FILO DIRETTO

Pick and roll, part III

Approfondendo il discorso statistico del post precedente e ragionando sulle indubbie difficoltà di Nicholas e Fotsis (tra gli altri) in questo inizio di stagione milanese, mi è venuto in mente di giustapporre le giocate di pick and roll dell’EA7 contro Siena con quelle effettuate dal Panathinaikos (che contava su Nicholas e Fotsis) nella semifinale di Eurolega del 2011 contro lo stesso avversario (sia pure con diverso personale).

Mi sembra solare la differenza di dinamismo espressa dai due attacchi, che si traduce in tiri in ritmo e meno contestati da una parte e tiri in sofferenza dall’altra. Più specificamente, gli attacchi dei verdi ateniesi sono superiori per:

  • Numero di pick and roll giocati all’interno della stessa azione
  • Trasferimento del pallone da dentro a fuori nella stessa azione
  • Trasferimento del pallone da un lato all’altro nella stessa azione
  • Capacità di estendere la difesa attaccandola in palleggio dopo lo sfruttamento del blocco
  • Utilizzo di tutti e 5 i giocatori per punire le scelte della difesa

Attenzione però, stiamo comparando pere e mele. Perchè da una parte ci sono 10 anni di lavoro continuo dello stesso allenatore con uno zoccolo duro (penso solo a Diamantidis e Batiste) e dall’altra ci sono due mesi scarsi di lavoro assieme. Poi si possono fare tutti i discorsi sulle differenze dei singoli giocatori, ma l’ultima sequenza del video dimostra che anche i biancorossi milanesi sanno muovere il pallone con grande perizia. Si tratta di farlo con continuità, cosa che si acquisisce solo col tempo. E chiudendo su Nicholas e Fotsis, mi pare chiaro che essere una parte di un meccanismo che gira ad una certa velocità e sentirsi chiedere di essere invece chi accende il meccanismo sono due paia di maniche completamente diverse.

 

Buon video !

Ferire e perire di P/R

Dando un’occhiata alla produzione tramite il pick and roll, che poi andrebbe chiamato screen-roll, emergono dati per leggere ancora più in profondità la partita di domenica. Se guardiamo ai punti segnati per 100 possessi vediamo che Siena (seconda dietro alla Virtus Bologna nella passata stagione con 85,9 punti per ogni 100 possessi di pick and roll) è a metà di una classifica non casualmente guidata da Stipcevic-Rannikko, Clark-Bowers e Hackett-Hickman. Ma ancora più rilevante è il dato milanese. Quello dell’EA7 è il peggior attacco di pick and roll in assoluto finora. La formazione milanese non raggiunge il 32 % dal campo in questa importantissima fase del gioco,  e raccoglie punti in un misero 27 % delle occasioni in cui gioca il “blocco-e-giro”.

 

 

1 Cimberio Varese 104,9
2 Umana Venezia 100,0
3 Scavolini Siviglia Pesaro 90,0
4 Vanoli-Braga Cremona 89,6
5 Sidigas Avellino 88,4
6 Bennet Cantu 87,5
7 Pepsi Caserta 86,2
8 Virtus Roma 86,0
9 Montepaschi Siena 83,3
10 Banco di Sardegna Sassari 75,9
11 Canadian Solar Bologna 74,7
12 Fabi Shoes Montegranaro 72,3
13 Angelico Biella 71,2
14 Novipiu Casale Monferrato 68,1
15 Banca Tercas Teramo 63,8
16 Benetton Treviso 63,4
17 EA7-Emporio Armani Milano 59,7

 

 

 

 

Se andiamo nell’altra metà campo, vediamo però che l’MPS mantiene il suo primato e che Milano segue vicina al quarto posto. Il che ci spiega come Siena, tirando malissimo, si è messa comunque in condizione di giocare la partita fino alla fine. Perché l’attacco dipende da molti fattori, ispirazione inclusa, mentre la difesa non risente di alti e bassi se non in misura assai minore. Ed alla fine paga sempre i dividendi più alti.

 

 

 

1 Montepaschi Siena 62,5
2 Angelico Biella 64,2
3 Sidigas Avellino 67,6
4 EA7-Emporio Armani Milano 70,6
5 Cimberio Varese 71,1
6 Vanoli-Braga Cremona 71,2
7 Pepsi Caserta 74,5
8 Canadian Solar Bologna 84,4
9 Scavolini Siviglia Pesaro 84,7
10 Bennet Cantu 85,1
11 Virtus Roma 86,6
12 Banco di Sardegna Sassari 88,4
13 Umana Venezia 89,1
14 Banca Tercas Teramo 90,7
15 Fabi Shoes Montegranaro 94,6
16 Novipiu Casale Monferrato 97,0
17 Benetton Treviso 98,0

 

 

La difesa EA7

Un video per tornare sul big match di domenica scorsa. Nel primo tempo, quando l’attacco non brillava, Milano si è tenuta bene in partita sfruttando una buona difesa contro il pick and roll avversario. Da notare nel video l’aggressività di chi esce (SHOW) e la prontezza di chi ruota sul bloccante (ROLLER)

Analisi video

La virtù civile

Ieri mi è capitato di sentire un grande italiano, Umberto Ambrosoli, leggere un passo tratto da un libro del 2001 di Maurizio Viroli e Norberto Bobbio, “Dialogo intorno alla Repubblica”. Come si suol dire, impossibile dirlo meglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

V. Certo, per me la virtù civile non è la volontà di immolarsi per la patria. Si tratta di una virtù civile per uomini e donne che desiderano vivere con dignità, e poiché sanno che non si può vivere con dignità in una comunità corrotta fanno quello che possono, quando possono, per servire la libertà comune: svolgono la propria professione con coscienza, senza trarre vantaggi illeciti né approfittare del bisogno o della debolezza di altri; vivono la vita familiare su una base di rispetto reciproco in modo che la loro casa assomiglia più ad una piccola repubblica che non a una monarchia o ad una congrega di estranei tenuta insieme dall’interesse o dalla televisione; assolvono i loro doveri civici, ma non sono affatto docili; sono capaci di mobilitarsi, per impedire che sia approvata una legge ingiusta o per spingere chi governa ad affrontare i problemi nell’interesse comune; sono attivi in associazioni di vario genere (professionali, sportive, culturali, politiche, religiose); seguono le vicende della politica nazionale e internazionale; vogliono capire e non vogliono essere guidati o indottrinati; desiderano conoscere e discutere la storia della repubblica e riflettere sulle memorie storiche.

Per alcuni la motivazione prevalente all’impegno viene da un senso morale, e più precisamente dallo sdegno contro le prevaricazioni, le discriminazioni, la corruzione, l’arroganza e la volgarità; in altri prevale un desiderio estetico di decenza e di decoro; altri ancora sono mossi da interessi legittimi: desiderano strade sicure, parchi piacevoli, piazze ben tenute, monumenti rispettati, scuole serie, ospedali veri; altri ancora si impegnano perché vogliono raccogliere stima e aspirano agli onori pubblici, sedere al tavolo della presidenza, parlare in pubblico, essere in prima fila alle cerimonie. In molti casi questi motivi operano insieme, e l’uno rafforza l’altro.

Questo tipo di virtù civile non è impossibile. Ognuno di noi potrebbe citare i nomi di molte persone che rispondono a questa descrizione del cittadino che ha senso di responsabilità civile e che hanno fatto solo del bene alla comunità e a se stessi.

B. Parlare di virtù civile è importante per contrastare l’indifferenza e l’apatia politica che purtroppo adesso sta dominando nel nostro paese, per ragioni anche comprensibili, che non è il caso qui di ricordare. In quel periodo, dopo la Liberazione, c’era entusiasmo, desiderio di partecipazione come reazione alla politica imposta dall’alto ai tempi del fascismo. Ciascuno deve dare il proprio contributo. Ci vogliono i buoni costumi, la virtù dei cittadini.

OT, prosegue il surplace

La Corte Federale, riunitasi oggi, ha rimesso gli atti alla Giudicante, immagino per garantire a Thomas un giudizio di primo grado nel merito (cosa che avrebbe dovuto dargli la Giudicante). Ora, con tutta la comprensione del mondo, visti i tempi della vicenda, aver perso altre settimane in un palleggio tra 1° e 2° grado mi pare fotografi bene lo stato, farraginoso assai, dell’arte. Stay tuned.

Per la legalità

 

Come forse qualcuno di voi sa, sull’argomento ho anche co-scritto un libro.
L’argomento è la legalità, un tema affascinante di cui ci occupiamo troppo poco e troppo distrattamente, oltre a praticarlo senza costanza e coerenza. E se nella nostra terra bellissima e disgraziata (© Paolo Borsellino) la legalità viene sbandierata così tanto, è ovvio che il problema c’è, e grosso come una casa.
Sono stato a lungo nel dubbio prima di scrivere. Non riuscivo a decidere se avesse più senso intraprendere una strada del genere o se invece evitare per non incorrere in commenti del tipo “ma chi crede di essere quello là” piuttosto “ma cosa c’entra un telecronista con questi discorsi ?”.
Alla fine ho deciso per l’impegno civile, confortato dalla competenza e dalla misura di uno che esercita legalità per mestiere e vocazione come Mario Conte.
Impegno civile non significa per forza politica, almeno in questo caso. Il che presta il fianco ad essere tacciati come qualunquisti, codardi, fascisti, comunisti o non so che altro ancora. Ci può stare, l’importante è confrontarsi, senza omettere impegno per paura delle critiche.
Sia come sia, è stata finora un’esperienza straordinaria. Vedere il nostro libro commentato (con sottolineature e giallini) nelle mani di giganti del calibro di Umberto Ambrosoli, Sergio Lari, Nino Di Matteo, Antonio Nicaso, Armando Spataro, Alfonso Sabella (solo per citarne alcuni alla rinfusa) è una soddisfazione incomparabile. Come girare nelle scuole (Mario soprattutto) e vedere quale presa il tema abbia sui giovani.
In almeno una cinquantina di incontri in giro per l’Italia abbiamo provato a propagandare l’idea che di queste cose debbano o possano occuparsi tutti, non solo gli specialisti ed i professionisti. Perché se così dovesse essere, avremmo rimosso il problema e delegato la sua (in questo caso impossibile) soluzione a chi (Magistratura e Forze dell’Ordine) non può svuotare il mare con un cucchiaino.
Meglio provarci, metterci la faccia e sperare di creare dibattito. Sempre ricordando che si tratta di cose complesse e che dalle labbra di quegli esperti dobbiamo pendere. Se poi questo significa anche prendere atto del fatto che la criminalità organizzata ci ruba presente e futuro, oltre ad una montagna di soldi, si tratta di un dovere. E “Dovere”, sostantivo, mi piace tantissimo, al pari di “Potere”,verbo e a differenza dei loro fratelli di lessico.
Mi piacerebbe sentire la vostra al riguardo, magari tramite il “Filo Diretto” od i commenti qui. Se ne riparla presto

Flavio

Basket sostenibile

  • Da “L’Eco di Biella”

 

Il nuovo CDA di Pallacanestro Biella ha mandato segnali non nuovi e non inattesi a territorio ed opinione pubblica. Lungi da me un’analisi nel merito di quanto comunicato, non foss’altro che perché privo dei requisiti necessari. Mi interessa però ragionare un po’ (poco …) sul concetto di sostenibilità. Che dovrebbe prendere la pole position nei dibattiti futuri, e mica solo quelli biellesi, anzi. Gli Dei del basket solo sanno se non mi piacerebbe discettare da mane a sera di pick and roll e rotazioni difensive. Ma temo sia il momento di picchiarci in testa che senza aver risolto le questioni a monte, pensare a quei 28 metri diventa secondario.

 

Quando parlo di “sostenibilità” non la intendo nell’accezione economica (la capacità cioè di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione) ma in quella generale (quindi la possibilità di un processo di essere mantenuto ad un certo livello indefinitamente). Ecco, senza essere un tecnico, non penso che il sistema professionistico del basket italiano possa essere mantenuto in queste condizioni sine die. Altrimenti Alberto Savio non direbbe che “se non arrivassero segnali positivi nel breve periodo, dovremmo prendere atto con grande amarezza ma altrettanto realismo che il nostro territorio non può (o non vuole) mantenere a Biella una squadra in serie A”.

 

Io mi sbaglierò e l’ottimo Alberto mi smentirà. Ma secondo me mentre dice questo sa che il territorio non può e/o non vuole rispondere, addì novembre 2011, al suo accorato appello. O perlomeno non nei termini sperati. E soprattutto non in maniera da garantire una autentica crescita a medio-lungo. Laddove “crescita” è diverso da “sopravvivenza”, per quanto iper-dignitosa e soddisfacente come in questo caso. E non si tratta di cattiva volontà, di carenze di Pall. Biella o di avidità del territorio. Bensì di un modello economico che ha terminato la sua efficacia. E modelli del genere, di solito, si rinnovano prima di assistere al loro definitivo declino. Cosa che il basket italiano, nel suo insieme, dovrebbe fare prima che sia troppo tardi.

 

Short Summers

Ho letto l’intervista che Dajuan Summers ha rilasciato a Yahoo.

Sono molte le considerazioni che si potrebbero fare, ma quelle che eviterei sono proprio le prime che si affacciano alla mente. Accanirsi con l’ex-giocatore di Georgetown per le considerazioni su letti, aerei e trattamenti italiani sarebbe come pensare che “poverino, è abituato all’NBA” : superficiale.

Superficiale come ovviamente è il tono generale dell’intervista, che potete benissimo percepire senza ulteriori sottolineature. Va da sé che la possibilità di fare un’esperienza diversa, di gustare una Cultura nuova e di vivere da privilegiato in una delle città più belle del mondo meriterebbe ben diversa propensione. E va da sé che molti dei “giudizi” espressi sono in realtà pre-giudizi. Pieni di quell’immaturità che è quasi fatale avere a quell’età e con la formazione di chi sognato ed assaggiato l’NBA per poi venirne in buona sostanza respinto. Non che questo la renda ovviamente più giustificabile.

Se l’MPS, che ha costruito una Dinastia elevando ad arte pazienza e continuità, lo ha tagliato, significa che ha ritenuto non ci fossero i margini per far crescere il giocatore. Dicono anche che più o meno la diagnosi dei Pistons non fosse particolarmente diversa, ma come dice Querejeta per gli allenatori, i giocatori sono come le angurie, finchè non li apri non li conosci. E vuoi aprirli tu, non farli assaggiare agli altri.

Il che esaurisce forse il discorso su Summers ma non quello generale. Intanto a me viene da fare un piccolo esame di coscienza per cercare tutte le situazioni (molte, troppe) in cui mi comporto come lui, dando giudizi non soppesati e figli di piccoli o grandi prevenzioni, preconcetti o tabù.

Finita l’autocritica e accantonato Summers (che non fa stato), mi viene in mente che moltissimi addetti ai lavori durante l’estate hanno convenuto col sottoscritto nel considerare Jerel McNeal una gran presa della Fabi Shoes. Oggi però l’ex-Marquette è un giocatore che tira col 24 % scarso ed in piena crisi. Pur essendo arrivato in un sistema di gioco oliatissimo, David Lighty a Cantù non supera gli 11 minuti per gara. E di esempi del genere, da Dunigan a Moore passando per Benson, ne potremmo fare parecchi altri.

In astratto si tratta di giocatori certamente di sufficiente talento per far bene, soprattutto nel contesto di riferimento. Se così tanti e con così diversi background battono in testa, devono esserci dei minimi comun denominatori. Di sicuro parte delle difficoltà hanno a che fare con i pregiudizi di cui sopra. E, visto dalla parte dei club, con un paio di luoghi comuni che forse meriterebbero un’analisi più profonda.

2-3 decadi fa l’ americano doveva fare 25 punti a partita, altrimenti si perdeva. Gli scudetti vinti cambiando Stotts con Boswell, Aza Petrovic e Ballard con Cook e Daye o Wally Walker con JB Carroll appartengono però al passato quanto il Commodore 64 ed i 45 giri. In primis perché di Boswell, Daye e Carroll liberi non ce ne sono. Ed in secundis perché comunque non stiamo parlando di squadre fatte da 8 italiani, di quintetti-base che stanno in campo 35 minuti, di attacchi che per 30 secondi disegnano eleganti ghirigori sul campo e di partite preparate dando un’occhiata al VHS arrivato per posta. E’ tutto diverso, non tutto meglio e non tutto peggio ma di sicuro differente.

Aggiungeteci meno soldi, più concorrenza in Europa, più squadre NBA, ed avrete un quadro in cui comunque l’idea che si possa alterare drammaticamente il quadro facendo venire il fenomeno alla Paolo Villaggio di “Sistemo l’America e torno” è pura illusione. E’ invece vero che ci sono fior di Melvin Booker, Bootsy Thornton e Linton Johnson (per pescare solo tre esempi da un mazzo sconfinato) che non avremmo mai scoperto se, come era stato ormai deciso, fossero stati tagliati a furor di popolo e statistiche deludenti.

Questo non significa che aspettando tutti diventano dei Thornton, anzi. Anche se nel caso di specie sarei dispostissimo a scommettere che tra un paio d’anni per Lighty e McNeal si scateneranno aste milionarie nel Vecchio Continente. Il punto vero però è che se a questi giocatori viene chiesto di essere quello che non sono (McAdoo, Danilovic o Shackleford per intenderci), di sicuro non lo diventano. Piccolo addendo: le valutazioni di cui stiamo parlando attengono per il 95 % ai punti segnati e per il 5 % al lato comportamentale, fatte salve le meritorie eccezioni. Nel basket e nella vita però, per fortuna !, c’è anche dell’altro. Tipo difesa, intanglbles, upside ed altri termini, non tutti anglofoni, che dovrebbero concorrere alla valutazione in questione.

Non basta. Il mercato USA offre comunque una vasta rosa di nomi su base stagionale, a differenza di altri, segnatamente quello nostrano. Un’altra ragione per cui, nel momento in cui invale l’equazione “va male=devo cambiare” ci si rivolge di là, e le farneticanti regole sui passaporti inducono a cambiare un USA con un USA. Magari rivolgendosi a chi l’Europa la conosce già, così si riducono i tempi di adattamento (vero). Col risultato però di stra-valutare alla lunga l’esperienza rispetto al valore intrinseco del giocatore. Al netto di tutti i casi specifici e di tutte le carenze dei singoli, a macro-livello mi pare si possa avanzare l’ipotesi che tutti questi fattori concorrano con le inadeguatezze tecniche e culturali dell’ USA di turno a creare una situazione non ottimale.

Sarebbe facile liquidare tutto quanto sopra come il solito Tranquillo americanofilo. Fate pure se vi fa piacere, ma l’idea era del tutto opposta. Postulate le clamorose carenze culturali e la conclamata difficoltà nel reperire sostituti superiori (specie in poco tempo sotto la pressione dei risultati negativi) forse varrebbe la pena di non dare a chi arriva l’impressione di essere qui a tempo. Ne guadagnerebbero tutti, compresa la qualità dello spettacolo. Che curiosamente non viene mai presa in esame quando si cercano i mali del prodotto-basket.

Ma se io so che oggi sarò una pedina di un “Horns up” in Italia in attesa della Germania tra due mesi e del Belgio tra 7 (o viceversa) non sarà poi il caso di lamentarsi se sembra che tutti giochino alla stessa maniera e se manca lo spirito. E fatemi aggiungere, se i ritardi nei pagamenti sono l’argomento del 90 % delle conversazioni tra addetti ai lavori, forse la possibilità di fare filosofia è ancora minore.

Insomma, certo la soluzione non l’ho. E certo se dovessi ragionare davanti allo spettro della retrocessione (vero e presunto che sia) anche io telefonerei in giro per sapere chi è libero e cambierei Smith con Williams (che certo non è quello che ha fatto Siena, sia ben chiaro). Ma il meccanismo visto nel suo insieme mi sembra vivere più di abitudini che di analisi. Interrogarsi su come fermarlo (levando le retrocessioni ?) potrebbe avere un bel po’ di senso.

Il caso-Thomas

 

Da MVP a indagato

Anche se detrae tempo ed attenzione dal Gioco che tutti amiamo, non ritengo di poter fare a meno di occuparmi a titolo del tutto personale del caso-Thomas. Di quello che cioè è successo all’MVP della scorsa stagione, passato dai successi di Brindisi ed Avellino ad una condizione di indagato in sede penale (ora non più) e sportiva.

 

Ricostruiamo i fatti per farli precedere all’opinione. Con i limiti del caso, cioè la friabilità delle fonti e la difficoltà nell’ottenere informazioni certe.

 

 

24 maggio 2011

 

Il caso deflagra sul sito sloveno Zurnal24, che in un articolo si interroga sulla possibilità di vedere in Nazionale l’ex avellinese. Thomas scherzando dice di avere la nonna slovena, e poi più seriamente spiega che delle pratiche si è occupato il suo agente dell’epoca (diverso da chi lo rappresenta oggi). La questione sembra finire qui, anche perché la Slovenia intende comunque utilizzare per Begic lo spot di naturalizzato. E invece siamo solo all’inizio.

 

 

30 maggio 2011

 

Lo stesso Zurnal24, citando fonti del Ministero degli Interni, asserisce che alle autorità slovene non risulterebbe un cittadino sloveno a nome Omar Thomas. La notizia si dimostrerà poi autentica.

 

31 maggio 2011

 

Il sito della Gazzetta dello Sport rilancia le notizie provenienti dalla Slovenia in un articolo che viene citato dalla FIP nel comunicato che annuncia l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura Federale. Thomas sostiene di non avere nulla da temere e che il suo caso non presenta analogie con quello di Miles Simon. Ambedue le asserzioni non si dimostreranno particolarmente profetiche.

 

20 giugno 2011

 

Omar Thomas atterra a Fiumicino. Nella giornata ha in programma una visita al consolato sloveno della Capitale e, nel primo pomeriggio, l’audizione presso la Procura Federale. Il programma non viene però rispettato perché alla frontiera aerea di Fiumicino viene respinto dopo aver presentato il famoso passaporto “sloveno” (quello americano lo ha smarrito). Documento che risulterà effettivamente rubato (a tale Ernad Halilovic) e contraffatto (tramite l’apposizione dell’effigie fotografica di Thomas).

 

6 luglio 2011

 

Il giocatore è atteso dalla Procura FIP, ma non può presentarsi perché sempre sprovvisto di un passaporto valido per l’espatrio (ogni commento è superfluo). I tempi della vicenda finiscono così con l’allungarsi assieme all’elenco delle domande senza risposta.

 

22 settembre 2011

 

Dopo una serie di rinvii dovuti a varie ragioni, Thomas sostiene finalmente l’interrogatorio col Procuratore FIP. Che al termine delle indagini lo deferirà alla Giudicante chiedendo una squalifica di due anni e mezzo per frode sportiva, già comprensiva di uno sconto di pena di sei mesi per le ammissioni del giocatore.

 

7 ottobre 2011

 

Il GIP di Civitavecchia Marco Mazzeo dichiara il non doversi procedere nei confronti di Thomas in ordine ai reati ascrittigli, cioè ricettazione e possesso e fabbricazione di documento falso (non, come si vede, frode sportiva, pur essendo anche quest’ultimo un reato penale). Il magistrato rimanda all’art. 13 del D.Lgs. 286/98 (che tratta di espulsioni) ed in particolare al comma 3-quater. La decisione sembra ispirarsi al criterio che l’MVP 2011 è stato espulso prima di entrare nel nostro paese col documento falso e non vi farà ritorno con lo stesso documento. Non c’è alcuna restituzione degli atti al PM e la vicenda penale si chiude qui definitivamente, senza giustamente prendere in considerazione l’uso che del passaporto è stato fatto ai fini del tesseramento come europeo.

 

25 ottobre 2011

 

La Giudicante, i cui atti non sono resi pubblici, sospende il giudizio sportivo rimettendosi alle decisioni della Giustizia Ordinaria (questo almeno il contenuto della decisione che si può ricostruire allo stato). La Procura FIP oppone appello alla decisione presso la Corte Federale, che pare orientata a prendere in esame il caso il prossimo 10 novembre p.v.

 

1 novembre 2011

 

L’ex-giocatore Enrico Zorzi, avvocato di Omar Thomas, invia questa lettera ad un organo di informazione per fare alcune precisazioni sulla vicenda.

 

 

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Fin qui la (necessariamente parziale) ricostruzione dei fatti. Che sono ritornati prepotentemente di attualità in questi giorni perché il giocatore ha raggiunto un accordo con Siena e per le discusse dichiarazioni del Presidente FIP Dino Meneghin di cui alla lettera di Zorzi. In realtà, col massimo rispetto delle parti in causa, converrebbe andare un po’ oltre la questione della tesserabilità o meno di Thomas. Perché questa vicenda contiene in sé profili di valenza generale che non possono a mio avviso essere ignorati.

 

IL RUOLO DELLA FIP

 

Il primo è la posizione della Federazione, che mi pare richiami alcuni aspetti già emersi in occasione del caso-Lorbek.

In quell’occasione venne permesso ad un giocatore il cui tesseramento violava il tetto massimo di andare a referto per 4 gare. Quelle gare vennero omologate dalla stessa Federazione che poi, su input esterni alla FIP stessa, venne messa a parte della posizione irregolare del giocatore sloveno e chiuse il lungo iter della Giustizia Sportiva pochi giorni prima della fine della regular season, punendo con una penalizzazione la Benetton ed auto-assolvendosi per le omologazioni.

Anche in quel caso della cosa si occupò la Giustizia Ordinaria, che assolse in abbreviato Cirelli e dichiarò il non doversi procedere nei confronti degli altri imputati di frode sportiva per cui il PM aveva chiesto il rinvio a giudizio dopo lunghe indagini preliminari.

Indipendentemente dalle opinioni (come la mia ricostruzione del caso-Lorbek è), non si può fare a meno di notare che un efficace controllo avrebbe disinnescato sul nascere ogni problema. Allora la FIP avrebbe infatti potuto notificare alla Benetton che Lorbek era il 19° tesserato. E comunque infliggere ai trevigiani uno 0-20 alla prima presenza a referto dello sloveno (ah vecchio Vico ….). Alla stessa maniera, stavolta sarebbe stato sufficiente chiedere alle autorità slovene una dichiarazione di autenticità del passaporto di Thomas (e di Cook, McCalebb, Marques Green e compagnia a Montenegro, Macedonia e Bulgaria). Prima però di autorizzarne il tesseramento, cioè come pre-condizione per poterlo perfezionare. E prima di essere messi a parte della non-autenticità da una fonte esterna.

 

GIUSTIZIE

 

Non si tratta di sottolineare gli errori della FIP, ma solo di capire che c’è chiaramente un problema di controlli preventivi inefficaci. Soprattutto in un settore in cui tutti sappiamo che alte sono le possibilità, per essere gentili, di qualche “manino” (bolognese per “imbroglio”).

Di imbrogli, o manini che siano, dovrebbe occuparsi la Giustizia.

Quella ordinaria lo ha fatto, con la sua logica e le sue esigenze. Rappresentate da una Procura, quella di Civitavecchia, che per competenza territoriale ha grande credibilità sulla materia. E che certo non ha competenza, né territoriale né funzionale, per perseguire i protagonisti (pare transalpini) del reperimento del passaporto rubato e contraffatto.

Resta quella sportiva, che ancora non ha dato un verdetto definitivo ma non può disinteressarsi della vicenda. Perchè che Thomas abbia, tramite il predetto passaporto falso, goduto di una posizione che ha alterato l’equità competitiva della stagione 2010-2011 è poco ma sicuro. Quindi, a differenza del GIP, la parte sportiva deve procedere, possibilmente anche per cacciare dal tempio i non sconosciuti mercanti che lucrano su vite e carriere di giovani in larga parte sprovveduti.

Ma se una notizia di reato del 31 maggio viene tenuta ferma da questioni formali fino al 22 settembre ci deve essere qualcosa che non va. Quasi 4 mesi di stop alla ricerca di passaporti validi e spazi liberi in agende non è cosa congrua per una Giustizia che è tale solo se viene amministrata in certi tempi. E che ha ricadute sulla possibilità di sostentarsi degli assoggettati, che fanno i professionisti. Ricordate che stiamo parlando dello stesso meccanismo che ha impiegato “qualche” giorno per decidere di ripetere una partita.

 

 

PROCEDURA

 

E allora forse la fase istruttoria va liberata dai legacci formali che troppe volte fermano la Giustizia Ordinaria (che deve dare alla comunità garanzie diverse rispetto a quelle di cui si dota responsabilmente un settore professionistico degno di questo nome).

Per sentire la versione di Thomas, specialmente nel 2011, ci sono sistemi ben più rapidi della convocazione (una teleconference col procuratore e l’avvocato ad esempio). Un giocatore nella posizione di Black Jesus deve sapere velocemente se è eleggibile, non ci sono Santi.

Nel merito poi, se c’è dolo non si può avere pietà. Ma se c’è solo un’incredibile e per certi versi surreale ingenuità colposa, deve esserci un necessario contemperamento della pena all’entità ed al senso del fatto.

Esprimo dei pareri assolutamente personali, perché ovviamente nel caso di specie altro non si può fare che prendere atto delle cose fatte e seguire le regole in vigore. Quel che manca però, come nel caso-Lorbek, è la volontà di registrare queste discrasie per migliorare il sistema. E non parlo certo solo di FIP, anzi.

 

 

 

GLI ALTRI

 

Già, perché tutto questo nasce dall’assurda e anacronistica differenziazione tra stranieri. Che non può essere interamente caricata sulle (fragili) spalle della Federazione, visto che troppi soggetti hanno tollerato o cavalcato normative ballerine e più bucherellate di una forma di groviera. Personalmente, trovo che sia anacronistico e svantaggioso porre qualsiasi limite (età, nazionalità) alle possibilità di squadre professionistiche di tesserare giocatori. Ma se si ritiene che il giocatore italiano sia efficacemente protetto da queste misure, è incredibile che si possa ritenere che sia diverso se a levargli lo spazio è un bulgaro, piuttosto che un americano, un argentino, un estone o un tedesco (specie basandosi sul passaporto e non sul reale valore del giocatore).

E’ invece aritmetico che un giocatore che vale 100 con passaporto americano, passa a 400 con documento europeo e a 800 con passaporto tricolore. Con tanti saluti alla crisi delle risorse ed alla logica. Stupirsi che questo panorama possa indurre qualcuno a proporre un passaporto falso ad un intermediario che poi lo propone ad un giocatore (colposamente) ignaro, significa veramente essere dei farisei. Così come, pur odiando la cultura del sospetto, non si può fare a meno di notare che alcune delle figure che si muovono su questi fondali giocano la stessa partita con la maglia di squadre che dovrebbero essere avversarie.

 

MORALE (?)

 

Di queste cose però non sentirete parlare. Sentirete dire che la firma per Siena e/o le parole di Meneghin hanno orientato la sentenza della Corte Federale. E sul campo verranno schierati eserciti pro e contro Minucci, pro e contro Meneghin. In cui verrete arruolati anche contro la vostra volontà, per cui vi conviene dichiararvi ora. Tanto tutti devono avere una scuderia di riferimento, volenti o meno.

Sentirete che Thomas non ne sapeva nulla, tanto è vero che a Fiumicino si è presentato splendido col suo bel passaporto “sloveno” (che non avrebbe mai esibito se avesse presunto falso). O, con la stessa logica ribaltata, che è talmente fuso che non si è neppure reso conto di cosa stesse facendo, visto che un sospetto avrebbe dovuto averlo (era atteso da lì a poco al consolato non certo per parlare di cucina slovena). O ancora che sapeva benissimo tutto. O che è stato così pollo da credere ai gentiluomini che gli hanno “trovato” (pare per 40000 dollari) il documento. Tanto, nessuno potrà mai stabilirlo.

E ancora sentirete che, ma non ditelo a nessuno, ci sono degli altri passaporti falsi in giro (ssshhhh).

Che perciò è meglio mettere a tacere tutto per un po’, magari con una condanna “politica” che accontenti tutti tranne i deboli di questa vicenda.

In attesa del prossimo sloveno attorno al quale accapigliarsi a seconda delle appartenenze e degli interessi.

E se vi ricorda altri scenari, è solo perché siamo nella terra dei cachi.