Italiana pallacanestro e di circa 80 tra arbitri e designatori arbitrali.
Ai vertici, pro tempore, del Comitato Italiano Arbitri GARIBOTTI GIOVANNI, Presidente, GIOVANNI BATTISTA MONTELLA, responsabile del Settore Commissari Speciali, ALESSANDRO CAMPERA, designatore dei Commissari Speciali e MASSIMO CUOMO, Designatore degli arbitri di serie C maschile, vengono contestati i reati previsti e puniti dagli artt. 416-323 c.p. ed art. 1 co.1, L. 401/89 (associazione per delinquere finalizzata all’abuso d’ufficio ed alla frode in competizioni sportive); ai restanti indagati, a vario titolo, i reati di abuso d’ufficio e frode in competizioni sportive, in concorso. Già il 28/04/09 a Garibotti, Montella e Campera era stata notificata, la misura cautelare interdittiva della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio, emessa dal G.I.P. di Reggio Calabria dott.ssa Kate Tassone.
L’attenzione dapprima si era incentrata sulla modalità e la tempistica nelle decisioni sui voti da attribuire agli arbitri da parte dei vertici del Comitato Italiano Arbitri. Va evidenziato che tali decisioni erano determinanti per l’avanzamento in carriera di alcuni e per la penalizzazione e retrocessione di altri. Dallo sviluppo delle indagini è emerso in modo chiaro che il sistema era fortemente influenzato dai predetti, i quali penalizzavano gli arbitri non consenzienti alle loro indicazioni, facendoli retrocedere ed invece favorendo quegli arbitri che si attenevano alle disposizioni ricevute. Detto sistema ha peraltro consentito ai quattro responsabili, attraverso arbitri consenzienti, di favorire alcune squadre a danno di altre, determinando promozioni e retrocessioni di compagini sportive. Gli incontri oggetto d’indagine, allo stato, riguardano alcune squadre delle regioni Toscana, Umbria e Sicilia, militanti nei campionati nazionali di serie B e C.
L’attività illecita ha lo scopo di creare una categoria di arbiri compiacenti e ragionevolmente più disponibili verso eventuali richieste dirette a pilotare gli incontri”.
Gli indagati consegnano al giudice e alla collettività uno spaccato desolante del malaffare che sembra avvelenare. in base all’evidenza disponibile, anche quello che piacerebbe pensare come il tempio della meritocrazia pura, dell’agonismo di olimpica memoria, il luogo del “vince il migliore”. E ancora: “L’illecito è stato ed è posto in essere dai tutori delle regole, dai controllori e via via sempre più su in una girandola di cinismo e spregiudicatezza che, oltre al rispetto delle regole, sembra aver travolto anche il senso del pudore”.
Toti: “So per certo che sono sotto osservazione anche partite di serie più importanti. Spero che la verità venga a galla”
Parole, precise e pesanti, evidentemente legate in gran parte a dei fatti (alcuni già accertati). Tutti da circoscrivere e definire nelle sedi designate. Per l’ennesima volta, SOPRATTUTTO per confermare che la stragrande maggioranza della categoria è da sostenere con convinzione, a tutti i livelli. Ma non è che per questo, o per quieto vivere o per altri motivi si possa far finta che sia una barzelletta. Sì, quasi tutti abbiamo reagito in ritardo, lo scrivente per primo. Sì, prima che la Gazzetta ci facesse due pagine non abbiamo colto la portata del disastro, mea maxima culpa. Ciò detto, il problema non è il ritardo nel registrarlo ma il disastro in questione. Di giochetti col dito e la luna ci intendiamo abbastanza per non farci irretire. E che tra le righe ci tocchi sentire che “non c’è rilevanza penale”, che comunque “le cose faranno il proprio corso”, che “sono esagerazioni mediatiche”, che “è roba solo delle minors”, beh, è davvero un po’ troppo.
E’ anche troppo creare un partito trasversale per togliere i riflettori dalle cose importanti ed illuminarne altre, per illuminare qualche possibile colpevole più di altri o comunque per far perdere di vista la valenza generale della vicenda cercando uno o più capri espiatori che a propria volta hanno sempre la chance di mega-chiamate in correità, magari pubbliche ed indistinte (altra grande specialità tricolore).
Invece, il Godot di cui sopra dovrebbe arrivare, farci un compendio completo di tutto quello che è stato rilevato dalla Procura tramite le intercettazioni, dirci chi è già stato dichiarato colpevole e, ahimè, escluderlo per sempre (mica a tempo !) da un ambito così delicato. Non per giustizialismo, ma perché quelle carte trasudano di violazioni dell’etica sportiva che non possono essere addebitate ad uno sbandamento momentaneo.
Ma questa (molto ipotetica) azione, sarebbe solo un misero atto dovuto. Una parte infinitesimale della rivoluzione valoriale che dovrebbe avviarsi per lo shock di leggere quelle cose. Così come i legittimi interessi dei danneggiati (arbitri retrocessi o non promossi, squadre dove accertato) vanno tenuti nel massimo conto. Ma idealmente nei vari procedimenti la costituzione di parte civile più importante è quella di tutti gli appassionati, non di un singolo o della FIP (bizzarra posizione tra l’altro …). Chi è stato danneggiato va risarcito presto e bene, come giusta deve essere la misura delle pene. Ma l’interesse comune è più importante di quelli singoli, pur meritevoli della massima tutela. Punire chi ha sbagliato e risarcire chi ne ha diritto, senza caccia alle streghe ed esagerati sensi di colpa. E poi ?
E poi cambiare. In meglio. Uscire dalle tenebre, dalla politica, dal carrierismo, dalle rendite di posizione che infestano un’attività così nobilmente declinata da tanti sportivi veri che sacrificano tempo e affetti per permettere al basket di esistere. Dare risposte franche ed oneste, dirette ed esaustive. E darle nei tempi e modi giusti, in maniera completa, almeno quando si decide di farlo. Prendo due esempi di cui ci si è occupati recentemente.
Il primo è relativo alla vicenda Cicoria-Siena, di cui trovate ampio resoconto in post precedenti. Ampio non per fare del sensazionalismo o sussurrare chissà che. Solo perché le intercettazioni attraversano il territorio delle designazioni ed è nostro dovere chiedere delucidazioni, un’interpretazione autentica che tenga appunto lontane quelle interessate e capziose, da qualsiasi parte provengano. La risposta arriva dopo qualche giorno tramite l’intervista alla Gazzetta dello Sport di uno dei due designatori, Colucci, che si allinea alla spiegazione data dall’abbonato senese (http://www.menssanabasket.it/site/detailNews.aspx?K=2522). Ma Colucci e in generale la FIP (o il CIA) ci devono perdonare se ci permettiamo di fare delle considerazioni, senza avere alcun motivo per dubitare della versione sua e del signor Vettori.
La seconda vicenda ha avuto il suo corso nel weekend. Sabato il collega Enrico Campana pubblicava su “Il Cittadino” uno circostanziato articolo in cui tra le altre cose si affermava che
E purtroppo si torna a giocare con una coda di inchiesta che tocca livelli alti, con possibili filoni e ramificazioni, ma non riguardante i club. Si tratta di un “malaffare”, come lo si descrive, del sistema arbitrale che sembra un castello di carte. La lettura natalizia approfondita degli atti della procura di Reggio Calabria “sdoganati” dall’ufficio legale della Federbasket ha riservato amare sorprese e l’immediato intervento del presidente del Comitato Italiano Arbitro. Sarebbero coinvolti 3 arbitri di A, 2 di Lega Due, un commissario di A, un commissario di Lega Due ed altri arbitri e commissari delle serie minori fra i quali addirittura un dipendente della federazione che opera nella A dilettanti. E inoltre due presidenti di Comitati regionali, uno dei nord e uno del sud, quindi anche la stessa struttura federale periferica negli ultimi tempi oggetto di ipotesi di riforma. Lo scenario dei tre casi principali sarebbe quello di raccomandazioni, un malvezzo però un po’ spinto. Un arbitro avrebbe raccomandato un proprio collega di A1 del quale è molto amico per dirigere gare più importanti. Un altro voleva aiutare un famigliare a far carriera nei campionati minori. Il caso più grave che configura una possibile forma di tentativo di illecito, è il colloquio in cui si perora la causa per salvare una squadra ligure in una partita delicata del campionato dilettanti. Squadra che sulla carta partiva battuta, come si ascolterebbe nelle intercettazioni, e invece sorprendentemente risultò vincitrice. Luciano Tola si sarebbe mosso tempestivamente,e il 31 dicembre avrebbe informato chi di dovere. Il quale sembra non fosse a conoscenza di questo “livello maggiore”!. Il Procuratore Federale disporrà per lunedì i provvedimenti del caso per riaprire il fascicolo che riguarda già 41 indagati per “abuso di ufficio e frode sportiva nei campionati di B e C per favorire alcuni arbitri”.
Da parte sua il presidente dell’Aiap (Enrico Sabetta, succeduto a Luciano Tola) ha indetto una riunione straordinaria per sabato 2 gennaio al PalaBarbuto di Napoli, come si legge sul sito dove l’ordine del giorno era “Inchiesta di Reggio Calabria, Comunicazioni del presidente, Varie ed eventuali). Due dei tre fischietti “pizzicati” nell’indagine della procura reggina per il filone delle carriere arbitrali taroccate – per ora tutti fatti senza rilevanza penale, ma gravi per la Magna Charta sportiva che sancisce l’obbligo della correttezza e lealtà sportiva – scenderebbero addirittura in campo questa domenica in una partita molto delicata. Lunedì la Procura federale annuncerà l’apertura dell’inchiesta-bis, e dovrebbe scattare una sospensione cautelativa di un mese per procedere agli interrogatori. La cosa fa rumore, ma era nell’aria da tempo. Troppe polemiche aspre sugli arbitraggi si sono lette ed ascoltate, soprattutto da parte di alcuni presidenti. Si vociferava di veti, anche di arbitri aventiniani (l’enigmatico semiritiro di Reatto, ufficialmente per stare vicino alla moglie). E Roma ritenendosi colpita avrebbe da parte sua presentato addirittura un esposto alla Procura di Reggio Calabria. Se il Procuratore Alabiso risconterà fatti o comportamentali lesivi sull’operato dei tre arbitri in termini di condotta antisportiva, si prospetta una punizione esemplare .
Permettetemi di ritenere che un collega di questa esperienza non sia in grado di partorire un pezzo con riferimenti così precisi se non ha avuto notizie ritenute affidabili da fonti confidenziali. Lette queste parole, come altri, mi sono messo alla ricerca di conferme o smentite, ed ho trovato soprattutto le prime. Anche perché inserendo in un motore di ricerca i nomi degli arbitri di serie A che sarebbero stati sospesi (giravano vorticosamente nell’ambiente) si ottengono questi risultati:
Carmelo Paternicò è stato sentito in relazione ad una telefonata tra lui e Garibotti nella quale Paternicò avrebbe sollecitato la designazione di un commissario “benevolo” nella valutazione del fratello di un altro arbitro di serie A, Renato Capurro, arbitro della A dilettanti.
Esempio dagli atti del Gip: “L’arbitro Enrico Sabetta chiama Montella per raccomandare Laura (Russo)”.
Anche qui, colpa mia e di altri aver “scoperto” la vicenda tardi. La questione relativa a Paternicò viaggiava in rete a inizio maggio, e riesce naturale pensare che se avesse avuto una qualsiasi rilevanza provvedimenti sarebbero stati presi ben prima del gennaio 2010. Voglio dire, qualcuno lo avrà pur sentito nel merito (come gli altri). Probabilmente per giungere alla conclusione che si trattava di una sollecitazione priva di risvolti irregolari, perché se io chiamo il mio direttore e gli dico che forse Mamoli o De Rosa meritano più attenzione spero di non fare alcunché di disdicevole e che il direttore decida per i fatti suoi. Ma indipendentemente dal merito, qui rileva sapere come mai queste faccende vengano fuori così tardi ed in maniera così abborracciata. E soprattutto come mai vengano fuori con questa indiscutibile evidenza e poi vengano “smentite” (????) così dalla FIP dopo che il presidente del CIA aveva parlato di “esagerazioni mediatiche” nell’intervallo di Lottomatica-AJ (dove in campo c’erano Paternicò e Capurro)
“Allo stato attuale non c’e’ nessuna iniziativa di sospensioni per questi arbitri”. Lo afferma la Federazione Italiana Pallacanestro. La Fip smentisce cosi’ quanto pubblicato dalla Gazzetta dello Sport sulla sospensione di tre arbitri di Serie A (Paternico’, Sabetta e Capurro) e due di Lega2 (Beneduce e Perretti) perche’ citati nelle intercettazioni della Procura di Reggio Calabria relative all’inchiesta su alcune partite minori, dalla A dilettanti in giu’, di alcuni campionati italiani. La Fip ha avviato un accertamento interno per capire come sono venuti fuori i nomi di questi arbitri per i quali – precisa la federazione che domani pubblicherà un comunicato ufficiale sulla vicenda – “non c’è nessun coinvolgimento di responsabilità per quanto concerne la giustizia sportiva”
La fuga di notizie no, dai. Non fateci un comunicato sulla fuga di notizie, come se al Cittadino o alla Gazzetta ci fosse gente che pedina, intercetta o spia. O come se a professionisti di quel livello potesse venire in mente di precostituire dal nulla un falso su una cosa così specifica. Dai ragazzi, siamo seri. Chi domenica non ha sentito questa storia da varie fonti (tutte rigorosamente provenienti di prima mano dall’interno della categoria arbitrale) vive in un altro ambiente o su diverso pianeta.
E poi, se neghi una cosa che chiaramente ha un fondamento, annunci comunicati per giovedì (ovverosia 5 giorni il Cittadino, 3 dopo la Gazzetta) e parli di complotti mediatici ottieni un solo risultato. Che è quello di far pensare che c’è qualcosa di grosso da coprire. E che questo obiettivo venga raggiunto scientemente o meno è irrilevante. Io processi alle intenzioni non ne faccio, ed anche se mi appassiona molto la ricerca di Verità e Giustizia in altri e più importanti ambiti, rifuggo dalla voglia di giocare all’agente segreto. Per cui, ad esempio, non annetto significato alcuno all’assenza di quei nomi dalle designazioni per il prossimo turno. Potrebbero essere infortunati o non designati per scelta tecnica, non mi interessa. Ma chiedere chiarezza e fatti invece di suggerimenti interessati e depistaggi mi pare il minimo, specialmente perché, lo ripeto, è roba vecchia ed al 999 per mille irrilevante !
Uno degli aspetti terribili della vicenda è indurre a credere (per millantare credito da parte di qualcuno, per deviazione culturale, per “colpa” di Calciopoli o altro ancora) che dalle designazioni dipendano i risultati. Il mio maestro Aldo Giordani, requiescat in pace, ne era convinto. A costo di svegliarmi tra poco nel Paese delle Meraviglie io respingo in toto questo modo di procedere in assenza di fatti in senso contrario. Ma questa è proprio la scellerata impostazione che si respira nelle pagine non già dei meravigliosi Superbasket d’epoca dove il magico Jordan firmava le lettere con pseudonimi degni di D’Annunzio (Melo Sgrulli, Baia Domizia, ecc. ). No, sono le pagine riempite dalla polizia postale di Reggio Calabria che trasudano di questo modo deteriore di intendere l’arbitraggio, di queste dietrologie, di queste povertà morali ed etiche. Ed è un modo di ragionare che fa troppi proseliti tra addetti e non ai lavori.
E allora voglio chiudere con un sogno. Che domani si smetta coi sussurri e le grida, coi dossier sbandierati (senza mai produrli), le chiamate in correità, le vesti strappate coi buoi già a chilometri dalla stalla, il vittimismo, il minimalismo, il sensazionalismo e le invidie di piccolo cabotaggio. Che si presentino davanti all’opinione pubblica tutti assieme, Petrucci, Meneghin, Tola, Alabiso, Colucci, Paronelli, Renzi, Paternicò, Sabetta, Capurro, Cicoria ed altri 10. Per chiudere definitivamente i conti col passato, magari anche senza accordo tra di loro, un confronto civile ed onesto sarebbe un passo avanti, non uno scandalo. Per dire stop ai pagamenti rateali di questi debiti che tutti assieme abbiamo maturato nei confronti di chi ama la pallacanestro. E per spiegare come nel futuro si riparte eventualmente dagli stessi nomi ma NON dagli stessi presupposti. Che il problema si risolve facendo un salto di qualità culturale a tutto tondo, che significa anche accettare i risultati e gli errori in quanto tali o astenersi dal fare sport. Già, un sogno ……
Sport e cultura
La cultura, vocabolario alla mano, può essere definita come quel patrimonio sociale di un gruppo umano, trasmesso di generazione in generazione, che comprende conoscenze, credenze, fantasie, ideologie, simboli, norme, valori, nonché le disposizioni all’azione che da tutti questi derivano e che si concretizzano in schemi e tecniche d’attività tipici di ogni società. E che c’azzecca col basket, avrà pensato più di qualcuno ? Io dico che ci azzecca, e non solo perché lo sport è chiaramente una fondamentale forma di cultura.
Una cultura formata dai comportamenti di chi in questo gruppo umano vive. Cito un grande giocatore e grande uomo, Steve Nash, che parla del suo vero Amore commentando l’episodio Henry
My point to people is they act as though he left his house that morning (planning) that he was going to handball and win the game. The ball came over 15 peoples’ heads, skipped on a wet grass and hit his arm. Whether he made a reaction to handball or not, we’re talking about a split second. I don’t think you can hang someone for murder when they just put their hand up. Manslaughter, maybe. It’s a reaction. and anyone in that situation would’ve done that. We could always say, ‘He celebrated after,’ and did all that. When there are 80,000 people in your country that are erupting as you made the World Cup, I’d like to see how many of us would tell everyone to sit down and actually hand him the ball. It’s the referee’s job.” “It’s hypocritical. It’s a shame that that’s what happened. My family’s English (his parents moved to South Africa two years before he was born). In England and Ireland, you’re taught from a young age not to cheat, not to dive, not to do anything that would gain an unfair advantage. The English, and I’ll say, ‘We English,’ expect everyone to be that way but the truth is the rest of the world is taught to do the opposite. Get any advantage you can. For the English and Irish to turn around and hold everyone up to their standards is unrealistic.
Una spiegazione interessantissima, anche dal punto di vista antropologico. Certo, chi è senza peccato scagli la prima pietra. E il magico Steve ha ragione a dire che tutti quelli che si sono scagliati sul suo amico francese non avrebbero mai avuto il coraggio di dire “è vero, ho fatto fallo di mano apposta”. Ma ugualmente bisogna tendere all’utopia, sperare che tra 10 o 100 anni ammettere qualcosa contro i propri interessi sarà normale, virtuoso, accettato. Senza assediare magari per due ore chi fa uno sforzo di verità e giustizia ….
Ebbene, io dico che tutti noi della comunità dei canestri siamo responsabili in quota-parte di alcuni dis-valori che fanno parte della nostra cultura. Ed il fatto che siano meno rilevanti rispetto al calcio non può e non deve consolarci. Non sto puntando il dito contro una o più persone e mi faccio carico della mia rilevante quota-parte di responsabilità. Ma la cultura si può costruire o ri-costruire, e questo potrebbe essere il momento di farlo.
Mi rendo conto che il discorso potrebbe suonare reboante o velleitario, ma il dibattito culturale è una delle cose più stimolanti che ci possano essere, e non mi va di rinunciarci. Il principale disvalore che riscontro è credere che il risultato sia l’unico obiettivo cui tendere. “Il fine giustifica i mezzi” è una frase tremenda, orribile. L’elogio della furbizia è tutto tranne che condivisibile, e nessuna persona dotata di senso della Giustizia e della Democrazia vorrebbe mai vivere sotto il giogo di quel Principe. Esagerato, direte voi, ma cosa c’entra con quel meraviglioso balletto che si celebra nei 28 x 15 di parquet ? Un po’ c’entra, credetemi.
Non è nostalgia di De Coubertin e non è superficiale buonismo. Ma che tutto debba essere retto dal principio “chi vince ha sempre ragione” è francamente insopportabile, in più di un senso. Intanto, in linea di principio, competere in maniera equa è molto più importante che vincere. E per “equo” non mi riferisco ad una formale osservanza del dettato di regolamenti spesso vuoti ed anacronistici. Intendo semmai una autentica adesione al principio che è preferibile perdere comportandosi rettamente che vincere in maniera anti-etica.
Non risulta alcunché di simile nella nostra serie A ? Verissimo, ma non mi basta. Ho troppa paura di un ambiente (quello sportivo in generale) che mette in croce chi si fa fare un gol per riparare un torto subito, esalta la figura dei maneggioni e non riesce a sconfiggere (anzi ….) una piaga come quella del doping. Certo, al momento nel basket di vertice non c’è traccia di comportamenti simili e personalmente ho zero elementi per credere il contrario. Ma non possiamo far finta che quello che leggete sotto (dal sito di Gazzetta) sia accaduto in un altro paese ….
Intercettazioni squallide, per livello morale e “culturale”. Addirittura Garibotti utilizza il figlio Matteo per sistemare le partite. Dice all’arbitro Rosi che “Cecina deve vincere” ricordandogli che avrà il commissario (cioè voti alti) se la gara andrà come previsto. E quando ancora al Cecina capita un arbitro “vero”, e il loro dirigente si arrabbia, Garibotti dice al telefono: “Ha ragione quello del Cecina ad incazzarsi, gli diciamo cazzo che gli mandiamo gli arbitri a favore, e poi gli fanno così, ma vaffanculo dai…”. Così anche per la squadra di Porto Empedocle: favori in cambio di cosa, oltre che soggiorni e cene di pesce?
Sì, responsabilità individuali, chiaro. Ma sempre a livello culturale, ce ne siamo preoccupati a sufficienza ? Io personalmente no, lo dico con dispiacere. Nel basket italiano non esiste un Principe, ma non per questo è meno grave la generale tolleranza (invidia ?) per chi prova a vedere se le regole e prima ancora i princìpi che le informano sono flessibili. Se si piegano cioè a interpretazioni speciose ed aggiramenti. Siamo sicuri che tutti condanneremmo un eventuale Principe ? Non è che invece sotto sotto tutti pensiamo che se uno è in grado di “aiutare” la propria causa fa bene a farlo (salvo trasformarci in Savonarola nel momento della scoperta degli “aiuti”) ? E addirittura che i più bravi sono quelli che lo fanno meglio ?
Non sto denunciando qualcosa in maniera criptica, sia ben chiaro. Sto solo dicendo che prevenire è meglio che curare, e che migliorare gli anticorpi del sistema non sarebbe una cattiva idea (inchiesta di Reggio Calabria docet). E poi la non-cultura del risultato si estrinseca anche in cose meno gravi e più sfuggenti. Siamo in grado di parlare bene, per una volta, di un allenatore o un giocatore che han perso una partita od un campionato ? O di sottolineare gli errori o le mancanze di chi invece ha vinto ? Ancora, personalmente non abbastanza. Il basket è un gioco di squadra, in cui il risultato finale è solo la sintesi di tantissimi elementi. Partire dal risultato per poi cercare di trovare i motivi che lo hanno determinato è un’operazione scorretta in senso stretto. Ma è la tentazione cui tutti cediamo, perché …. così fan tutti.
Siamo capaci di andare oltre i dati, oltre le statistiche, oltre la logica comune ? Anche qui, non abbastanza. Pensiamo agli arbitri, al loro ruolo, così delicato e significativo. Quelli coinvolti nella vergogna su cui indagano a Reggio Calabria non vanno mischiati con la parte sana della categoria. Quella che andrebbe aiutata da tutti in quanto “male necessario”, già che tutti ne faremmo volentieri e meno ma senza non si può giocare. Li aiutiamo gli arbitri ? O gli chiediamo di cavarsela, di essere politicamente corretti prima che coraggiosi ? Io dico la seconda. Tecnicamente i nostri fischietti devono migliorare, questo è indubbio. Ma per farlo ci vogliono professionalità, cioè in ultima analisi soldi. Un paradigma importante, perché personalmente rifuggo da quelli che vogliono farci credere che sono proprio i soldi a portare la corruzione della morale. Troppo comodo, troppo banale. Semmai, provoco, è esattamente il contrario.
Chi non rispetta l’etica sportiva non può accusare i soldi o le tentazioni. Deve prendersela con sé stesso. E tenere gli arbitri in questo eterno limbo tra professionismo e dilettantismo, scaricare barili sulla e dalla Federazione significa solo non voler fare un passo avanti. Accettare il risultato si deve e si può. Ma per farlo davvero bisognerebbe anche prima aver fatto tutti gli sforzi possibili ed immaginabili per ridurre il margine di errore comunque insito nel gioco.
Vogliamo aiutare gli arbitri ? Cominciamo a valutare le loro decisioni solo con la tecnica e non con la dietrologia da spettatori o giornalisti. Proseguiamo con un comportamento da parte degli allenatori meno plateale e meno volto a trarre un vantaggio (sicuramente minimo) dal loro condizionamento. E finiamo trasmettendo ai giocatori la cultura che buttarsi per terra o usare dei trucchi per fare qualcosa di non legale e/o attriubuirlo all’avversario è un comportamento anti-etico, e non ne vale la pena neppure se aumenta le chance di vittoria. Naturale, chi arbitra deve intanto aiutarsi da solo, e non certo giustificare le proprie carenze tramite quelle degli altri.
Il risultato è importante, fondamentale. La stordente bellezza dello sport sta nello stimolare sacrifici incredibili in nome della Dea Nike, della Vittoria. Tutti noi amanti di questa gioia della vita ci immedesimiamo in chi vince e vuole farlo, Ma non a tutti i costi, e neppure a prezzo di realizzo. Altrimenti che gusto c’è ? Più princìpi e meno Principi, insomma. A volte è questione di accenti ….
Pensieri a raffica
• Le generalizzazioni sono sempre sbagliate e parziali. Ma non posso negare che finora in Italia ho visto partite accese ed equilibrate, giocatori solidi e intensi ed allenatori organizzati e rigorosi. Unico assente il bel basket. Inteso come basket vario, teso al progresso tramite una visione e giocato con autentica voglia. Insomma con quegli elementi che sono inversamente proporzionali alla fretta nel giudicare e giudicarsi che fa delle squadre quantità sempre più incerte ed instabili. Che non possono esprimere quel basket che vorrei vedere io. Peccato, perché non è questione di soldi ma di metodo ….
• A proposito di soldi: sappiamo bene che ci sono forti differenza di budget tra alcune formazioni e che questi “delta” finanziari sono alla radice di alcuni gap tecnici. Se volessimo discuterne seriamente potremmo (dovremmo) porci il problema di come riequilibrare il sistema. Siccome però questa volontà e questa capacità non c’è, agli attori della vicenda tocca prendere ogni partita per quello che è, senza tirare in ballo ogni volta valutazioni presuntive sulla spesa altrui. Sarebbe bello che parlando (ahimè ancora) per generalizzazioni ci si scordasse della relativa competitività economica del nostro sistema. O che perlomeno la si facesse diventare uno stimolo ad utilizzare in maniera sana e virtuosa l’italica arte di arrangiarsi.
• Anche perché se proprio dobbiamo parlare di soldi, potremmo applicarci con maggior costrutto a rinforzare le garanzie in termini di adempimenti verso i dipendenti (specie quelli in canotta e mutande). Materia nella quale le insufficienze sono trasversali e sistematiche.
• Due squadre biancoverdi in testa, ma una fa più notizia dell’altra. Avellino mi stupisce non certo rispetto al valore dei singoli, che ritenevo sulla griglia da seconda-terza fila, ma rispetto a come quei singoli riescono a giocare insieme fin dall’inizio. La prova è che la squadra riesce ad ammortizzare le stecche di qualche tenore grazie alla forza del coro. Merito ovviamente della disponibilità dei giocatori, del lavoro dello staff tecnico e della forza della società. Fossi negli avversari mi spaventerei un po’ perché il ritorno di Akyol potrebbe coincidere con il consolidamento dell’intesa Brown-Nelson, una coppia di esterni che quando riuscirà a lavorare con regolarità all’unisono marcherà una differenza seria con buona parte della concorrenza. Questo non significa che i lupi possano mettere la “perfect season” nel novero degli obiettivi raggiungibili. Ma che questo 6-0 non sia casuale è del tutto pacifico
• I 55 di Jennings contro Golden State (o quel che ne rimane) hanno colpito non poco l’opinione pubblica dei canestri. Le considerazioni al riguardo potrebbero essere migliaia, a partire dal relativo valore della difesa (o presunta tale) dei Warriors. In generale ribadisco che non mi baloccherei troppo con le (enormi) differenze tecniche, ambientali e culturali tra i due modelli di basket e società sportiva. E meno ancora sulla distanza siderale tra le statistiche del BJ romano e quelle del rookie wisconsiniano. Anche prima delle mirabolanti recenti prove non potevamo ignorare la velocità del ragazzo, il suo trattamento di palla e la forte personalità rispetto all’età. Poi è diverso partire da un contesto che ti chiede di adattarti ad una realtà lontana anni luce dal tuo background ed uno, molto più vicino alle tue corde, che ti impone addirittura di essere protagonista. Ci sarebbero altre mille cose da dire, ma da questo novero escluderei l’assunto che siccome nell’NBA finisce sempre 130-125 non difende nessuno. Certo, squadre come Golden State, Toronto, New York, la stessa Milwaukee, Phoenix, giocano in una certa maniera. Ma chi pensa che con le regole NBA il Prokom o l’Orleans le terrebbero a 75 ha bevuto roba di qualità infima.
• Ultima cosa: ho la sensazione che prima o poi ci capiterà di vedere una partita che si concluderà con un canestro, potenzialmente decisivo, sulla sirena. Magari mi sbaglierò e questa malaccorta previsione servirà ad esorcizzare il pericolo. Ma a livello di caso di scuola l’ipotesi rimane valida. Possibile che a nessuno venga in mente di mettere mano alla materia ? Abbiamo fatto un incredibile e provvidenziale salto in avanti nel 2004, e gli Dei del basket hanno scelto Ruben Douglas per farcelo capire. Possibile che a distanza di 5 anni a nessuno venga in mente di rimettere mano a quel sistema ? Di fare un vero e serio investimento per varare un instant replay per tutte le gare di campionato (almeno per il caso del canestro decisivo) ? Di dare un’occhiata alle circostanze in cui si può far ricorso allo strumento (tranne l’interferenza sono quelle frettolosamente disegnate nel settembre 2004 sull’onda del “facciamo l’eperimento”) ?
Pensieri a raffica
• A Biella partita non bellissima, pur nell’equilibrio. Difficile peraltro sperare in meglio con squadre che assomigliano a cantieri ed in cui bastano due infortuni per ritardare ulteriormente il processo di formazione di quel terreno comune che fa la differenza sempre e comunque (Siena docet)
• Un tema che ci si trova spesso ad affrontare è quello del conformismo tecnico, vedi fisionomie assai somiglianti tra le squadre. Il problema non si esaurisce in un ripetersi di giochi d’attacco (peraltro non necessariamente piacevole). Si tratta di una latitanza di concetti, di cambi di ritmo, di variazioni sul tema. Tutte quelle cose cioè che, guarda caso, si possono raggiungere solo con tempo, familiarità, lavoro, stabilità
• Il controsenso ed il paradosso della situazione è che parlando in generale questa generazione di allenatori dipenderebbe ancor più delle precedenti da questa stabilità. E invece deve fare i conti con poco tempo e poca pazienza, sempre parlando in generale. E con giudizi basati solo sul risultato dell’ultimo quarto, neppure dell’ultima partita
• Un altro tema classico è l’assenza del playmaker. Denunciata alle prime difficoltà da chi nel selezionare i giocatori chiede prima se attaccano sul pick and roll e poi la percentuale da 3. Ora, i giocatori che eccellono in queste due categorie difficilmente sono anche delle cime in termini di lettura della gara. Altrimenti i Knicks ed altre 20 squadre NBA (quelle senza Chris Paul, Tony Parker o similari) avrebbero già catturato il fenomeno in questione. Faccio un nome a titolo di esempio, quello di Joe Smith. Per avere uno che attacca e tira come il biellese di lungo corso bisogna sacrificare certe altre cose. Che magari, in linea teorica, possono essere surrogate da altri giocatori, in altri ruoli.
• Ieri al Palalido Milano ha offerto una prova non particolarmente più brillante di quella di Varese. La sostanza non sarebbe diversa anche se oggi il record fosse 2-0 o 0-2 (possibilissimi entrambi i casi). La sostanza è sempre quella, una squadra che soffre dei mali di cui sopra, come parecchie altre. Due playmaker che tali non sono se non nell’accezione “moderna”. Ma che risultano per ora poco efficaci soprattutto quando cerchi di combinarli con altri 8 che a loro volta sono più bravi a produrre per loro che ad elevare il livello dei compagni. Se date un’occhiata allo scout non vi sfuggiranno gli 8 assist di Finley, apparentemente in antitesi con questa teoria. Ma c’è assist ed assist, e quello che veramente permette di fare il salto di qualità è quello che non nasce da un’iniziativa individuale (peraltro sempre positiva di per sé stesso) ma da un sistema che coinvolga 5 giocatori, e non solo i 2 (forse 3 col primo aiuto) della classica situazione di pick and roll a gioco rotto
• Ciò detto, non invidio Piero Bucchi quando nel quarto periodo deve fare una scelta di personale a dir poco delicato. 5 giocano, gli altri stanno seduti. Lui deve sceglierli prima di vedere come giocano, a differenza di chi giudica ex post. Non è una difesa, solo una constatazione. Chi non gradisce le scelte può e deve manifestarlo, ma ho paura che il problema sia proprio trovarsi di fronte a quelle scelte. Ieri Rocca (-16 di plus/minus), Mordente (-14), Mancinelli (-9) hanno facilitato questo compito assieme all’infortunio di Viggiano. Ma l’impressione guardando la partita è che quei tre giocatori, quelli che hanno avuto cifre migliori e lo staff tecnico siano sulla stessa barca. Molto più di quanto le singole componenti di questa equazione riescano ad ammettere, perchè si percepisce quanto sia difficile trovare ritmo per i singoli ed in quintetti ma al tempo stesso è obbligatorio e logico dare una chance a tutti. Più avanti, dopo esperimenti ed analisi, qualcuno dovrà sacrificarsi, qualcuno dovrà essere sacrificato, ma comunque ci vuole del tempo per poter motivare le scelte. Bisognerà che tutti se ne diano un po’, magari pensando che anche nella passata stagione l’inizio non fu rose e fiori
Pensieri a raffica