In anteprima un piccolo estratto del pezzo di commento che potrete leggere sul prossimo numero di “Rivista ufficiale NBA” .
In queste finali i riflettori erano puntati su 3 personaggi. Il primo, Dwight Howard, ha fatto quello che un giocatore al suo livello di sviluppo tecnico può fare in una simile situazione. Cioè fare vedere lampi anche clamorosi ma non spostare da solo le montagne. Dategli due anni, massimo tre, e poi capirà che come i punti le ricezioni vanno pesate, non contate. Quelle buone per lui sono dinamiche, non statiche. Ma con quel motore è solo questione di tempo, e sono proprie le cocenti delusioni (vedi Shaq) che ti convincono a cambiare registro. Lo sa bene uno che con il primo Shaq di pazienza ne avrebbe avuta poca. Phil Jackson ha fatto 10, ha cancellato anche gli ultimi record di Auerbach e timbrato definitivamente il passaporto per la Storia. Resti o meno sulla panchina gialloviola, si tratta di un grandissimo allenatore, poche palle. Jordan o non Jordan secondo me i suoi Bulls vincevano soprattutto con la difesa, splendida per applicazione e meccanismi. I suoi Lakers invece hanno vinto con l’attacco, aspettando davvero l’ultimissimo momento possibile per difendere davvero. Segno di incredibile versatilità, di flessibilità. Quella che il terzo personaggio delle Finali in passato non aveva mai fatto vedere. Parlo del trentenne che la mattina dopo gara-4, con la serie in tasca ed un supplementare alle spalle, alle 5:30 (non del pomeriggio …) avviava uno dei tapis-roulant del Ritz-Carlton davanti agli occhi attoniti di qualche stimato professionista. L’unico che probabilmente ha preso alla lettera l’ordine di coach Jackson (“durante le finali cellulari e blackberry spenti”). Quello che ha battuto sé stesso prima di un avversario, mantenendo un rapporto (sia pure a modo loro) con un coach stimato ma non certo amato. Un grande campione, enorme. Che sarebbe stato tale anche se per qualche motivo non fosse andata bene un’altra volta. E che se anche ha vinto con pienissimo merito ha avuto più di un passaggio a vuoto. Detto di uno che, dice giustamente Jerry West, passa una volta ogni 25 anni. Godiamocelo ancora.
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Difficile dire cosa succederà stasera. Chissà, forse i Magic non si riprenderanno dalla scoppola, continueranno a pensare che a 39 secondi dalla fine Lewis ha sbagliato un tiro comodo per il +7, che poi Kobe e Gasol, Howard i liberi, ecc ecc. (leggi Fisher). Oppure scaricheranno la loro rabbia su una squadra che era venuta per vincerne una ed una ha vinto. Oppure qualcos’altro ancora, perchè queste finali tutto sono tranne che prevedibili finora. Continue reading →
Win a ring 4 the king
Artest in gialloviola ?
Ron Artest has told Ken Berger of CBSSports.com that he will sign with the Los Angeles Lakers.
“I’m definitely going to L.A. — to sign, yeah,” Artest said in a phone interview. “Lakers, Lakers, Lakers. I’m in L.A. right now.” Continue reading →
Dopo le NBA Finals
In anteprima un piccolo estratto del pezzo di commento che potrete leggere sul prossimo numero di “Rivista ufficiale NBA” .
In queste finali i riflettori erano puntati su 3 personaggi. Il primo, Dwight Howard, ha fatto quello che un giocatore al suo livello di sviluppo tecnico può fare in una simile situazione. Cioè fare vedere lampi anche clamorosi ma non spostare da solo le montagne. Dategli due anni, massimo tre, e poi capirà che come i punti le ricezioni vanno pesate, non contate. Quelle buone per lui sono dinamiche, non statiche. Ma con quel motore è solo questione di tempo, e sono proprie le cocenti delusioni (vedi Shaq) che ti convincono a cambiare registro. Lo sa bene uno che con il primo Shaq di pazienza ne avrebbe avuta poca. Phil Jackson ha fatto 10, ha cancellato anche gli ultimi record di Auerbach e timbrato definitivamente il passaporto per la Storia. Resti o meno sulla panchina gialloviola, si tratta di un grandissimo allenatore, poche palle. Jordan o non Jordan secondo me i suoi Bulls vincevano soprattutto con la difesa, splendida per applicazione e meccanismi. I suoi Lakers invece hanno vinto con l’attacco, aspettando davvero l’ultimissimo momento possibile per difendere davvero. Segno di incredibile versatilità, di flessibilità. Quella che il terzo personaggio delle Finali in passato non aveva mai fatto vedere. Parlo del trentenne che la mattina dopo gara-4, con la serie in tasca ed un supplementare alle spalle, alle 5:30 (non del pomeriggio …) avviava uno dei tapis-roulant del Ritz-Carlton davanti agli occhi attoniti di qualche stimato professionista. L’unico che probabilmente ha preso alla lettera l’ordine di coach Jackson (“durante le finali cellulari e blackberry spenti”). Quello che ha battuto sé stesso prima di un avversario, mantenendo un rapporto (sia pure a modo loro) con un coach stimato ma non certo amato. Un grande campione, enorme. Che sarebbe stato tale anche se per qualche motivo non fosse andata bene un’altra volta. E che se anche ha vinto con pienissimo merito ha avuto più di un passaggio a vuoto. Detto di uno che, dice giustamente Jerry West, passa una volta ogni 25 anni. Godiamocelo ancora.
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Brandon Jennings post-draft
Il passaggio secondo Nash
La difesa secondo Bowen
Simply Shaq
Parola di Phil Jackson
Verso gara-5
Difficile dire cosa succederà stasera. Chissà, forse i Magic non si riprenderanno dalla scoppola, continueranno a pensare che a 39 secondi dalla fine Lewis ha sbagliato un tiro comodo per il +7, che poi Kobe e Gasol, Howard i liberi, ecc ecc. (leggi Fisher). Oppure scaricheranno la loro rabbia su una squadra che era venuta per vincerne una ed una ha vinto. Oppure qualcos’altro ancora, perchè queste finali tutto sono tranne che prevedibili finora. Continue reading →
Una vittoria per 10 anelli
http://sports.espn.go.com/espn/eticket/story?page=090612/phil