E’ ovviamente troppo presto per decifrare le tendenze offensive delle squadre, specialmente in una stagione così inusuale. E’ vero però che il buongiorno si vede dal mattino. E dal mattino è facile capire che i Nuggets segneranno tanti punti, come ogni buona squadra di George Karl che si rispetti.Nella vittoria di Dallas il 17, 1 % dei possessi finalizzati da Denver sono stati giocati in isolamento. Una percentuale altissima, visto che oltre ai Nuggets solo Sacramento e Lakers hanno sono oltre il 15 % di incidenza.Ma i Lakers, per fare un confronto, hanno racimolato meno di mezzo punto per ogni isolamento (0,455 per l’esattezza) mentre Gallinari e compagni hanno uno stupefacente dato di 1,158 punti per possesso.Stupefacente perchè da queste situazioni non hanno segnato neppure un tiro da 3 punti. Gli isolamenti di Denver hanno portato a tanti lay-up di tanti giocatori diversi. Chiaramente la relativissima significatività di un campione basato su singola partita e la correità dei Mavs consigliano grande prudenza nel correre a precipitose conclusioni.
Ma anche contro Utah sono arrivati 18 isolamenti e tanti punti, e due indizi cominciano ad essere interessanti. Come interessante è che di per sè l’isolamento è concetto spesso associato ad una connotazione negativa. Ma come sempre, tutto dipende dall’uso che fai delle cose. Se come i Nuggets crei le condizioni per negare gli aiuti, muovi la palla prima di attaccare il ferro e hai tanti atipici che possono battere il proprio uomo, allora si tratta di buon attacco.
Pochi giocano il pick and roll come Manu Ginobili. Anzi, pochissimi giocano come Manu Ginobili, senza aggiunte.
Nell’esecuzione del gioco a due, l’argentino usa una tecnica molto particolare, partendo piano ed accettando di usare la mano debole, come la difesa lo induce a fare.
Partire piano gli permette di arrivare all’altezza del blocco in controllo. Qui avviene la fase decisiva, cioè la lettura. E’ il difensore del bloccante, con la sua posizione, a dettargli la zona da attaccare.
Il resto si ottiene tornando sulla mano sinistra ed usando il mode “contorsionist on”.
Stretto tra la voglia di non alimentare discussioni sterili e preconcette e l’obbligo di non usare questa voglia come scusa per dribblare la questione, ho scritto per Eco di Biella qualche riga (ma veramente poche) a seguito della visione di Sidigas-MPS ed MPS-Barcellona. Che sono state, soprattutto, due intense partite di basket.
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Difficile non parlare di Siena questa settimana. Domenica scorsa la vittoria ad Avellino, in volata, in mezzo alle polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Vitucci. Giovedì quella, anch’essa in volata, rimontando 15 punti al Barcellona, mica pizza e fichi. Non posso avere l’ambizione in 30 righe di esaurire un discorso che necessiterebbe di 30 000 per essere completo. Provo però ugualmente a mettere in fila 2-3 suggestioni sulla faccenda. La prima è che visto l’elevatissimo valore cestistico del gruppo è davvero un peccato che se ne parli come una vile faccenda calciogena. Peccato di cui non mi voglio macchiare, nonostante l’ambiente mi imponga di esprimermi, pena l’annessione coatta ad uno dei due partiti. Quali ? Il primo si chiama PDVPSDL (“vincono perché sono dei ladri”) ed il secondo PDVPSDG (“vincono perché sono dei geni”). E’ appena ovvio che non sia così ma che sia ben più complesso.
Se però prendi una pausa per argomentare sei fritto, significa che ti tiri indietro. Pazienza, io la pausa me la prendo lo stesso ed argomento. Il Barcellona ha dominato giocando male fino al terzo quarto una partita in cui non aveva motivazioni eccezionali. Questa asserzione convive con la convinta sottolineatura che la sostanza tecnica ed agonistica del quarto periodo sia stata stupefacente, anche rispetto alla situazione fisica della squadra. Idem, ad Avellino l’arbitraggio è stato complessivamente di basso livello. Quanto questo sia dovuto all’italico vezzo di accorrere sempre in aiuto del vincitore non lo so, anche se posso inferire che sia stata una delle componenti. So però che questo vincitore gioca bene e duro, lavora con puntiglio e dedizione e rappresenta un’autentica eccellenza. Ed anche in Irpinia si è letteralmente rifiutato di abbandonare la partita e di perderla pur avendo regalato i supplementari.
Penso però anche che Siena abbia precise e dirette responsabilità nell’aver creato questo clima, che personalmente detesto. Intanto invitando, sia pure non esplicitamente, a schierarsi in uno di quei due partiti. Poi dando ad ambedue una sorta di appoggio esterno, in modo che occupassero per intero il dibattito. Contribuendo poi in maniera decisiva, in occasione delle sconfitte europee, a far passare il messaggio che gli arbitri sono la componente di gran lunga principale nel determinare un risultato. Quando invece fino a prova contraria, né ad Avellino né a Barcellona, né a Milano né ad Istanbul gli arbitri decidono prima chi vince. Oppure lo decidono sempre, non si scappa. E’ invece inevitabilmente vero che recitino un ruolo fondamentale. Che deve essere valutato con competenza, non riducendo tutto alla sudditanza ma neppure scartando il problema. Parlando di tecnica e di psicologia ma con l’obiettivo di rendere i fischietti meno permeabili ai condizionamenti. Se altresì l’obiettivo è dimostrare una tesi precostituita e/o aumentare il peso di quei condizionamenti, dovete permettermi di imitare Scalfaro: non ci sto. E poco mi interessa delle strumentali interpretazioni che verranno date a questa posizione.
L’analisi della gara 6 di finale di Lebron James si presta a molte considerazioni. Intanto l’impressione generale è che l’intera squadra si sentisse battuta in partenza, conquistata da quel Destino che se ritieni avverso non sei mai e poi mai in condizioni di ribaltare a quel livello. Prova ne sia, ad esempio, che gli straordinari 5 minuti iniziali sono stati seguiti dal peggior momento della partita, al lordo di un finale di quarto che non è spiegabile se non facendo riferimento a problemi emotivi, ben più difficili da superare di quelli tecnici.
Dall’analisi video ho lasciato fuori vari aspetti emersi. Intanto un’incredibile capacità di essere, all’interno della stessa azione, il migliore e/o il peggior difensore sul terreno. Una caratteristica che mi sembra di capire nasca dall’abitudine ad amministrarsi (4145 minuti totali nella passata stagione !!!) e che si rileva anche in una notevole passività a rimbalzo.
Un altro rilievo interessante riguarda la tendenza ad aspettare l’apertura del contropiede per caracollare in palleggio dall’altra parte (fatto dovuto anche all’assenza di un vero playmaker dopo la giubilazione di Bibby). Cosa che non mi pare rientri nei migliori interessi di un giocatore che quando effettua la cosiddetta “release” (corre cioè avanti per prendere la palla in transizione più vicino a canestro) è del tutto inarrestabile.
Al riguardo introduciamo una tabella che riepiloga i possessi offensivi di Lebron James in maglia Heat (il totale dei possessi radiografati è 2053, tanta roba).
INCIDENZA
P/100 POSS.
PERCENTILE
% “REALE”
P/R BH
22.5%
98.7
95°
52.0
Isolamenti
21.9%
92.4
79°
45.8
Transizione
18.8%
125.4
68°
68.7
Spot-Up
9%
105.9
72°
53.5
Post-Up
7.9%
104.3
91°
53.2
Tagli
4.6%
136.2
77°
71.8
Uscite
3%
85.2
46°
43.5
Rimb. Off.
2.5%
109.8
58°
55.6
Hand Off
1.8%
83.3
36°
40.9
Roller
1.1%
100.0
52°
47.1
Nella prima colonna è indicato in percentuale il “peso” dei possessi di quel tipo sul totale. Nella seconda la produttività di quei possessi, indicata in punti su 100 possessi. Nella terza il percentile, cioè dove si situa Lebron nell’universo dei giocatori NBA (100=il migliore, 0=il peggiore). L’ultima colonna indica infine la percentuale di tiro “reale”, dando cioè al tiro segnato da 3 un peso maggiore rispetto a quello segnato da due.
Alla terza riga balza agli occhi la produttività dei possessi di transizione, che tra l’altro vengono fermati dagli avversari con un fallo sul tiro nel 17 (sic) per cento delle occasioni. Certo, il quasi 19 % dei possessi giocati in transizione è tanta roba (Tony Parker è al 22 %, Rondo al 21). Ma se scendiamo ancor più nel dettaglio scopriamo che più del 61 % dei possessi stessi sono giocati con la palla in mano fin dall’apertura, forse troppi rispetto alle incredibili possibilità di finire subito di un giocatore di (almeno) 120 chili.
La prima voce per incidenza rispetto ai possessi totali è quella del pick and roll. Da un punto di vista statistico, LBJ fa meglio del 95 % dei suoi colleghi quando concludeun possesso di screen/roll. Il che è in solo apparente contraddizione con le immagini del video. Perché quelle sono relative a pick and roll in cui l’azione non viene conclusa dal nostro, che cincischia invece in palleggi poco aggressivi senza costringere la difesa a fare delle scelte. Il risultato è uno spacing men che mediocre in molte occasioni. Non a caso, quando James attacca con decisione crea comunque lo scompiglio nelle difese avversarie, col risultato di liberare spazi importanti per i compagni. Se invece staziona sul perimetro e si amministra anche con la palla in mano, per quanto questo abbia senso rispetto al massacrante impegno, l’attacco degli Heat batte tremendamente in testa.
La tabella ci dice che sostanzialmente più della metà (il 53 %) dei possessi conclusi da James derivano da situazioni di pick and roll, isolamento o spot-up. Tre categorie che rendono Lebron meno pericoloso sia come tiratore che, soprattutto, come fonte di gioco. Levare una diecina, idealmente, di quei possessi per ridistribuirli in altre categorie più redditizie potrebbe essere di aiuto a lui ed alla squadra. E una delle categorie indiziate potrebbe/dovrebbe essere quella del post basso.
Qui LBJ è andato bene (91° percentile, 7° in assoluto tra i giocatori con un numero elevato di possessi) ma pochissimo (meno dell’8 %). Dicono, i bene informati, che non ci vada volentieri. Ma dicono anche che durante la lunga off-season sia Magic che Hakeem gli abbiano spiegato che deve cambiare registro se vuol vincere. Da quella posizione il numero 6 diventa fortissimo soprattutto come passatore, e qualche raddoppio (vedi il video) c’è pure il caso che lo attiri …
Il discorso è ovviamente molto ampio e non si esaurisce qui. Ma in attesa del Lebron 2.0, un ripassino aiuta.
Un bel casino. E molto molto di più. ESPN ha detto che neppure Quentin Tarantino avrebbe scritto una sceneggiatura del genere, e per una volta non è un’esagerazione.
Questo è il caso-Paul, magistralmente riassunto nell’era Twitter dal playmaker con un eloquente “WoW”.
Chiaro, tutti noi vorremmo sapere come andrà a finire, ma al momento è impossibile dirlo. Quel che si può provare a fare è ricostruire la vicenda per capire da dove viene questa tempesta tutt’altro che perfetta. Che ha prodotto una decisione a dir poco epocale, foriera di effetti sconquassanti (ma si dice “sconquassante” ?) sull’NBA che vedranno i nostri bis-bis nipoti.
Gli accidenti della storia sono molti in questo caso. Dal contratto collettivo che scade a quello di Paul che sta per farlo, dal cambio di leadership tecnica lakeriana alle tragiche condizioni finanziarie degli Hornets, passando anche per Katrina. E concorrono tutti ad una situazione impossibile da gestire senza pestare qualche maleodorante escremento.
La faccenda principale ha a che fare con il vero ed unico tema al centro della recente trattativa: la disparità tra grandi e piccoli mercati. Al tavolo non erano sedute due parti, NBA ed NBPA. La vera lotta era all’interno del fronte proprietari tra grandi e piccoli mercati. Ed all’interno del fronte giocatori, tra superstar e resto del mondo. Tutto nasce nel momento in cui, altro accidente della storia, nella stessa estate scadono i contratti di Lebron e Wade + Bosh. Cleveland e Toronto si sentono buggerate dal “cartello” architettato dai Big Three, sono furibonde con Miami e con la Lega e gettano il seme di una discordia che già si profilava nel momento in cui Carmelo Anthony aveva imposto (letteralmente) ai Nuggets di essere ceduto scegliendo personalmente la destinazione.
La vera lotta tra luglio e dicembre è stata tra chi ha tentato di togliere le mani dei grandi mercati e delle superstar dal manico del coltello e chi, con successo, ha mantenuto la presa. Il bubbone è scoppiato, fragoroso, nel momento in cui l’NBA si è trovata al centro del più clamoroso conflitto di interesse involontario della storia del gioco. Previsto, ironia della sorte, da quel Phil Jackson che avrà mille difetti ma non certo quello della scarsità di intelligenza.
Al centro di questa storia c’è la mail di Dan Gilbert, “casualmente” arrivata ai media proprio nel giorno in cui 5 proprietari votavano contro la (scontata) ratifica dell’accordo. Cosa dite, il re dei mutui sarà stato uno di quei 5 ? La pubblicità data alla mail mina la credibilità del Commissioner, facendo intravedere all’esterno la dirompente portata dei “power struggle” che non sono terminati con la chiusura del lock-out.
L’NBA riparte da qui, indipendentemente da dove giocherà Paul in futuro e dalle eventuali code legali della vicenda (complesse quanto la vicenda stessa). Vediamo.
8 su 30 contro il Real Madrid, e sconfitta. 3 su 17 contro il Partizan, e sconfitta. 2 su 18 contro l’Anadolu Efes e sconfitta. Segnando 65, 65 e 54 punti. Se uno non ha voglia di chiamare il capo di Watson e si ferma alle cose elementari, non ha bisogno di cercare lontano dal tiro da 3 il colpevole delle disfatte interne milanesi. Che mettono obiettivamente l’Olimpia in versione Eurolega con le spalle al muro (anche se la grassona sta ancora facendo andare l’ugola). D’altronde, se ci fermiamo a quella che il grande Frengo chiamava “la fredda cronaca”, solo due squadre fanno peggio dei biancorossi in questa specialità.
TIRO DA 3
1
Panathinaikos
44.3 %
2
CSKA Moscow
42.8 %
3
Unics
41.4 %
4
SLUC Nancy
41.0 %
5
Montepaschi Siena
40.8 %
6
Real Madrid
39.1 %
7
FC Barcelona Regal
37.7 %
8
Belgacom Spirou
36.4 %
9
Gescrap BB
36.2 %
10
Asseco Prokom
35.9 %
11
GS Medical Park
34.6 %
12
Bennet Cantu
34.6 %
13
Caja Laboral
34.1 %
14
KK Zagreb
33.5 %
15
Olympiacos
33.1 %
16
Zalgiris Kaunas
33.1 %
17
Fenerbahce Ulker
33.0 %
18
Anadolu Efes
31.5 %
19
Brose Baskets
31.0 %
20
Unicaja
30.1 %
21
Maccabi Electra
29.9 %
22
EA7 Emporio Armani
28.7 %
23
Partizan mt:s
26.9 %
24
Union Olimpija
23.8 %
Già il fatto però che una delle due sia il Partizan, che sopravanza al momento in classifica gli uomini di Scariolo, induce a ragionare un po’. Il Maccabi è sotto il 30 % eppure è in salute. La Bennet, che pound per pound sta entusiasmando, è a metà classifica. Nancy e Charleroi stanno in alto ma non necessariamente giocheranno la Top 16. Allora, a livello puramente empirico, si può concludere che per quanto importante questo tiro da 3 non è poi tutto.
E sempre a livello empirico, se l’Olimpia viaggia con 20 su 89 in casa (un ricco e sugoso 22,4 %) e con 27 su 75 fuori (un ben più decoroso 36 %), probabile che ci sia un fattore emotivo/psicologico/nervoso di cui tener conto. Last but not least, se a tirare così è una squadra con dei Nicholas, Fotsis, Gallinari in ordine sparso, non è certo la mancanza di specialisti alla radice del problema. Prima di provare a fare un passo avanti, vale la pena di prendere in esame una statistica di tiro più interessante, ovverosia quella della percentuale “reale”. In questi numeri, che riconoscono al canestro da tre segnato il valore maggiore rispetto alla analoga realizzazione da due, ritroviamo chi fa il miglior lavoro a livello di produzione punti con i tiri dal campo.
% “REALE”
1
Bizkaia Bilbao Basket
58.3%
2
CSKA
57.9%
3
Regal FC Barcelona
57.6%
4
Real Madrid
57.3%
5
Montepaschi
55.9%
6
Panathinaikos
55.3%
7
Nancy
54.9%
8
Galatasaray Cafe Crown
53.1%
9
Maccabi Electra
52.4%
10
UNICS Kazan
51.6%
11
Caja Laboral
51.6%
12
Fenerbahce Ulker
51.1%
13
Bennet
50.7%
14
Olympiacos
50.7%
15
Spirou Basket Charleroi
50.5%
16
Brose Baskets
49.9%
17
Zalgiris Kaunas
49.4%
18
EA7-Emporio Armani
48.6%
19
Asseco Prokom
48.3%
20
Partizan
47.9%
21
Unicaja Malaga
47.6%
22
Anadolu Efes
46.9%
23
KK Zagreb
46.6%
24
Union Olimpija Lubiana
43.1%
Anche qui non mancano le curiosità, a partire dal numero 1 di Bilbao. Però ci si fa un’idea migliore dell’equilibrio delle squadre. Salvo giungere alla conclusione che il tiro è solo e soltanto un aspetto di questo meraviglioso Gioco, che si sviluppa in due metà campo di pari dignità e dipende da un numero di fattori che vanno molto al di là delle semplificazioni.
Detto questo, l’idea di andare a rivedere i 22 errori dalla grande distanza contro il Real Madrid mi è venuta sentendo Sergio Scariolo dire:
“Dobbiamo fare i complimenti al Real che, nonostante abbia fatto fatica contro la nostra difesa, ha avuto più tranquillità di noi. Da parte nostro lo sforzo è stato evidente, così come è stata evidente la mancanza di tranquillità ed i problemi al tiro, risentiti anche ai liberi. Abbiamo fallito tiri ad alta percentuale, ci sono mancati quei 10/12 punti che ci sarebbero serviti per vincere“.
Nel vedere la gara dal vivo, l’impressione era sì stata quella di una clamorosa tensione, ma anche (Veltroni docet) di problemi strutturali. Dopo una sommaria analisi video, rimango della stessa idea ma rivaluto le parole dell’allenatore milanese. Nel video che trovate linkato a fondo pagina ho raccolto qualche azione identica a giocate di Panathinaikos (numeri 1 della specialità) e Bennet (trionfatrice a suon di triple contro il Caja Laboral). Ed effettivamente qualche tiro che va dentro là e fuori qua senza alcun’altra spiegazione razionale c’è (all’inizio del video, sotto “errori di tiro”).
Il che non toglie che ci siano anche problemi nella costruzione di questi tiri, e grossi. Citando alla rinfusa: la palla cambia poco lato, ormai giocano tutti lontano da Cook e passano dietro al blocco. L’uso dei palleggi (soprattutto Nicholas) è smodato e non sempre (eufemsimo) strumentale alla ricerca del miglior tiro. Mancinelli (23 % scarso in Eurolega con la maglia di Milano in 2 stagioni e mezzo) viene invitato dalle difese a tirare piedi per terra, il che a tratti vanifica tutte le altre belle cose che fa in attacco. Il tutto per tacere degli accidenti, come la situazione psicologica di Gallinari e quella fisica di Hairston.
Ancora: l’assenza di un vero roller che non si chiami Rocca (in difficoltà però da altri punti di vista) leva profondità ai giochi di screen/roll. Bouroussis non ha questo tipo di fondamentale davvero in faretra e non aggredisce il canestro dopo il blocco, rendendo la vita dolce alle difese avversarie che possono proteggere la linea dei tre punti senza troppe difficoltà. Da questo punto di vista, impossibile non ricordare che la rinuncia a Ben Eze, scelta naturalmente legittima, si fa sentire.
Detto questo, la seconda parte del video prova a giustapporre alcuni tiri milanesi ed alcuni tiri canturini di giovedì. L’impressione è che ci siano delle impercettibili differenze a livello di convinzione, di decisione, di piccoli automatismi. Da fuori, può benissimo capitare di prendere lucciole per lanterne, ma a me pare così. Più che di assenza di tranquillità parlerei di assenza di decisione, ma siamo alle sfumature. Io colgo un attimo, fuggente, in cui la palla si ferma ed il tiratore milanese ci pensa, mentre quello canturino spara (specie in arresto e tiro). D’altronde, con tutti i discorsi tecnici del mondo, e sono importanti, se Danilo Gallinari sbaglia 22 triple su 30 (esattamente come la squadra contro il Real) c’è qualcosa a livello mentale che non funge, e non riguarda un solo giocatore.
Possibile chiave di lettura: per capire la differenza con la gragnuola di Mazzarino e Basile, sommate la metà della pressione percepita dalla Bennet al doppio della consuetudine reciproca tra gli uomini di Trinchieri. Tra 2-3 mesi però, il gap di conoscenza tra i giocatori dell’EA7 sarà sceso, con benefici effetti anche sulle percentuali. E paradossalmente, trovarsi quasi fuori dall’Eurolega potrebbe spingere Milano ad un filotto finale, contando magari sulla partenza di Pekovic e su un Anadolu Efes che finora non ha esattamente entusiasmato.
Magari non succederà, ma non è impossibile. Non sarebbe la prima volta che toccato il fondo si risale, è questione di giocare con rabbia positiva e non con ansia negativa. Ed a livello di roster, quello di Milano rimane da Final 4, non solo da Top 16. Ma, purtroppo o per fortuna che sia, questo Gioco è bizzarramente coerente, oltre che complesso. E a volte bisogna avere pazienza.
PS: queste analisi non hanno alcuna pretesa di essere infallibili e, meno che mai, complete. Proprio perché cercano di interpretare un fenomeno così complesso e con così tante concause. Non si tratta di stabilire se è davvero così o meno, ma di ragionare di quello che amiamo. Ognuno con le sue interpretazioni e le sue idee/opinioni. Io ci metto umilmente le mie, ma continuo ad interrogarmi sapendo di non sapere. Con buona pace di quelli che mi danno del democristiano (temo in senso non positivo). Massimalista mai, “opinionated” però sì, se mi spiego. Peace and love.
Riceviamo e pubblichiamo dall’Avvocato Zorzi, legale del giocatore “in attesa di giudizio”
CHE FINE HA FATTO OMAR ABDUL THOMAS?
“La giustizia sportiva deve essere rapida….”. (Statuto della Federazione Pallacanestro Italiana, titolo V , Capo I, articolo 41, comma 4).
La celerità della giustizia sportiva, tanto spesso invocata nelle odierne cronache quale difetto e vizio della stessa, non è un invenzione bizzarra di famelici teorici del diritto e dei complotti ma, bensì, a tutti gli effetti, un principio riconosciuto, statutario e fondante dell’esercizio della potestà disciplinare delle federazioni sui propri tesserati.
Norma analoga si ritrova, infatti, anche nello Statuto della ben più importante F.I.G.C. (art. 34 comma 1) e della FederRugby (rt. 44, comma 2) nonché, indirettamente, in tutti gli statuti e regolamenti di giustizia federale che stabiliscono termini per ricorsi ed impugnative, giustamente, stringatissimi e rapidi.
Così non sembra essere per quello che riguarda la vicenda del mio assistito sig. Omar Abdul Thomas.
Senza tediare chi legge in tecnicismi, il succo è che l’atleta MVP dello scorso campionato, il caso clamoroso dell’estate, è sottoposto ad un procedimento disciplinare, che rischia di compromettere la sua carriera sportiva e lavorativa, ormai da 3 mesi senza che gli organi di Giustizia Sportiva della FIP si siano una sola volta pronunciati sul merito della vicenda.
Di fatto, dopo l’ultima udienza del 9 novembre 2011 dinanzi alla Corte Federale, siamo ancora in attesa di ricevere le motivazioni del provvedimento che ha rinviato gli atti dinanzi alla Commissione Giudicante Nazionale (C.G.N.), la quale, per tanto non fisserà alcuna udienza senza aver ricevuto tali motivazioni.
Va precisato che, il 9 novembre la Corte Federale, non doveva e non ha fatto altro che prendere atto della richiesta congiunta sia della Procura Federale, che aveva impugnato il provvedimento di sospensione del giudizio della C.G.N. del 25 ottobre, sia del sottoscritto difensore, di rinviare gli atti all’organo di primo grado per poter, finalmente, celebrare il processo nel merito della questione.
Sarà ben soddisfatto il Presidente della Federazione che sugli organi di stampa nazionali si è augurato, almeno per 2 volte, di non vedere in campo “da subito” il sig. Thomas indipendentemente dalla sua colpevolezza: questo empasse di quasi un mese nel motivare, per altro succintamente (vd. Statuto della F.I.P. art. 41, comma 4), un provvedimento meramente di rinvio e non suscettibile di ulteriore impugnativa, sta impedendo all’atleta/lavoratore Omar Thomas di conoscere il suo futuro ed ha “congelato” la sua situazione in maniera assolutamente incredibile ed inaccettabile.
A prescindere da giudizi, pareri ed opinioni sulla colpevolezza del mio assistito tutto ciò che con forza stiamo quotidianamente chiedendo agli organi federali è solo e soltanto il rispetto dei principi statutari della federazione stessa.
Omar Abdul Thomas vuole chiarire la sua posizione e vuole essere giudicato, collaborando, come fece nell’interrogatorio dinanzi al Procuratore Federale, con gli organi della F.I.P. che, inspiegabilmente, ritardano il confronto.
La bontà delle commedie dipende spesso dagli attori che vi recitano, ma il dubbio che, nel nostro caso, sottili considerazioni in ordine agli interessati all’esito della vicenda, stiano facendo accantonare i principi del diritto, sorge spontaneo.
Nella difesa contro i pick and roll una scelta fondamentale è la posizione e l’atteggiamento del difensore del bloccante, nella stragrande maggioranza dei casi un lungo. Quanto più questo giocatore è mobile, tanto più potrà essere aggressivo in termini di vicinanza al palleggiatore.
Nel primo esempio del video vedete un giocatore che mobile non è, Shermadini, rimanere lontano dal palleggiatore eseguendo la difesa di contenimento denominata “contain”. Causa un blocco in movimento, il difensore del palleggiatore cade lasciando completamente scoperto il perimetro ma un terzo difensore, Cinciarini, sceglie alla perfezione il tempo per ostacolare comunque il tiro, che viene sbagliato.
Nel secondo esempio vediamo un atteggiamento intermedio tra il “contain” e la massima aggressività, denominata “show”. La tecnica utilizzata si chiama “flat” e consiste nell’uscire, appunto, con un angolo piatto a 90 gradi. Più i due difensori coinvolti sono vicini alla palla, più alto è il rischio di subire il cosiddetto “split”, cioè il passaggio del palleggiatore tra i due difensori che non chiudono totalmente lo spazio tra di loro.
Nel terzo ed ultimo esempio, il difensore è mobile ed aggressivo. Il suo show è ben eseguito ed il palleggiatore non ha possibilità di split, il che permette alla difesa di recuperare alla perfezione.
Il concetto di spingere dentro è molto utilizzato nella difesa contro il pick and roll centrale. L’idea è quella di tenere il difensore del bloccante sulla linea di penetrazione, mentre il bloccato insegue il palleggiatore da dietro limitando comunque la sua libertà e rimanendo attivo.
Fondamentale il comportamento degli altri tre difensori. Se restano troppo vicino ai tiratori (“stay home” in gergo) rischiano di concedere una penetrazione. Se invece chiudono l’area concedono in linea di massima un tiro da più lontano, presumibilmente da 3.
Per l’attacco diventa fondamentale lo spacing, cioè la distanza tra i giocatori. Se sono troppo vicini uno all’altro, il difensore può aiutare e recuperare in tempi brevi, annullando eventuali vantaggi conseguiti dall’attacco.
Il Real Madrid gioca quello meglio di chiunque in Eurolega la fase offensiva denominata spot-up. Si tratta della creazione di un vantaggio (leggi indurre la difesa a concentrare uomini in uno spazio ristretto), nel mantenimento dello stesso posizionando gli attaccanti sul perimetro nel massimo rispetto del concetto di spacing (costringere cioè la difesa a coprire lo spazio più ampio possibile) e nello sfruttamento da parte dell’uomo così liberato del vantaggio creato (con un tiro o una penetrazione che attacca la difesa in recupero). Il mezzo primario per innescare lo spot-up è l’uso del pick and roll per coinvolgere gli altri 3 giocatori, ma anche l’1 contro 1 ed il post basso servono a creare quel vantaggio che è la chiave del basket del nuovo millennio.
PUNTI/100 POSSESSI
% “REALE”
Real Madrid
137,0
68,8
CSKA
123,3
65,0
UNICS
116,9
60,7
Nancy
116,9
61,2
Panathinaikos
115,1
60,5
Montepaschi
108,4
57,0
Maccabi
105,5
53,0
Regal FC Barcelona
104,5
54,3
Bennet
102,9
52,2
Asseco Prokom
101,2
52,1
EA7-Emporio Armani
101,1
48,8
Galatasaray Cafe Crown
100,8
54,1
Spirou Basket
100,7
54,1
Unicaja
95,6
47,5
Caja Laboral
91,7
46,3
Fenerbahce Ulker
89,6
45,0
Brose Baskets
88,4
47,1
Anadolu Efes
83,9
42,8
Zalgiris
81,6
41,7
Partizan
80,9
42,8
KK Zagabria
80,8
42,9
Olympiacos
73,7
37,5
Olimpia Lubiana
62,4
33,1
Bilbao
61,2
29,9
Nella prima colonna troviamo il rendimento in situazione di spot-up espresso in punti per 100 possessi. Come il video dimostra, l’impatto del tiro da 3 punti è fortissimo, per cui il vero indicatore da seguire è quello della cosidetta percentuale “reale”. Quella cioè per cui se 1/1 da 2 è una percentuale del 100 %, 1/1 da 3 deve essere il 150 % in modo da dar conto del punto in più ottenuto. Meglio ancora, 2/5 da 3 e 3/5 da 2 danno esattamente lo stesso output (6 punti), ragion per cui sono paragonabili tra loro solo tramite l’utilizzo di questa statistica, e non certo soffermandosi sulla “falsa” differenza tra i du3 dati “nominali” (40 % e 60 %).
Per spiegare dove e come il Real Madrid costruisce questo primato, vi rimando al video.
Denver isolante (video)
Ma anche contro Utah sono arrivati 18 isolamenti e tanti punti, e due indizi cominciano ad essere interessanti. Come interessante è che di per sè l’isolamento è concetto spesso associato ad una connotazione negativa. Ma come sempre, tutto dipende dall’uso che fai delle cose. Se come i Nuggets crei le condizioni per negare gli aiuti, muovi la palla prima di attaccare il ferro e hai tanti atipici che possono battere il proprio uomo, allora si tratta di buon attacco.
Per ulteriori analisi, ecco il video
Manu roll (video)
Pochi giocano il pick and roll come Manu Ginobili. Anzi, pochissimi giocano come Manu Ginobili, senza aggiunte.
Nell’esecuzione del gioco a due, l’argentino usa una tecnica molto particolare, partendo piano ed accettando di usare la mano debole, come la difesa lo induce a fare.
Partire piano gli permette di arrivare all’altezza del blocco in controllo. Qui avviene la fase decisiva, cioè la lettura. E’ il difensore del bloccante, con la sua posizione, a dettargli la zona da attaccare.
Il resto si ottiene tornando sulla mano sinistra ed usando il mode “contorsionist on”.
Per le spiegazioni, ecco il video
Le due facce di Siena
Stretto tra la voglia di non alimentare discussioni sterili e preconcette e l’obbligo di non usare questa voglia come scusa per dribblare la questione, ho scritto per Eco di Biella qualche riga (ma veramente poche) a seguito della visione di Sidigas-MPS ed MPS-Barcellona. Che sono state, soprattutto, due intense partite di basket.
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Difficile non parlare di Siena questa settimana. Domenica scorsa la vittoria ad Avellino, in volata, in mezzo alle polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Vitucci. Giovedì quella, anch’essa in volata, rimontando 15 punti al Barcellona, mica pizza e fichi. Non posso avere l’ambizione in 30 righe di esaurire un discorso che necessiterebbe di 30 000 per essere completo. Provo però ugualmente a mettere in fila 2-3 suggestioni sulla faccenda. La prima è che visto l’elevatissimo valore cestistico del gruppo è davvero un peccato che se ne parli come una vile faccenda calciogena. Peccato di cui non mi voglio macchiare, nonostante l’ambiente mi imponga di esprimermi, pena l’annessione coatta ad uno dei due partiti. Quali ? Il primo si chiama PDVPSDL (“vincono perché sono dei ladri”) ed il secondo PDVPSDG (“vincono perché sono dei geni”). E’ appena ovvio che non sia così ma che sia ben più complesso.
Se però prendi una pausa per argomentare sei fritto, significa che ti tiri indietro. Pazienza, io la pausa me la prendo lo stesso ed argomento. Il Barcellona ha dominato giocando male fino al terzo quarto una partita in cui non aveva motivazioni eccezionali. Questa asserzione convive con la convinta sottolineatura che la sostanza tecnica ed agonistica del quarto periodo sia stata stupefacente, anche rispetto alla situazione fisica della squadra. Idem, ad Avellino l’arbitraggio è stato complessivamente di basso livello. Quanto questo sia dovuto all’italico vezzo di accorrere sempre in aiuto del vincitore non lo so, anche se posso inferire che sia stata una delle componenti. So però che questo vincitore gioca bene e duro, lavora con puntiglio e dedizione e rappresenta un’autentica eccellenza. Ed anche in Irpinia si è letteralmente rifiutato di abbandonare la partita e di perderla pur avendo regalato i supplementari.
Penso però anche che Siena abbia precise e dirette responsabilità nell’aver creato questo clima, che personalmente detesto. Intanto invitando, sia pure non esplicitamente, a schierarsi in uno di quei due partiti. Poi dando ad ambedue una sorta di appoggio esterno, in modo che occupassero per intero il dibattito. Contribuendo poi in maniera decisiva, in occasione delle sconfitte europee, a far passare il messaggio che gli arbitri sono la componente di gran lunga principale nel determinare un risultato. Quando invece fino a prova contraria, né ad Avellino né a Barcellona, né a Milano né ad Istanbul gli arbitri decidono prima chi vince. Oppure lo decidono sempre, non si scappa. E’ invece inevitabilmente vero che recitino un ruolo fondamentale. Che deve essere valutato con competenza, non riducendo tutto alla sudditanza ma neppure scartando il problema. Parlando di tecnica e di psicologia ma con l’obiettivo di rendere i fischietti meno permeabili ai condizionamenti. Se altresì l’obiettivo è dimostrare una tesi precostituita e/o aumentare il peso di quei condizionamenti, dovete permettermi di imitare Scalfaro: non ci sto. E poco mi interessa delle strumentali interpretazioni che verranno date a questa posizione.
LBJ, l’analisi (video)
L’analisi della gara 6 di finale di Lebron James si presta a molte considerazioni. Intanto l’impressione generale è che l’intera squadra si sentisse battuta in partenza, conquistata da quel Destino che se ritieni avverso non sei mai e poi mai in condizioni di ribaltare a quel livello. Prova ne sia, ad esempio, che gli straordinari 5 minuti iniziali sono stati seguiti dal peggior momento della partita, al lordo di un finale di quarto che non è spiegabile se non facendo riferimento a problemi emotivi, ben più difficili da superare di quelli tecnici.
Dall’analisi video ho lasciato fuori vari aspetti emersi. Intanto un’incredibile capacità di essere, all’interno della stessa azione, il migliore e/o il peggior difensore sul terreno. Una caratteristica che mi sembra di capire nasca dall’abitudine ad amministrarsi (4145 minuti totali nella passata stagione !!!) e che si rileva anche in una notevole passività a rimbalzo.
Un altro rilievo interessante riguarda la tendenza ad aspettare l’apertura del contropiede per caracollare in palleggio dall’altra parte (fatto dovuto anche all’assenza di un vero playmaker dopo la giubilazione di Bibby). Cosa che non mi pare rientri nei migliori interessi di un giocatore che quando effettua la cosiddetta “release” (corre cioè avanti per prendere la palla in transizione più vicino a canestro) è del tutto inarrestabile.
Al riguardo introduciamo una tabella che riepiloga i possessi offensivi di Lebron James in maglia Heat (il totale dei possessi radiografati è 2053, tanta roba).
INCIDENZA
P/100 POSS.
PERCENTILE
% “REALE”
P/R BH
22.5%
98.7
95°
52.0
Isolamenti
21.9%
92.4
79°
45.8
Transizione
18.8%
125.4
68°
68.7
Spot-Up
9%
105.9
72°
53.5
Post-Up
7.9%
104.3
91°
53.2
Tagli
4.6%
136.2
77°
71.8
Uscite
3%
85.2
46°
43.5
Rimb. Off.
2.5%
109.8
58°
55.6
Hand Off
1.8%
83.3
36°
40.9
Roller
1.1%
100.0
52°
47.1
Nella prima colonna è indicato in percentuale il “peso” dei possessi di quel tipo sul totale. Nella seconda la produttività di quei possessi, indicata in punti su 100 possessi. Nella terza il percentile, cioè dove si situa Lebron nell’universo dei giocatori NBA (100=il migliore, 0=il peggiore). L’ultima colonna indica infine la percentuale di tiro “reale”, dando cioè al tiro segnato da 3 un peso maggiore rispetto a quello segnato da due.
Alla terza riga balza agli occhi la produttività dei possessi di transizione, che tra l’altro vengono fermati dagli avversari con un fallo sul tiro nel 17 (sic) per cento delle occasioni. Certo, il quasi 19 % dei possessi giocati in transizione è tanta roba (Tony Parker è al 22 %, Rondo al 21). Ma se scendiamo ancor più nel dettaglio scopriamo che più del 61 % dei possessi stessi sono giocati con la palla in mano fin dall’apertura, forse troppi rispetto alle incredibili possibilità di finire subito di un giocatore di (almeno) 120 chili.
La prima voce per incidenza rispetto ai possessi totali è quella del pick and roll. Da un punto di vista statistico, LBJ fa meglio del 95 % dei suoi colleghi quando conclude un possesso di screen/roll. Il che è in solo apparente contraddizione con le immagini del video. Perché quelle sono relative a pick and roll in cui l’azione non viene conclusa dal nostro, che cincischia invece in palleggi poco aggressivi senza costringere la difesa a fare delle scelte. Il risultato è uno spacing men che mediocre in molte occasioni. Non a caso, quando James attacca con decisione crea comunque lo scompiglio nelle difese avversarie, col risultato di liberare spazi importanti per i compagni. Se invece staziona sul perimetro e si amministra anche con la palla in mano, per quanto questo abbia senso rispetto al massacrante impegno, l’attacco degli Heat batte tremendamente in testa.
La tabella ci dice che sostanzialmente più della metà (il 53 %) dei possessi conclusi da James derivano da situazioni di pick and roll, isolamento o spot-up. Tre categorie che rendono Lebron meno pericoloso sia come tiratore che, soprattutto, come fonte di gioco. Levare una diecina, idealmente, di quei possessi per ridistribuirli in altre categorie più redditizie potrebbe essere di aiuto a lui ed alla squadra. E una delle categorie indiziate potrebbe/dovrebbe essere quella del post basso.
Qui LBJ è andato bene (91° percentile, 7° in assoluto tra i giocatori con un numero elevato di possessi) ma pochissimo (meno dell’8 %). Dicono, i bene informati, che non ci vada volentieri. Ma dicono anche che durante la lunga off-season sia Magic che Hakeem gli abbiano spiegato che deve cambiare registro se vuol vincere. Da quella posizione il numero 6 diventa fortissimo soprattutto come passatore, e qualche raddoppio (vedi il video) c’è pure il caso che lo attiri …
Il discorso è ovviamente molto ampio e non si esaurisce qui. Ma in attesa del Lebron 2.0, un ripassino aiuta.
Buon video !
Oltre il caso-Paul
Questo è il caso-Paul, magistralmente riassunto nell’era Twitter dal playmaker con un eloquente “WoW”.
Chiaro, tutti noi vorremmo sapere come andrà a finire, ma al momento è impossibile dirlo. Quel che si può provare a fare è ricostruire la vicenda per capire da dove viene questa tempesta tutt’altro che perfetta. Che ha prodotto una decisione a dir poco epocale, foriera di effetti sconquassanti (ma si dice “sconquassante” ?) sull’NBA che vedranno i nostri bis-bis nipoti.
Gli accidenti della storia sono molti in questo caso. Dal contratto collettivo che scade a quello di Paul che sta per farlo, dal cambio di leadership tecnica lakeriana alle tragiche condizioni finanziarie degli Hornets, passando anche per Katrina. E concorrono tutti ad una situazione impossibile da gestire senza pestare qualche maleodorante escremento.
La faccenda principale ha a che fare con il vero ed unico tema al centro della recente trattativa: la disparità tra grandi e piccoli mercati. Al tavolo non erano sedute due parti, NBA ed NBPA. La vera lotta era all’interno del fronte proprietari tra grandi e piccoli mercati. Ed all’interno del fronte giocatori, tra superstar e resto del mondo. Tutto nasce nel momento in cui, altro accidente della storia, nella stessa estate scadono i contratti di Lebron e Wade + Bosh. Cleveland e Toronto si sentono buggerate dal “cartello” architettato dai Big Three, sono furibonde con Miami e con la Lega e gettano il seme di una discordia che già si profilava nel momento in cui Carmelo Anthony aveva imposto (letteralmente) ai Nuggets di essere ceduto scegliendo personalmente la destinazione.
La vera lotta tra luglio e dicembre è stata tra chi ha tentato di togliere le mani dei grandi mercati e delle superstar dal manico del coltello e chi, con successo, ha mantenuto la presa. Il bubbone è scoppiato, fragoroso, nel momento in cui l’NBA si è trovata al centro del più clamoroso conflitto di interesse involontario della storia del gioco. Previsto, ironia della sorte, da quel Phil Jackson che avrà mille difetti ma non certo quello della scarsità di intelligenza.
Al centro di questa storia c’è la mail di Dan Gilbert, “casualmente” arrivata ai media proprio nel giorno in cui 5 proprietari votavano contro la (scontata) ratifica dell’accordo. Cosa dite, il re dei mutui sarà stato uno di quei 5 ? La pubblicità data alla mail mina la credibilità del Commissioner, facendo intravedere all’esterno la dirompente portata dei “power struggle” che non sono terminati con la chiusura del lock-out.
L’NBA riparte da qui, indipendentemente da dove giocherà Paul in futuro e dalle eventuali code legali della vicenda (complesse quanto la vicenda stessa). Vediamo.
Milano e il tiro da 3 (Video)
8 su 30 contro il Real Madrid, e sconfitta. 3 su 17 contro il Partizan, e sconfitta. 2 su 18 contro l’Anadolu Efes e sconfitta. Segnando 65, 65 e 54 punti. Se uno non ha voglia di chiamare il capo di Watson e si ferma alle cose elementari, non ha bisogno di cercare lontano dal tiro da 3 il colpevole delle disfatte interne milanesi. Che mettono obiettivamente l’Olimpia in versione Eurolega con le spalle al muro (anche se la grassona sta ancora facendo andare l’ugola). D’altronde, se ci fermiamo a quella che il grande Frengo chiamava “la fredda cronaca”, solo due squadre fanno peggio dei biancorossi in questa specialità.
TIRO DA 3
1
Panathinaikos
44.3 %
2
CSKA Moscow
42.8 %
3
Unics
41.4 %
4
SLUC Nancy
41.0 %
5
Montepaschi Siena
40.8 %
6
Real Madrid
39.1 %
7
FC Barcelona Regal
37.7 %
8
Belgacom Spirou
36.4 %
9
Gescrap BB
36.2 %
10
Asseco Prokom
35.9 %
11
GS Medical Park
34.6 %
12
Bennet Cantu
34.6 %
13
Caja Laboral
34.1 %
14
KK Zagreb
33.5 %
15
Olympiacos
33.1 %
16
Zalgiris Kaunas
33.1 %
17
Fenerbahce Ulker
33.0 %
18
Anadolu Efes
31.5 %
19
Brose Baskets
31.0 %
20
Unicaja
30.1 %
21
Maccabi Electra
29.9 %
22
EA7 Emporio Armani
28.7 %
23
Partizan mt:s
26.9 %
24
Union Olimpija
23.8 %
Già il fatto però che una delle due sia il Partizan, che sopravanza al momento in classifica gli uomini di Scariolo, induce a ragionare un po’. Il Maccabi è sotto il 30 % eppure è in salute. La Bennet, che pound per pound sta entusiasmando, è a metà classifica. Nancy e Charleroi stanno in alto ma non necessariamente giocheranno la Top 16. Allora, a livello puramente empirico, si può concludere che per quanto importante questo tiro da 3 non è poi tutto.
E sempre a livello empirico, se l’Olimpia viaggia con 20 su 89 in casa (un ricco e sugoso 22,4 %) e con 27 su 75 fuori (un ben più decoroso 36 %), probabile che ci sia un fattore emotivo/psicologico/nervoso di cui tener conto. Last but not least, se a tirare così è una squadra con dei Nicholas, Fotsis, Gallinari in ordine sparso, non è certo la mancanza di specialisti alla radice del problema. Prima di provare a fare un passo avanti, vale la pena di prendere in esame una statistica di tiro più interessante, ovverosia quella della percentuale “reale”. In questi numeri, che riconoscono al canestro da tre segnato il valore maggiore rispetto alla analoga realizzazione da due, ritroviamo chi fa il miglior lavoro a livello di produzione punti con i tiri dal campo.
Anche qui non mancano le curiosità, a partire dal numero 1 di Bilbao. Però ci si fa un’idea migliore dell’equilibrio delle squadre. Salvo giungere alla conclusione che il tiro è solo e soltanto un aspetto di questo meraviglioso Gioco, che si sviluppa in due metà campo di pari dignità e dipende da un numero di fattori che vanno molto al di là delle semplificazioni.
Detto questo, l’idea di andare a rivedere i 22 errori dalla grande distanza contro il Real Madrid mi è venuta sentendo Sergio Scariolo dire:
“Dobbiamo fare i complimenti al Real che, nonostante abbia fatto fatica contro la nostra difesa, ha avuto più tranquillità di noi. Da parte nostro lo sforzo è stato evidente, così come è stata evidente la mancanza di tranquillità ed i problemi al tiro, risentiti anche ai liberi. Abbiamo fallito tiri ad alta percentuale, ci sono mancati quei 10/12 punti che ci sarebbero serviti per vincere“.
Nel vedere la gara dal vivo, l’impressione era sì stata quella di una clamorosa tensione, ma anche (Veltroni docet) di problemi strutturali. Dopo una sommaria analisi video, rimango della stessa idea ma rivaluto le parole dell’allenatore milanese. Nel video che trovate linkato a fondo pagina ho raccolto qualche azione identica a giocate di Panathinaikos (numeri 1 della specialità) e Bennet (trionfatrice a suon di triple contro il Caja Laboral). Ed effettivamente qualche tiro che va dentro là e fuori qua senza alcun’altra spiegazione razionale c’è (all’inizio del video, sotto “errori di tiro”).
Il che non toglie che ci siano anche problemi nella costruzione di questi tiri, e grossi. Citando alla rinfusa: la palla cambia poco lato, ormai giocano tutti lontano da Cook e passano dietro al blocco. L’uso dei palleggi (soprattutto Nicholas) è smodato e non sempre (eufemsimo) strumentale alla ricerca del miglior tiro. Mancinelli (23 % scarso in Eurolega con la maglia di Milano in 2 stagioni e mezzo) viene invitato dalle difese a tirare piedi per terra, il che a tratti vanifica tutte le altre belle cose che fa in attacco. Il tutto per tacere degli accidenti, come la situazione psicologica di Gallinari e quella fisica di Hairston.
Ancora: l’assenza di un vero roller che non si chiami Rocca (in difficoltà però da altri punti di vista) leva profondità ai giochi di screen/roll. Bouroussis non ha questo tipo di fondamentale davvero in faretra e non aggredisce il canestro dopo il blocco, rendendo la vita dolce alle difese avversarie che possono proteggere la linea dei tre punti senza troppe difficoltà. Da questo punto di vista, impossibile non ricordare che la rinuncia a Ben Eze, scelta naturalmente legittima, si fa sentire.
Detto questo, la seconda parte del video prova a giustapporre alcuni tiri milanesi ed alcuni tiri canturini di giovedì. L’impressione è che ci siano delle impercettibili differenze a livello di convinzione, di decisione, di piccoli automatismi. Da fuori, può benissimo capitare di prendere lucciole per lanterne, ma a me pare così. Più che di assenza di tranquillità parlerei di assenza di decisione, ma siamo alle sfumature. Io colgo un attimo, fuggente, in cui la palla si ferma ed il tiratore milanese ci pensa, mentre quello canturino spara (specie in arresto e tiro). D’altronde, con tutti i discorsi tecnici del mondo, e sono importanti, se Danilo Gallinari sbaglia 22 triple su 30 (esattamente come la squadra contro il Real) c’è qualcosa a livello mentale che non funge, e non riguarda un solo giocatore.
Possibile chiave di lettura: per capire la differenza con la gragnuola di Mazzarino e Basile, sommate la metà della pressione percepita dalla Bennet al doppio della consuetudine reciproca tra gli uomini di Trinchieri. Tra 2-3 mesi però, il gap di conoscenza tra i giocatori dell’EA7 sarà sceso, con benefici effetti anche sulle percentuali. E paradossalmente, trovarsi quasi fuori dall’Eurolega potrebbe spingere Milano ad un filotto finale, contando magari sulla partenza di Pekovic e su un Anadolu Efes che finora non ha esattamente entusiasmato.
Magari non succederà, ma non è impossibile. Non sarebbe la prima volta che toccato il fondo si risale, è questione di giocare con rabbia positiva e non con ansia negativa. Ed a livello di roster, quello di Milano rimane da Final 4, non solo da Top 16. Ma, purtroppo o per fortuna che sia, questo Gioco è bizzarramente coerente, oltre che complesso. E a volte bisogna avere pazienza.
PS: queste analisi non hanno alcuna pretesa di essere infallibili e, meno che mai, complete. Proprio perché cercano di interpretare un fenomeno così complesso e con così tante concause. Non si tratta di stabilire se è davvero così o meno, ma di ragionare di quello che amiamo. Ognuno con le sue interpretazioni e le sue idee/opinioni. Io ci metto umilmente le mie, ma continuo ad interrogarmi sapendo di non sapere. Con buona pace di quelli che mi danno del democristiano (temo in senso non positivo). Massimalista mai, “opinionated” però sì, se mi spiego. Peace and love.
VIDEO
Nulla di nuovo
Riceviamo e pubblichiamo dall’Avvocato Zorzi, legale del giocatore “in attesa di giudizio”
CHE FINE HA FATTO OMAR ABDUL THOMAS?
“La giustizia sportiva deve essere rapida….”. (Statuto della Federazione Pallacanestro Italiana, titolo V , Capo I, articolo 41, comma 4).
La celerità della giustizia sportiva, tanto spesso invocata nelle odierne cronache quale difetto e vizio della stessa, non è un invenzione bizzarra di famelici teorici del diritto e dei complotti ma, bensì, a tutti gli effetti, un principio riconosciuto, statutario e fondante dell’esercizio della potestà disciplinare delle federazioni sui propri tesserati.
Norma analoga si ritrova, infatti, anche nello Statuto della ben più importante F.I.G.C. (art. 34 comma 1) e della FederRugby (rt. 44, comma 2) nonché, indirettamente, in tutti gli statuti e regolamenti di giustizia federale che stabiliscono termini per ricorsi ed impugnative, giustamente, stringatissimi e rapidi.
Così non sembra essere per quello che riguarda la vicenda del mio assistito sig. Omar Abdul Thomas.
Senza tediare chi legge in tecnicismi, il succo è che l’atleta MVP dello scorso campionato, il caso clamoroso dell’estate, è sottoposto ad un procedimento disciplinare, che rischia di compromettere la sua carriera sportiva e lavorativa, ormai da 3 mesi senza che gli organi di Giustizia Sportiva della FIP si siano una sola volta pronunciati sul merito della vicenda.
Di fatto, dopo l’ultima udienza del 9 novembre 2011 dinanzi alla Corte Federale, siamo ancora in attesa di ricevere le motivazioni del provvedimento che ha rinviato gli atti dinanzi alla Commissione Giudicante Nazionale (C.G.N.), la quale, per tanto non fisserà alcuna udienza senza aver ricevuto tali motivazioni.
Va precisato che, il 9 novembre la Corte Federale, non doveva e non ha fatto altro che prendere atto della richiesta congiunta sia della Procura Federale, che aveva impugnato il provvedimento di sospensione del giudizio della C.G.N. del 25 ottobre, sia del sottoscritto difensore, di rinviare gli atti all’organo di primo grado per poter, finalmente, celebrare il processo nel merito della questione.
Sarà ben soddisfatto il Presidente della Federazione che sugli organi di stampa nazionali si è augurato, almeno per 2 volte, di non vedere in campo “da subito” il sig. Thomas indipendentemente dalla sua colpevolezza: questo empasse di quasi un mese nel motivare, per altro succintamente (vd. Statuto della F.I.P. art. 41, comma 4), un provvedimento meramente di rinvio e non suscettibile di ulteriore impugnativa, sta impedendo all’atleta/lavoratore Omar Thomas di conoscere il suo futuro ed ha “congelato” la sua situazione in maniera assolutamente incredibile ed inaccettabile.
A prescindere da giudizi, pareri ed opinioni sulla colpevolezza del mio assistito tutto ciò che con forza stiamo quotidianamente chiedendo agli organi federali è solo e soltanto il rispetto dei principi statutari della federazione stessa.
Omar Abdul Thomas vuole chiarire la sua posizione e vuole essere giudicato, collaborando, come fece nell’interrogatorio dinanzi al Procuratore Federale, con gli organi della F.I.P. che, inspiegabilmente, ritardano il confronto.
La bontà delle commedie dipende spesso dagli attori che vi recitano, ma il dubbio che, nel nostro caso, sottili considerazioni in ordine agli interessati all’esito della vicenda, stiano facendo accantonare i principi del diritto, sorge spontaneo.
Avv. Enrico Zorzi
Contain o show ? (Video)
Nella difesa contro i pick and roll una scelta fondamentale è la posizione e l’atteggiamento del difensore del bloccante, nella stragrande maggioranza dei casi un lungo. Quanto più questo giocatore è mobile, tanto più potrà essere aggressivo in termini di vicinanza al palleggiatore.
Nel primo esempio del video vedete un giocatore che mobile non è, Shermadini, rimanere lontano dal palleggiatore eseguendo la difesa di contenimento denominata “contain”. Causa un blocco in movimento, il difensore del palleggiatore cade lasciando completamente scoperto il perimetro ma un terzo difensore, Cinciarini, sceglie alla perfezione il tempo per ostacolare comunque il tiro, che viene sbagliato.
Nel secondo esempio vediamo un atteggiamento intermedio tra il “contain” e la massima aggressività, denominata “show”. La tecnica utilizzata si chiama “flat” e consiste nell’uscire, appunto, con un angolo piatto a 90 gradi. Più i due difensori coinvolti sono vicini alla palla, più alto è il rischio di subire il cosiddetto “split”, cioè il passaggio del palleggiatore tra i due difensori che non chiudono totalmente lo spazio tra di loro.
Nel terzo ed ultimo esempio, il difensore è mobile ed aggressivo. Il suo show è ben eseguito ed il palleggiatore non ha possibilità di split, il che permette alla difesa di recuperare alla perfezione.
Qui il video.
La difesa sul P&R (video)
Il concetto di spingere dentro è molto utilizzato nella difesa contro il pick and roll centrale. L’idea è quella di tenere il difensore del bloccante sulla linea di penetrazione, mentre il bloccato insegue il palleggiatore da dietro limitando comunque la sua libertà e rimanendo attivo.
Fondamentale il comportamento degli altri tre difensori. Se restano troppo vicino ai tiratori (“stay home” in gergo) rischiano di concedere una penetrazione. Se invece chiudono l’area concedono in linea di massima un tiro da più lontano, presumibilmente da 3.
Per l’attacco diventa fondamentale lo spacing, cioè la distanza tra i giocatori. Se sono troppo vicini uno all’altro, il difensore può aiutare e recuperare in tempi brevi, annullando eventuali vantaggi conseguiti dall’attacco.
Buon video !
Sull’argomento interessante anche questa analisi
Video Real
Il Real Madrid gioca quello meglio di chiunque in Eurolega la fase offensiva denominata spot-up. Si tratta della creazione di un vantaggio (leggi indurre la difesa a concentrare uomini in uno spazio ristretto), nel mantenimento dello stesso posizionando gli attaccanti sul perimetro nel massimo rispetto del concetto di spacing (costringere cioè la difesa a coprire lo spazio più ampio possibile) e nello sfruttamento da parte dell’uomo così liberato del vantaggio creato (con un tiro o una penetrazione che attacca la difesa in recupero). Il mezzo primario per innescare lo spot-up è l’uso del pick and roll per coinvolgere gli altri 3 giocatori, ma anche l’1 contro 1 ed il post basso servono a creare quel vantaggio che è la chiave del basket del nuovo millennio.
137,0
68,8
123,3
65,0
116,9
60,7
116,9
61,2
115,1
60,5
108,4
57,0
105,5
53,0
104,5
54,3
102,9
52,2
101,2
52,1
101,1
48,8
100,8
54,1
100,7
54,1
95,6
47,5
91,7
46,3
89,6
45,0
88,4
47,1
83,9
42,8
81,6
41,7
80,9
42,8
80,8
42,9
73,7
37,5
62,4
33,1
61,2
29,9
Nella prima colonna troviamo il rendimento in situazione di spot-up espresso in punti per 100 possessi. Come il video dimostra, l’impatto del tiro da 3 punti è fortissimo, per cui il vero indicatore da seguire è quello della cosidetta percentuale “reale”. Quella cioè per cui se 1/1 da 2 è una percentuale del 100 %, 1/1 da 3 deve essere il 150 % in modo da dar conto del punto in più ottenuto. Meglio ancora, 2/5 da 3 e 3/5 da 2 danno esattamente lo stesso output (6 punti), ragion per cui sono paragonabili tra loro solo tramite l’utilizzo di questa statistica, e non certo soffermandosi sulla “falsa” differenza tra i du3 dati “nominali” (40 % e 60 %).
Per spiegare dove e come il Real Madrid costruisce questo primato, vi rimando al video.
Buona visione !